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Dialoghi a letto

racconto presente nel libro LA BESTIA NON SI FERMA pubblicato nel 2016 da Eretica Edizioni

Riccio aprì gli occhi e vide quelli di lei che lo guardavano, lui accennò un sorriso causato dal benessere nel vederla al suo fianco, lei era sdraiata e girata di lato con le lenzuola che la coprivano delicatamente poggiandosi sulla spalla. Riccio si spinse con leggerezza in avanti e la baciò sulle labbra, era un bacio di buongiorno, un bacio di benessere, un bacio di felicità.

«Buongiorno amore mio» disse lui.

«Buongiorno tesoro» rispose Marmotta.

«E’ molto tempo che mi osservi?» domandò Riccio.

«Solo il tempo necessario per rendermi conto di quanto ti amo, quindi solo un secondo» rispose lei sorridendo, sorrise anche lui e si gettò nuovamente sulle sue labbra.

I due erano felicissimi, entrambi avevano trovato quella parte di felicità che scoprirono essere indispensabile nelle loro vite. Riccio aveva bisogno di una ragazza che lo facesse stare bene e non di stare da solo come pensava fosse giusto, lui aveva semplicemente bisogno di sorridere e in Marmotta riuscì a ritrovare involontariamente tutto questo, capì anche lei quanto fosse importante per entrambi la gioia di stare insieme.

Era domenica e i due non avevano intenzione di alzarsi dal letto, si scrutavano con gli occhi socchiusi e si sorridevano, si sfioravano i nasi prima di baciarsi, le loro labbra trasmettevano empatia quando si fondevano le une alle altre. Riccio le accarezzava il viso con tenerezza e Marmotta lo stringeva delicatamente afferrandolo da dietro la nuca, le mani di entrambi ricercavano parti del corpo dell’altra persona, i seni di lei venivano accarezzati e stretti con garbo, i capezzoli venivano sfiorati e unti con le labbra, Riccio baciava adagio risalendo fino al collo di lei per terminare con l’unione delle loro bocche. Le lingue si spingevano per incastrarsi scivolando mentre le braccia si stringevano in modi sempre più veementi e ardenti. I due iniziarono a fondersi in un unico corpo e in un unico pensiero. Gli occhi di Riccio erano pieni di lei e gli occhi di Marmotta erano pieni di lui, entrambi raggiunsero l’acme del piacere carnale per poi abbandonarsi ognuno tra le braccia dell’altra persona.

«Ti amo!» disse Marmotta.

«Anch’io ti amo» rispose lui.

«Quanto mi ami?».

«Ti amo da pazzi!».

Marmotta iniziò ad accarezzargli la schiena sfiorandogli la cicatrice che partiva da sotto la nuca e terminava a metà della colonna vertebrale, senza dire niente ma toccandola delicatamente con le dita.

«Non mi chiedi cosa mi è successo per avere questa cicatrice?» domandò Riccio.

«No, magari non hai voglia di parlarne» rispose Marmotta.

«Invece ti sbagli, io voglio dirtelo. Ti ho raccontato tante storie su di me, i miei problemi, i miei eccessi e le mie disgrazie, io ti amo e ti voglio raccontare tutto. Da quando sto con te ho capito, ancora una volta, di aver bisogno di essere ascoltato. Mi ero chiuso nuovamente nella mia solitudine interiore ma adesso, con te, riesco a buttare fuori tutte quelle storie che mi porto dietro e che hanno inciso nella mia vita. Mi farebbe molto piacere se anche tu lo facessi con me. Raccontami le tue storie se ti va, io ti ascolterò» suggerì Riccio.

Marmotta lo guardò, sorrise e gli afferrò con premura il viso, avvicinandolo al suo per dargli un altro grande bacio sulle labbra. Poi disse:

«Mi hai già parlato della bestia, mi hai raccontato quando hai capito che era giunto il momento di crescere e di cambiare, con tutti gli acciacchi e tutti i difetti, aggiungere nuovi momenti a quelli già vissuti, convivendo con la Bestia, addomesticandola e sopportandola. Sono orgogliosa di te e di come ti sei alzato in piedi e affronti la bestia; sono fiera di starti accanto e combattere con te questa battaglia. Puoi raccontarmi tutto quello che vuoi, anche cosa ti è successo alla schiena».

I due si baciarono ancora un volta e poi Riccio iniziò la sua ennesima storia:

«Avevo 18 anni e, come al solito, a scuola non ero andato. Ero in motorino con altri scapestrati come me, non ricordo i loro nomi, tutte le volte che volevo assentarmi da scuola cambiavo sempre compagni con cui passare le ore. L’unico coglione che si assentava sempre ero io».

«Lo rifaresti di nuovo? Faresti di nuovo tutte le assenze scolastiche che hai fatto durante l’adolescenza?» domandò Marmotta sdraiata al suo fianco.

«Non lo so, forse sì» rispose Riccio ammiccando un sorriso.

«Non voglio psicanalizzarti. Continua pure la tua storia» disse lei rispondendo al sorriso.

«Quindi, ogni volta che non andavo a scuola insieme ad altri ragazzi ci trovavamo costretti a cercare un posto dove nasconderci».

«Sì, lo so come funziona quando non si va a scuola senza autorizzazione» intervenne lei.

«Ok. Però noi ci facevamo le canne, bevevamo birre, spacciavamo il fumo per non pagare quello che ci fumavamo, oppure ci appartavamo con altre studentesse».

«Tanti fanno così».

«Ok, io ero tra quei tanti» chiuse il discorso Riccio, poi continuò, «Quel giorno ero con altri tre ragazzi e cercavamo un posto per passare la mattina. Trovammo una casa in costruzione e abbandonata, quindi ci appartammo lì. Ma poi non ricordo più niente di quella mattinata».

«Che è successo dopo?» domandò Marmotta.

«Mi sono svegliato in ospedale 10 giorni dopo. I ragazzi con cui ero quella mattina mi vennero a trovare e mi raccontarono che, girovagando per quella casa sconosciuta, bevendo birre e fumando hashish, ad un tratto caddi giù dal lucernario del primo piano, sbattendo la testa e perdendo i sensi».

«E come è stato quando ti sei svegliato?»

«Prima di tornare alla realtà ricordo che ero in preda a sogni mistici, ricordo che stavo sognando il paradiso, c’era Dio, c’era la spiaggia e bevevo la birra con un mio grande amico che non c’è più. Il paradiso me lo immaginavo così, adesso il paradiso me lo immagino diverso, adesso il paradiso lo sto vivendo con te» concluse Riccio dando un bacio a Marmotta.

«Tu non hai mai smesso di sognare e forse anche questo che stai vivendo è uno dei tuoi sogni» disse lei sorridendo, poi ricordò a Riccio una frase che disse lei quando si conobbero affacciandosi dalla finestra: «’Non fidarti mai dei sogni, per quanto belli possano essere. Si può restare delusi quando ci si accorge che la realtà è differente’». «Io avevo bisogno di stare bene, avevo bisogno di te e se questo è un sogno spero solo che duri il più a lungo possibile» rispose Riccio stringendola forte a sé.

«Io credo in te e nel tuo cuore buono, credo in noi e nei tuoi abbracci. Voglio fare tanta strada insieme a te, ma dobbiamo essere in due a custodire e preservare quello che abbiamo, perché è qualcosa di veramente prezioso; amami e io ci sarò, stringimi e io non fuggirò; ci sarò con il sorriso e con il pianto, ma non mandarmi via; tra le tue braccia io dimentico tutto e sono felice, tra le tue braccia i miei sogni fanno l’amore con i tuoi sogni» disse Marmotta, ma poi le lacrime attraversarono il suo volto, scesero dagli occhi dove, fino ad allora, galleggiava solo l’illusione di poter stare meglio.

Anche Marmotta aveva vissuto brutti momenti, anche Marmotta aveva perso l’utilizzo delle sue gambe, ma ora aveva trovato nuovamente la felicità, quella felicità che riusciva a farla sorridere. Poi lei aggiunse piangendo: «Voglio solo ridere».

«Nella vita ho avuto la forza di piangere forte ma ho avuto anche la voglia di ridere ancora più forte» disse Riccio, al termine i due iniziarono nuovamente a baciarsi e a stringersi, le mani di entrambi accarezzavano i corpi dell’altra persona, i volti e i capelli mentre gli occhi restavano socchiusi quanto bastava per poter sbirciare le loro nudità, i baci diventavano sempre più ardenti e le loro lingue più impudenti.

«Sei il frutto più dolce che i miei desideri abbiano mai prodotto» disse Riccio staccando le labbra dal collo di lei e guardandola negli occhi, poi continuò, «Avevo dimenticato cosa vuol dire avere una ragazza, avevo dimenticato cosa vuol dire essere felici guardando semplicemente negli occhi la persona che si ama, avevo dimenticato cosa vuol dire amare, ma adesso penso di essermi ricordato.

Amare è quando si ha la voglia di stringersi il più forte possibile in silenzio e baciarsi sempre come se fosse l’ultimo bacio; è quando ti addormenti felice nello stesso letto con la persona che bacerai, stringerai e coccolerai anche la mattina seguente; è quando si smette di usare il singolare quando si vuole fare qualcosa. Allora, forse, comincio a ricordare cosa vuol dire amare. Sei tu la mia vita, sei tu il mio tesoro, sei tu una delle cose più importanti che ho adesso. Sei quello che voglio avere e quello che desideravo inconsapevolmente, quello che mi mancava e quello di cui adesso ho sempre bisogno, quello che guardo e che non mi stanco mai di guardare. Sei la persona che ascolta i miei sospiri mentre io assaporo i suoi. Ti amo da pazzi. Ti amo Marmotta».

«Ti amo anch’io Riccio» rispose lei gettandosi sulle labbra di lui, poi continuò, «Non ricordo più come si cammina e mi sono dimenticata come si fa una passeggiata, ma non mi sono mai stancata di ascoltarti e non mi sono scandalizzata delle tue storie. Non mi sono tirata indietro e non ho dubbi, non ho incertezze, io voglio stare bene, quindi io voglio stare con te. Ma anch’io ho qualcosa da raccontarti, anche a me sono successe tante cose e anch’io ho delle storie da raccontare che mi hanno cambiato profondamente» concluse Marmotta. I due restarono sotto le lenzuola e continuarono a scambiarsi coccole e baci non accontentandosi mai.

Passano gli anni, i mesi, i giorni, i minuti, ma a volte sono solo i secondi che fanno cambiare la propria vita, come quei secondi che condivisero Riccio e Marmotta quando si conobbero affacciandosi alla finestra, quei secondi che hanno fatto in modo di renderli felici.

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Psicologo di base: chi è, come funziona e cosa dice la legge in Italia

Articolo di Angelo Andrea Vegliante

L’Italia alle prese con lo psicologo di base. Dopo che il 2022 si è aperto con la mancata introduzione del Bonus sulla Salute Mentale nella Legge di Bilancio – una misura che avrebbe potuto aiutare moltissime persone ad accedere per la prima volta a un supporto psicologico e a superare certi scogli culturali -, ora lo sguardo si posa sulle Regioni.

A dirla tutta, nel corso degli ultimi anni sono diversi i tentativi che sono stati portati avanti per introdurre tale servizio, ma alcuni sono andavi a vuoto, ma non sempre è stato tutto rose e fiori.

Che cos’è lo psicologo di base?

Per rispondere a questa domanda, non possiamo affidarci a una normativa, poiché attualmente in Italia non esiste una legge nazionale che disciplini ruoli e funzioni dello psicologo di base. Per questo la sua definizione può essere riconducibile ad alcune proposte di legge (nazionali e regionali) e alla recente introduzione di tale figura da parte della Campania, che hanno provato a dare una risposta.

In linea generale, c’è conformità nel definire lo psicologo di base come una figura che collabora accanto al medico di base, offrendo assistenza psicologica primaria per poi, qualora servisse, indirizzare i pazienti verso alcuni specialisti. Inoltre, lavorando nello stesso ambulatorio del medico di base, potrebbe partecipare anche alle visite dei pazienti al fine di valutare se il malessere riportato riguarda la salute mentale.

come funziona psicologo di base
By GeorgeRudy da Envato Elements

Psicologo di base: qual è la situazione in Italia?

Come dicevamo poc’anzi, in Italia non esiste una legge nazionale per lo psicologo di base. Tuttavia in Senato c’è il disegno di legge n. 1827 del settembre 2020, un’iniziativa parlamentare firmata da Paola Boldrini (PD), dal titolo “Istituzione dello psicologo di cure primarie”, che contiene 3 articoli che, in sintesi, prevedono che:

  • ogni ASL istituisca il servizio di psicologia di cure primarie, e che tale servizio sia contraddistinto da una “rapida presa in carico della persona, con il compito di garantire benessere psicologico di qualità”;
  • lo psicologo per le cure primarie risponda a diverse funzioni, come “intervenire per prevenire e diminuire il peso crescente dei disturbi psicologici della popolazione”, organizzare “l’assistenza psicologica domiciliare” e realizzare “l’integrazione con i servizi specialistici di ambito psicologico e della salute mentale di secondo livello e con i servizi sanitari più generali”.

Psicologo di base: cosa stanno facendo le Regioni?

Nonostante il vuoto legislativo a livello nazionale, alcune Regioni hanno deciso di far da sé. Negli ultimi anni infatti alcune di esse, come Veneto Umbria, hanno avviato delle sperimentazioni, ma in ambito legislativo c’è chi ha provato a fare un passo in più – e in alcuni casi ottenendo anche risultati storici.

Campania: ok allo psicologo di base

La prima regione italiana a introdurre questa figura lavorativa è la Campania, non senza qualche difficoltà. Il 3 agosto 2020 il Consiglio Regionale locale istituì la professione con la legge regionale n. 35, un documento che in 10 articoli mise in campo diverse novità:

  • Istituzione del servizio di Psicologia di base anche “a sostegno dei bisogni assistenziali emersi a seguito del Covid 19“. Tra le sue funzioni, inoltre, c’è “intercettare e gestire le problematiche comportamentali ed emotive derivate dalla pandemia Covid 19”.
  • L’obiettivo del servizio è “sostenere ed integrare l’azione dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta nell’intercettare e rispondere ai bisogni assistenziali di base dei cittadini campani” e viene realizzato da ciascuna ASL.
  • Il lavoro viene svolto da psicologi liberi professionisti e “fornisce un primo livello di assistenza psicologica, di qualità, accessibile, efficace, cost-effective e integrato con gli altri servizi sanitari”.
  • Viene istituito l’elenco provinciale degli psicologi delle cure primarie e i costi sono a carico del SSR (“la prestazione è soggetta al pagamento di un ticket da parte del paziente”).
  • Per l’attuazione delle legge sono stati stanziati 600mila euro per ciascuno degli anni 2020 e 2021.

Sempre nel 2020 però il Governo italiano si mosse contro questa legge, in quanto avrebbe invaso “la competenza legislativa esclusiva statale in materia di ordinamento civile”, violando l’articolo 117 della Costituzione.

Tuttavia, con la sentenza n. 241/2021, la Corte Costituzionale ha rispedito al mittente tutte le accuse, bocciando il ricorso del Governo poiché “la regolamentazione di tale disciplina non presenta alcun collegamento con la materia dell’ordinamento civile”. Grazie a questa pronuncia, adesso anche le altre regioni hanno la possibilità di adeguarsi, prendendo come riferimento l’esempio campano.

campania psicologo di base
By seventyfourimages da Envato Elements

In Puglia è stata bloccata una legge

Ancora prima della Campania, c’era la Puglia, che con la legge regionale n. 21 del 7 luglio 2020 emanava l’ “Istituzione del servizio di psicologia di base e delle cure primarie”. In questo caso, gli articoli erano 7 e istituivano il servizio dello psicologo delle cure primarie “a titolo di sperimentazione per una durata annuale“.

Anche in questo caso però il Governo ha impugnato la legge per “invasione della competenza esclusiva statale riguardante l’ordinamento civile”, e quindi richiamando la violazione dell’articolo 117 della Costituzione. Rispetto alla Campania però, l’esito non è stato favorevole alla Regione: con la sentenza 142/2021 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3 della legge regionale.

Lazio: proposta di legge per avviare sperimentazione

Guardiamo a date più recenti. Durante i primi mesi del 2021 la consigliera regionale Sara Battisti (PD) ha promosso la proposta di legge n. 138/2021 contenente le “Norme per la sperimentazione dello psicologo delle cure primarie”. Brevemente, il ddl prevede la sperimentazione dello psicologo di base al fianco del medico di base, segnalando i casi in cui sia necessario un intervento psicologico o psicoterapeutico. La richiesta di sperimentazione è di almeno 18 mesi consecutivi.

cosa dice legge psicologo di base
By Racool-Studio da Envato Elements

È necessario lo psicologo di base?

In un rapporto riguardante l’impatto della pandemia da Covid sulla salute mentale, l’Istituto Superiore di Sanità ha sottolineato che “è verosimile che la domanda di interventi psicosociali aumenterà notevolmente nei prossimi mesi e anni”. Questo anche a fronte del fatto che disagi di natura psico-fisica sono aumentati e un accesso alle cure sembra particolarmente complicato per molte persone. Una figura gratuita e di raccordo tra popolazione e specialisti potrebbe essere un’ottima soluzione.

Articolo su Ability Channel

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PAROLE DI CARTA: IN VIAGGIO OLTRE LE BARRIERE

Rubrica a cura di Antonella Carta

L’esperienza di Zoe e Diego

Il 3 dicembre è stata la Giornata internazionale delle persone con disabilità. Con l’occasione, Rainbow Diversamente Radio ha organizzato un importante evento alla Città della Scienza di Napoli in cui si è discusso di disabilità a 360 gradi con l’ausilio di politici, medici, ricercatori, allenatori e campioni paralimpici, associazioni di settore e di alcune scuole della Campania che hanno partecipato ad un concorso indetto da Rainbow sull’uso delle tecnologie come ausilio alla disabilità.

Si è dunque discusso delle oggettive difficoltà che la disabilità il più delle volte comporta, ma anche e soprattutto di possibili soluzioni. A tale scopo, molto significativa è stata la testimonianza di chi, pur avendo una disabilità anche seria, non si è lasciato fermare da essa ma ha combattuto con impegno, fiducia e determinazione per conseguire obiettivi importanti.

Tra i partecipanti al convegno, Zoe Rondini, autrice di Nata viva e Raccontabili, e Diego Messana, autore de Le battaglie dell’ombra, la cui testimonianza può essere d’incoraggiamento ai tanti che si lasciano scoraggiare dalle difficoltà, di rilievo o meno che siano, e che, per timore, finiscono col rinunciare ad esperienze che invece potrebbero migliorare la qualità della loro vita.

Zoe vive a Roma, Diego a Palermo. Si sono conosciuti proprio tramite Rainbow Diversamente Radio, con la quale collaborano.

Impossibile non rimanere incantati dalla sinergia, dall’intesa che hanno creato e dalla dolcezza con cui si dedicano l’uno all’altra. Vedendoli è questo ciò che salta immediatamente all’occhio, e solo in un secondo momento si prende atto che entrambi hanno una disabilità: Diego si muove con le stampelle, Zoe per i lunghi tragitti ha bisogno della sedia a rotelle.

Quando Amelia Focaccio, organizzatrice dell’evento col supporto di Francesco Baldi, ha invitato i collaboratori della Radio a parteciparvi, Diego ha subito colto la palla al balzo: non aveva visto Napoli se non da bambino insieme ai suoi e ne conservava pochi ricordi; inoltre aveva il grande piacere di poter prendere parte attiva al convegno, come poi è stato con diverse interviste fatte a rappresentanti del mondo scientifico, lui che di lavoro fa il chimico, e di poter dar sfogo alla sua passione per la fotografia in uno scenario d’eccezione come Napoli. Ma la motivazione più forte è stata quella di poter condividere tutto ciò con Zoe.

Se lui è comunque abituato a viaggiare in autonomia, per Zoe questo sarebbe stato il suo primo viaggio in treno da sola, anche se col supporto dell’assistenza di Trenitalia. Eppure, come ci racconta, la sua prima reazione alla proposta di Diego di vedersi a Napoli è stata di entusiasmo, anche perché hanno avuto modo di incontrare persone straordinarie, tra cui l’assessore e autore Luca Trapanese, a cui hanno potuto anche fare omaggio dei propri libri, e conoscere di persona gli altri collaboratori di Rainbow Diversamente Radio.

Zoe e Diego in piazza Verdi a Palermo. Alle loro spalle il Teatro Massimo

Si erano già visti a Palermo per un breve incontro fatto anche di passeggiate loro due da soli, aiutandosi a vicenda: lui spingeva la carrozzina, lei gli reggeva le stampelle e gli alleggeriva il compito dandogli una mano a partire e a frenare.

Forse abbiamo un po’ esagerato â€“ spiega Diego – Infatti mi è poi venuta la tendinite. Forti di questa esperienza, abbiamo deciso che avremmo vissuto i giorni a Napoli pienamente ma badando a non eccedere.

Per evitare che si ripresentasse il problema â€“ aggiunge Zoe – avevo affittato una sedia a rotelle elettrica, così Diego non avrebbe dovuto spingere, ma si è rivelata molto pesante e ingombrante. Inoltre, le persone dell’assistenza al mio arrivo alla stazione di Napoli mi hanno accompagnata solo fino all’auto, per cui Diego da solo ha fatto un’enorme fatica a caricarla sul sedile e si è anche rotto il joystick che la guidava.

Zoe e Diego in Piazza Plebiscito a Napoli

Diego conclude: Abbiamo comunque risolto grazie all’aiuto di Amelia Focaccio che ci ha messi in contatto con l’Ortopedia Silvestri di Quarto la quale ci ha messo a disposizione una carrozzina classica con cui abbiamo potuto muoverci per Napoli come due turisti felici di fare questa esperienza e di farla insieme.

Alla fine, quindi, malgrado l’inconveniente iniziale, hanno vissuto fino in fondo i giorni a Napoli, non facendosi fermare da niente, nemmeno dalla pioggia battente. Inoltre, come raccontano, superare le difficoltà e andare oltre è stato fonte di soddisfazione, per aver fatto qualcosa di un po’ coraggioso.

IL CONSIGLIO

Alla domanda se abbiano qualche consiglio da dare, Zoe risponde: Per fare esperienze del genere bisogna superare un po’ la pigrizia, l’ansia di uscire dalla personale zona di comfort e questo fa parte del carattere di una persona, non della disabilità. Anche io ho dovuto superare le mie paure, ma l’esperienza ti rafforza: prima di andare a Palermo avevo un po’ di timore, poi sono stata benissimo, a mio agio, e quindi è ovvio che non vedessi l’ora di partire per Napoli.

In conclusione, ribadisce Diego: Le difficoltà vanno affrontate senza ansia, ma è necessario anche non essere imprudenti, avere la saggezza di valutare nel dettaglio tutte le condizioni a contorno, in modo più attento rispetto a chi non ha di queste difficoltà. Noi con la carrozzina elettrica pensavamo di aver risolto un problema ma non abbiamo valutato che ne avremmo creato un altro, quello del peso. Bisogna non lasciar dominare l’ansia e la paura, molti posti sono accessibili e la gente è quasi sempre disponibile a dare una mano.

Ad esempio, cenavamo in un locale in cui si mangia benissimo e i ragazzi poi ci riaccompagnavano fino all’albergo; non era lontano ma non era comunque compito loro, lo facevano col cuore. Oppure anche in albergo: all’inizio ci avevano assegnato una camera più piccola, ma poi ci hanno proposto di trasferirci in una più grande, comprensiva di ausili per la disabilità. In un primo momento abbiamo rifiutato, ma poi ci siamo resi conto che sarebbe stato molto più comodo per noi, e così è stato. Quindi se c’è la possibilità, è giusto approfittarne, essere coraggiosi ma non temerari, perché non c’è niente di male a chiedere a e a ricevere aiuto.

Articolo su GiovanniCupidi.net

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DISABILITY CARD, L’ELENCO DELLE CATEGORIE A CUI SPETTA

Articolo di Giovanni Cupidi

La Carta della Disabilità è una tessera che permette l’accesso alle persone disabili a tutta una serie di servizi gratuiti o scontati. Ecco a chi spetta

La Carta europea della disabilità si colloca tra le misure adottate su base volontaria dagli Stati membri per il raggiungimento di obiettivi strategici dell’Unione Europea 2010-2020 in materia di disabilità. E’ una tessera che permette l’accesso alle persone con disabilità a tutta una serie di servizi gratuiti o scontati, in coerenza e reciprocità con gli altri Paesi dell’UE, per contribuire alla piena inclusione delle persone con disabilità nella vita sociale delle comunità.

Il Decreto del 6 novembre 2020 del Presidente del Consiglio dei ministri Draghi di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Orlando, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Giovannini, e il Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Franceschini definisce i criteri per il rilascio della Disability Card in Italia determinando le modalità per l’individuazione degli aventi diritto e per la sua realizzazione e distribuzione.

Come ottenere servizi gratis o sconti

La presentazione della Disability Card esonera dall’esibizione di altre certificazioni che attestino l’appartenenza alle categorie disabili ammesse e consente direttamente l’accesso agevolato a beni o servizi. I titolari della Carta possono ottenere le agevolazioni previste esibendola, senza ulteriori formalità o richieste da parte di Amministrazioni dello Stato o dei soggetti pubblici e privati che hanno sottoscritto le convenzioni, salvo la verifica della titolarità.

Le agevolazioni sono attivate mediante protocolli d’intesa o convenzioni tra l’Ufficio per le politiche a favore delle persone con disabilità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e i soggetti pubblici o privati, coerenti con i requisiti e le finalità dell’iniziativa.

Come avere la Disability Card e chi la rilascia

La Carta viene rilasciata dall’INPS e attesta i soggetti in condizione di disabilità o non autosufficienti. Il decreto attribuisce il ruolo chiave all’INPS di verifica della corrispondenza delle informazioni rese nella domanda del cittadino ai requisiti richiesti sulla base dei dati disponibili presso i propri archivi.

Una volta accertato il possesso dei requisiti richiesti, l’Istituto affida la produzione della Disability Card, secondo la normativa che disciplina la produzione delle carte valori e dei documenti di sicurezza, all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e, attraverso un gestore esterno del servizio di consegna, provvede, nei 60 giorni successivi alla richiesta, alla distribuzione della Carta ai richiedenti presso l’indirizzo di recapito.

L’elenco delle categorie che possono richiedere la Disability Card

La Disability Card verrà rilasciata dall’Inps a tutti i soggetti in condizione di disabilità, media, grave e di non autosufficienza.
Si attendono tutti i dettagli che verranno specificati nei prossimi mesi, ma intanto è possibile ipotizzare uno schema elaborato dal Centro Studi Giuridici Handylex, suggerito anche sul sito ufficiale della Disability Card e quindi da considerarsi attendibile, salvo ulteriori modifiche:

Invalidi civili di età compresa tra 18 e 65 anni:
– disabili medi: Invalidi 67=>99%
– disabili gravi: Inabili totali
– non autosufficienti: Cittadini di età compresa tra 18 e 65 anni con diritto all’indennità di accompagnamento

Invalidi civili minori di età:
– disabili medi: Minori di età con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età (diritto all’indennità di frequenza)
– disabili gravi: Minori di età con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età e in cui ricorrano le condizioni di cui alla L. 449/1997, art. 8 o della L. 388/2000, art. 30
– non autosufficienti: Minori di età con diritto all’indennità di accompagnamento

Invalidi civili ultra 65enni:
– disabili medi: Ultra 65enni con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età, invalidi 67=>99%
– disabili gravi: Ultra 65enni con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età, inabili 100%
– non autosufficienti: Cittadini ultra 65eni con diritto all’indennità di accompagnamento

ciechi civili:
– disabili medi: Art 4 L. 138/2001
– disabili gravi: Ciechi civili parziali
– non autosufficienti: Ciechi civili assoluti

sordi civili:
– disabili medi: Invalidi Civili con cofosi esclusi dalla fornitura protesica
– disabili gravi: Sordi pre-linguali

INPS:
– disabili medi: Invalidi (L. 222/84, artt. 1 e 6 – D.Lgs. 503/92, art. 1, comma 8)
– disabili gravi: Inabili (L. 222/84, artt. 2, 6 e 8)
– non autosufficienti: Inabili con diritto all’assegno per l’assistenza personale e continuativa

INAIL:
– disabili medi: Invalidi sul lavoro 50=>79% e 35=>59 %
– disabili gravi: Invalidi sul lavoro 80=>100% e  >59%
– non autosufficienti: Invalidi sul lavoro con diritto all’assegno per l’assistenza personale e continuativa e Invalidi sul lavoro con menomazioni dell’integrità psicofisica

INPS gestione ex INPDAP:
– disabili medi: Inabili alle mansioni
– disabili gravi: Inabili (L. 274/1991, art. 13 – L. 335/95, art. 2)

Trattamenti di privilegio ordinari e di guerra:
– disabili medi: Invalidi con minorazioni globalmente ascritte alla terza ed alla seconda categoria Tab. A DPR 834/81 (71=>80%)
– disabili gravi: Invalidi con minorazioni globalmente ascritte alla prima categoria Tab. A DPR 834/81 (81=>100%)
– non autosufficienti: Invalidi con diritto all’assegno di superinvalidità (Tabella E allegata al DPR 834/81)

Handicap:
– disabilità grave: Art 3 comma 3 L.104/92.

Articolo su GiovanniCupidi.net

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Francesco Paolo Oreste: scrivere per una società migliore

Articolo di Francesca Carlucci

Quando lo sguardo investigativo sulla realtà quotidiana si incontra con la scrittura non può che nascere un connubio volto a riflettere sulle problematiche della nostra società. È quanto avviene leggendo lo scrittore Francesco Paolo Oreste, ispettore della Polizia di Stato del commissariato di Pompei che, attraverso i suoi libri – Mi sono visto di spalle che partivo (Pensa Multimedia, 2010), Dieci storie sbagliate. Più una (Il Quaderno Edizioni, 2014), Il cortile delle statue silenti (Pensa Multimedia, 2015), – ha fatto delle tematiche sociali un punto di forza.

Nel suo ultimo libro, “L’ignoranza dei numeri. Storia di molti delitti e di poche pene” (Baldini+Castoldi, 2019) l’ispettore Giulietti indaga appunto sull’ignoranza dei numeri. Anche lei, nel suo medesimo lavoro, si trova ad affrontare la stessa situazione?

Le mie storie sono quasi tutte parte di verità nel senso che la maggior parte delle dinamiche e delle emozioni che sono raccontate hanno a che fare con quello che mi succede e incontro durante il mio lavoro visto che per motivi professionali certe cose le devo vedere per forza e in certi momenti, quando c’è la necessità che intervenga la polizia, viene messa anche da parte la vergogna, la paura e tutto quello che normalmente ci tiene fuori da certe stanze o da certe cose. Al tempo stesso, quando poi diventano un’unica storia, diventano la storia che provo a costruire, le romanzo, nel senso che le metto un pò insieme provando da una parte a proteggere i protagonisti reali, dall’altra però a mantenere intatta la dignità della loro storia, la necessità di raccontare la verità che poi è sempre il modo migliore per difendere la dignità, attenersi alla verità, provare a far conoscere attraverso le storie la verità di certe storie.

Perché intitolarlo “L’ignoranza dei numeri”? Cosa significa?

Nel libro ci sono due storie che si intrecciano, una che ha a che fare con un’indagine e l’altra con una protesta per l’apertura di una discarica. Il titolo fa riferimento a qualche cosa che succede in entrambe le storie; relativamente alla discarica e alle proteste fa riferimento ai numeri che cercano di descrivere il danno che apporterà la discarica al territorio, le percentuali che sono delle vite umane quindi i numeri hanno questo limite, leggono la realtà ma non sono capaci di raccontarla senza la giusta interpretazione, sono una fotografia, poi bisogna essere bravi a guardarla. Nel caso specifico si parlava di uno 0,004% come aumento delle malattie tumorali nei territori in cui c’è una discarica laddove avrebbe fatto sicuramente più effetto, raccontando meglio la realtà, parlare di migliaia di morti in più che ci sarebbero stati nei prossimi 10-20 anni. Invece, relativamente alla storia dell’indagine sulla morte di Salvatore o’ Scarrafone, i numeri hanno a che fare con l’emarginazione e difficoltà di certe vite di mettere insieme quello che servirebbe per arrivare a fine mese, sulle statistiche che non riescono a raccontare del tutto la difficoltà di chi vive ai margini della società.

Lei è tra i fondatori delle associazioni culturali Eureka e In-Oltre attraverso le quali promuove la cultura della legalità e la difesa dell’ambiente in particolare nelle scuole primarie e secondarie della periferia vesuviana. Come trova l’approccio dei giovani a queste tematiche e in che modo inculcare il rispetto verso di esse?

Dipende tantissimo dal modo in cui siamo capaci noi di proporle ai giovani, ma questo vale per ogni tipo di insegnamento. Qualsiasi materia alla fine diventa attraente o meno a seconda dell’appeal del professore. Relativamente ai temi ambientali e alla cultura della legalità è fondamentale mostrare le giuste pratiche, essere noi per primi ad avere comportamenti virtuosi che poi siano da esempio a quelli che vogliamo istruire alle giuste pratiche. Non possiamo predicare bene e razzolare male perché i giovani, da questo punto di vista, ci giudicano, anzi io spero soprattutto, vedendo quello che succede nella vita di mia figlia, dei suoi amici e della sua generazione, che loro siano più bravi di noi. Vedo un fermento nei giovani relativamente all’ambiente che mi lascia ben sperare.

(foto di Francesca Carlucci)

Nei suoi libri tratta temi di grande sensibilità pubblica e importanza sociale quali l’emarginazione, l’umanità indifesa, la legalità, la criminalità organizzata, la violenza sulle donne, la pedofilia, l’ambiente. Ha mai riflettuto su quanto la sua scrittura possa contribuire a riflettere per migliorare la nostra società?

Più che a posteriori, a priori scrivo proprio nella speranza di riuscire a dire qualcosa, di insinuare un dubbio o comunque dare inizio a una riflessione nell’esporre. Esprimo tantissimo sperando che il lettore sia giovane, sia qualcuno con il quale poi magari, come succede spesso quando ripasso a scuola, potermi confrontare. La società ha anche un punto di vista diverso rispetto al mio ruolo perché sono comunque realmente un investigatore, un rappresentante delle istituzioni di polizia, e mostrare me stesso in alcune tematiche è una sorta di sospensione del giudizio in maniera da lasciare anche spazio alla riflessione e alla discussione. È una cosa che ritengo positiva soprattutto necessaria per quello che il ruolo che assegno io alla mia di scrittura, fermo restando che non dobbiamo sopravvalutarci troppo nel poter incidere chissà quanto nelle vite di chi ci circonda. Certo è che, come mi è capitato qualche volta, quando poi magari un ragazzo dopo essersi approcciato a una pagina o partecipato a un incontro in cui ci si è conosciuti, in cui magari hanno conosciuto un modo diverso di presentare certe tematiche, poi mi viene a raccontare qualcosa che cambia qualcosa nella sua di vita, ecco che cambiano il senso dei numeri, delle percentuali, ecco che i numeri non sono più ignoranti e quello che un ragazzo su mille riesce a modificare, a cambiare qualcosa in meglio nella sua vita, diventa non uno su mille, ma il cento per cento rispetto alla sua di vita.

C’è un argomento di interesse sociale di cui vorrebbe scrivere in futuro?

Voglio tornare a scrivere di ragazzi e di bambini perché penso che la piaga dell’abbandono, dell’emarginazione – che poi determina pedofilia, abuso dei minori o comunque una devianza che in certe realtà periferiche è diffusa – sia prioritario come tematica perché deve essere un obiettivo primario di uno Stato che si ritenga civile quello di essere presente in quelle vite. Dobbiamo essere gli adulti nella vita di quei bambini che non hanno adulti perché tutti hanno bisogno di guida per poter scegliere e, quindi, per poter gestire davvero la propria libertà di avere una formazione, un’istruzione, un’educazione che li renda poi liberi di poter scegliere consapevolmente il proprio destino.

Che significato assume per lei la parola ‘speranza’ in una realtà che vede ogni giorno con i suoi occhi nella sua drammaticità?

La speranza è quando qualcosa mi ritorna, quando uno qualsiasi dei ragazzi che riesco a conoscere negli incontri che faccio a scuola poi mi contatta con â€œAiutami a fare la cosa giusta” o comunque fa lui la cosa giusta ponendomi un problema, aiutandomi ad entrare in una situazione difficile. La speranza è nei giovani.

Articolo su Cartapressata

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Sistemi complessi. Il ruolo della ricerca applicata in medicina e nella società

”Comprendere i sistemi complessi. Il ruolo della ricerca applicata in medicina e nella società: criticità e prospettive” è il tema della Tavola Rotonda che si terrà il 14 dicembre 2021 dalle 9.30 nell’Aula Magna di Scienze Biotecnologiche della Federico II, in via T. De Amicis, 95. 

Il tema è non solo attuale ma anche strategico in considerazione delle risorse destinate alla Ricerca Applicata nel prossimo futuro dai Programmi nazionali ed europei di finanziamento e sviluppo. La visione ‘sistemica’ potrà forse aprire una strada innovativa nella ricerca e dare speranza a chi attende dalla Medicina le risposte alle cure di patologie diffuse ma anche di malattie rare. Un particolare focus vedrà impegnati i relatori sul tema dell’approccio sistemico e dell’apporto delle scienze computazionali e dell’intelligenza artificiale e di come la conoscenza dei sistemi complessi  consentirà di comprendere, con un nuovo paradigma, la complessità organizzativa della vita.
Ne parleranno, nel corso della Tavola Rotonda, promossa dal CESTEV – Centro di Servizio di Ateneo per le Scienze e Tecnologie per la Vita della Università Federico II e da Certiquality, Organismo Italiano Notificato dalla Commissione Europea nel campo dei Medical Devices, docenti e ricercatori assieme ad esponenti del mondo delle Associazioni portatrici di interesse. Multidisciplinarietà e valore sociale della ricerca scientifica per dare risposte efficaci ed efficienti alle sfida delle nuove cure.

Intervengono di Valeria Fascione, Assessore alla Ricerca della Regione Campania, Luca Trapanese, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, Maria Triassi, Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia Federico II, Lilia Alberghina, Professore Emerito di Biochimica Università Bicocca Milano, Cosimo Franco, Direttore Generale Certiquality, Gennaro Piccialli, Direttore CESTEV, Leopoldo Angrisani, Direttore CESMA, Daniela Corda, Direttore Dipartimento Biomedica CNR, Giangi Milesi, Presidente Confederazione Parkinson Italia, Marina Midei, Responsabile Comunicazione Confad, Eleonora Zollo, Psicologa UILDM. Modera la Tavola Rotonda il giornalista Nicola Saldutti del Corriere della Sera. 

Comunicazione e Media dell’evento a cura di Amelia Focaccio, RainbowDiversamenteRadio.

Articolo su UniNa.it

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ATLETI PARALIMPICI FAMOSI: QUAL È LA LORO STORIA E COME SI SONO AVVICINATI ALLO SPORT

Atleti paralimpici famosi italiani e stranieri: quali si distinguono nelle discipline di endurance e qual è la loro storia


Atleti paralimpici famosi

Gli atleti paralimpici sono quegli atleti che sfidano i propri limiti fisici raggiungendo eccellenti risultati in molte discipline sportive. Sono tanti quelli che si sono saputi distinguere nella storia dello sport e, in questo articolo, ti vogliamo parlare degli atleti paralimpici più famosi italiani e stranieri.

In particolare, ci soffermeremo a raccontare la storia degli atleti che nelle paralimpiadi si sono distinti dagli altri e come si sono avvicinati allo sport.

Iniziamo subito con il raccontare la storia dei nuotatori paralimpici più famosi.

Atleti paralimpici famosi nuoto

Atleti paralimpici nuoto

Il nuoto paralimpico è una variante del nuoto tradizionale che viene praticato da atleti dotati di una disabilità fisica.

Le storie di cui ti vogliamo parlare ora sono storie straordinarie di persone che hanno saputo sfidare la propria condizione fisica e ottenere risultati eccellenti nella disciplina del nuoto.

Parlando degli atleti paralimpici americani nel nuoto non possiamo non citare la nuotatrice Trischa Zorn, classe 1964, cieca alla nascita. Trischa è stata campionessa alla Paralimpiadi più volte, e tuttora detiene il record del maggior numero di medaglie vinte.

Ben 55 medaglie di cui 41 d’oro, 9 d’argento e 5 di bronzo, conquistate in diverse specialità tra il 1980 e il 2004. Grazie a questo record, Trischa Zorn è entrata a far parte della Paralympic Hall of Fame nel 2012.

Un altro atleta famosissimo nel nuoto paralimpico è il brasiliano Daniel Dias, classe 1988. Daniel, nonostante abbia imparato a nuotare solamente in adolescenza, ha partecipato per la prima volta ai giochi paralimpici a 20 anni (Pechino 2008) vincendo più medaglie di qualsiasi altro atleta.

Grazie ai suoi risultati ottenuti (sei medaglie d’oro ai giochi paralimpici di Londra 2016) Dias è stato paragonato al campione Michael Phelps, un nuotatore competitivo non-paraolimpico americano. Nonostante un confronto così onorevole, Daniel Diaz ha dichiarato di essere Daniel Diaz e di non voler emulare nessuno.

Che dire invece dei campioni della nazionale italiana? Sei curioso di conoscere le loro storie? Allora continua la lettura del nostro articolo!

Atleti paralimpici italiani nuoto

Tra gli atleti paralimpici italiani più famosi ti vogliamo raccontare la storia di Federico Morlacchi. Nato nel 1993, Federico è affetto da ipoplasia congenita al femore sinistro.

Nonostante questa patologia fisica, Federico ha iniziato con il nuoto a soli 10 anni, prima di dedicarsi al nuoto agonistico paralimpico.

Federico dichiara: “Immaginare la mia vita senza nuoto è impossibile. Avrei troppo tempo libero”. Da questa affermazione si può capire quanto il nuoto sia per lui la sua passione e quanta forza possieda.

La sua specialità è lo stile libero, la rana, la farfalla e misto.

E poi c’è Monica Boggioni, classe 1988, nuotatrice paralimpica italiana campionessa ai mondiali nei 50 e 100 metri stile libero nella categoria S4, e nei misti 150 metri nella categoria SM4.

Monica è affetta da una sofferenza cerebrale che le causa una diplegia spastica agli arti inferiori. Nonostante questo, Monica non ha voluto rinunciare alla sua passione e al nuoto.

Anzi, sono stati proprio i medici a consigliare ai suoi genitori, quando Monica aveva solo due anni, di nuotare. E da allora Monica Boggioni non ha mai abbandonato questa disciplina diventando campionessa paralimpica vincendo ben quattro medaglie d’oro, di cui una agli europei e tre ai campionati mondiali.

Ma adesso passiamo ad un’altra disciplina sportiva che ha tante altre storie emozionanti da raccontare. Stiamo parlando, nello specifico, del ciclismo.

Vuoi sapere quali sono i ciclisti paralimpici più famosi e meritevoli di menzione? Allora continua la lettura del nostro articolo!

Atleti paralimpici famosi ciclismo

Anche il ciclismo ha, come il nuoto, tantissimi atleti paralimpici che hanno alle loro spalle storie meravigliose di forza e di speranza.

Tra gli atleti paralimpici inglesi più famosi non possiamo non citare Sarah Storey, classe 1977. Sarah è una ciclista britannica di corse su strada e su pista, nonché ex nuotatrice. È stata pluripremiata con la medaglia d’oro ai giochi paralimpici in entrambi gli sport.

Tra i suoi più grandi successi si ricordano le 29 volte in cui è stata campionessa del mondo (sei volte nel nuoto e 23 volte nel ciclismo) e 21 volte campionessa europea (18 volte nel nuoto e 3 in ciclismo).

Sarah Storey è nata senza una mano sinistra funzionante dopo che il suo braccio è rimasto impigliato nel cordone ombelicale nel grembo materno. Questo fatto non ha consentito alla sua mano di svilupparsi normalmente.

Tra gli atleti paralimpici italiani più famosi vogliamo raccontarti la straordinaria storia di Alex Zanardi, di cui sicuramente avrai già sentito parlare.

Alex Zanardi

Zanardi era un pilota italiano, ma durante una gara, nel lontano settembre 2001, ebbe un gravissimo incidente in pista, in seguito ad aver perso il controllo della sua autovettura.

Quell’incidente gli costò caro: infatti, gli furono amputati entrambi gli arti inferiori. Nonostante la tragedia che lo colpì, Zanardi decise che non era ancora giunto il momento di abbandonare lo sport e la sua passione.

Così, dopo diversi anni, è tornato a gareggiare raggiungendo diversi successi in altre discipline sportive. E il suo ritorno nel mondo dello sport ha commosso ancor di più del suo incidente stesso.

Nel 2012 Zanardi partecipa alle paralimpiadi di Londra con la sua handbike compiendo un’impresa straordinaria vincendo la medaglia d’oro e salendo sul gradino più alto del podio per la prima volta in tutta la sua carriera sportiva.

Un’altra impresa straordinaria realizzata da Zanardi risale a qualche anno dopo le paralimpiadi. Stiamo parlando del 12 Ottobre 2014 quando, dopo mesi di duro allenamento, partecipa alle Hawaii alla più importante gara al mondo di “Ironman”.

La gara prevedeva di percorrere circa 3,8 chilometri a nuoto, 180 chilometri con la handbike e 42 chilometri con la carrozzina olimpica.

Alex Zanardi riuscì a terminare questa estenuante gara in meno di 10 ore.

Atleti paralimpici triathlon

L’altra disciplina di cui ti vogliamo parlare è il triathlon che consiste in uno sport multidisciplinare individuale o a squadre.

Tra gli atleti paralimpici nostrani meritevoli di menzione citiamo:

  • Giovanni Achenza: diventato atleta del paratriathlon in seguito ad un incidente che lo coinvolse all’età di 32 anni, durante il quale Achenza ha riportato una grave lesione midollare. Si avvicina a questa disciplina quasi casualmente: era un giorno come un altro quando, durante la sua convalescenza, Achenza apprende dal suo ortopedico l’esistenza della handbike, che gli segnò definitivamente la vita. Citiamo questo atleta per i suoi enormi successi conseguiti: Giovanni Achenza mantenne infatti il titolo di campione italiano di handbike dal 2009 al 2015, si posizionò ottavo ai Mondiali di Paraciclismo del 2009, fino a sbarcare nel 2013 nel Campionato Italiano di Paratriathlon, in cui l’atleta sardo si posizionò sul gradino più alto del podio
  • Michele Ferrarin: dopo anni di carriera come nuotatore normodotato, Ferrarin inizia ad avvertire improvvisamente il suo corpo strano e diverso. Ma solo dopo diversi anni gli fu diagnosticata un’atrofia muscolare spinale progressiva che coinvolse il suo braccio sinistro e la sua gamba destra. Fu così costretto ad abbandonare il nuoto, ma non lo sport. Infatti, Michele iniziò ad avvicinarsi al Triathlon per amore, praticandolo di tanto in tanto con sua moglie. Fu così che decise di partecipare alla sua prima competizione di Ironman nel 2010 in Austria e poi l’anno seguente una seconda gara in Francia. Ormai Michele ha una grande passione per il triathlon che decide di non mollare più nonostante la sua condizione fisica, ottenendo anzi grandi successi. Nel 2013 vinse il Mondiale di Londra, nel 2014 si piazzò secondo ai Mondiali in Canada e nel 2015 si posizionò sul gradino più alto ai mondiali di Chicago

L’ultima disciplina di cui vogliamo parlarti è la corsa. Se sei curioso di scoprire le storie dei più grandi runners paralimpici continua la lettura del nostro articolo.

Atleti paralimpici corsa

Tra gli atleti paralimpici nostrani nella specialità della corsa avrai sicuramente sentito parlare di Annalisa Minetticantante e atleta paralimpica.

All’età di 18 anni ad Annalisa le sono state diagnosticate la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare, malattie che la porteranno ad una totale cecità.

Questo non le impedirà di rinunciare a una delle sue tante passioni: l’atletica leggera. Alle olimpiadi di Londra 2012 ha partecipato ai 1500 mt, nella categoria T11-12, vincendo una medaglia di bronzo, realizzando il primato mondiale nella sua categoria con un tempo totale di 4’48’’88.

Ma questo non è l’unico suo successo! Infatti, Annalisa nel 2013 partecipò ai mondiali di Lione vincendo la medaglia d’oro negli 800 mt, nella categoria T11.

Conclusioni

Le storie di cui ti abbiamo voluto parlare in questo articolo dimostrano come non esista alcun limite ai propri sogni e alle proprie passioni, e di come gli atleti paralimpici ne rappresentino un esempio e un modello da seguire.

Articolo su Steel your life