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Chiara Bucello

Sui social ha scelto l’autoironia, sperando di far capire alle persone che la mia disabilita non deve creare nè disagio nè compassione, le difficoltà sono tante, tutti i giorni, ma sono mie e le affronto quotidianamente, agli altri chiedo solo un comportamento normale

Buongiorno, sono Chiara e ho 27 anni. Inizia così la lettera che Chiara Bucello ci scrive, e che pubblichiamo integralmente, con grassetti nostri.

Buongiorno, sono Chiara e ho 27 anni. Quando voglio raccontare la mia storia, dico sempre che la cosa migliore è essere spontanei, senza nessun filtro, senza spazio e tempo. Sono nata sorda e non si sa perché. Mia madre non ha avuto la rosolia in gravidanza, o simili. Io non ho avuto una grave malattia nei primi anni dell’ infanzia. Quindi quando sono nata avevo già un mistero addosso, un qualcosa di grande che non si poteva spiegare. Come se la sordità fosse predestinata a me. I miei genitori hanno scoperto tardi, avevo 1 anno, che ero una bambina con sordità profonda, ipoacusia neurosensoriale neurovegetativa. Finché un giorno, mia madre andò dall’otorino e d’istinto gli disse: “Controlli mia figlia”. Da lì trovò la conferma: “Sua figlia è sorda come una campana!”. Andò a casa, si mise sotto le lenzuola con me e mi cantò all’orecchio, piangendo, le sue canzoni preferite. Pensò fra sé e sé: “Mia figlia non può non sentire la musica!” Poi, finito lo sfogo, si rimboccò le maniche e cominciammo insieme un cammino meraviglioso, difficile e faticoso.

Dal primo anno di vita sono stata protesizzata, iniziato a fare logopedia, fatto anche musicoterapia, e da due anni ho l’impianto cocleare. Questo non vuol dire che è sempre stato rose e fiori. Anzi, una volta ho toccato il fondo, ma spesso, solo lì si trova la forza di risalire.
I miei genitori, soprattutto mia madre a cui devo tantissimo se non tutto, fin dal primo momento mi hanno fatto vivere questa situazione non come una malattia, un dolore. Bensì come una sfida da cogliere e vivere, una strada non battuta da percorrere.

Per tutto questo io sono e mi sento diversa, perché è proprio grazie alla mia “sfortunata” sordità che riesco a vedere il mondo con occhi diversi che mi permettono di distinguere le persone “tossiche e nocive” da quelle semplici e positive e preferisco avere a fianco le persone che non si sentono “normali” perché poi cosa sarebbe la normalità? Nessuno lo sa e lo è veramente, ma certo pochi sanno che essere diversi è una forma di ricchezza. Per chi la possiede ma anche per chi la rispetta. Sono quelle le persone migliori. E questa è la mia vita finora. Dove mi porterà? Cosa mi farà scoprire? Lo scoprirò solo vivendo.

Ho deciso di aprirmi tanto sui social facendo autoironia, sperando di far capire alle persone che la mia disabilita non deve creare nè disagio nè compassione, le difficoltà sono tante, tutti i giorni, ma sono mie e li affronto quotidianamente, agli altri chiedo solo un comportamento normale. L’ho fatto perché in questo momento i social sono  il mezzo più veloce e più rapido,  sapevo di essere  pronta  a qualsiasi reazione ci fosse stata sulla rete, ma non credevo di ricevere tanti messaggi positivi e di appoggio. L’ho fatto per me, è stata una  sfida con me stessa, senza preoccuparmi delle condivisioni o delle critiche. Quindi mi sono meravigliata quando la mia storia è diventata virale. 

Il mio messaggio è: apritevi alle diversità perché fanno parte della vita, ogni diversità è unica, tutti siamo diversi, questa è la magia della vita.
Il mio motto è: vivere con spensieratezza perché con l’ironia abbatterò i pregiudizi.

Qui il video nel quale, per la prima volta, Chiara su Instagram parla della sua sordità. “La sordità viene spesso definita come una “disabilità fantasma”, perché c’è, ma non si vede. O meglio, viene erroneamente associata al mutismo, nell’ennesimo tentativo di arrogarsi la presunzione di conoscere il mondo della disabilità. Niente di più sbagliato, quando invece bisognerebbe soltanto ascoltare, per provare a comprendere maggiormente. Ascoltare anche, paradossalmente, chi ha una disabilità uditiva, perché, forse, il vero sordo è colui che generalizza e minimizza.
Ah il nemico non è la sordità, il nemico è l’ignoranza!”

Articolo su Disabili.com

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Noia

Accarezzo i profumi nelle notti

sussurro i dolori alle anime svanite

la forza è solo un rimpianto

defunti sono i ricordi.


Disarmato dinanzi al coraggio
cerco un percorso

non uno sguardo logorato
da occhi nolenti.


Mappamondi timorosi

in cerca di virtù

tra le strade nascoste

dentro l’io più profondo.

Passi avanti per proteggersi dai proiettili
la luna illumina
il mare accarezza la riva

una meteora sfiora la noia.

Rischiarano i sorrisi

bacia l’arroganza

umilia il dolore

non supplicare la gioia

 Piero Cancemi

Noia – mEEtale

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La finestra sul cortile

Racconto presente nell’antologia RACCONTI A TAVOLA pubblicata da Historica a Giugno 2021

Avevo cambiato casa da poco e lentamente iniziai a conoscere gli inquilini del palazzo. Nel piano del mio appartamento io sono il più grande. Io ho 37 anni.

Sembrerebbe un’ottima premessa per nuove storie e nuove conoscenze, ma ovviamente qualcosa doveva andare storto, non fermarsi mai alle apparenze.

Qualcosa di innocuo: una semplice pandemia globale sconosciuta che ha costretto il mondo intero a utilizzare dispositivi di sicurezza per evitare i contagi.

Il mondo cambia, la gente è obbligata a restare in casa per evitare il contagio, si esce solo per andare in farmacia e al supermercato, chi esce indossa la mascherina con disinfettante in tasca.

Non siamo in una puntata di Walking Dead, siamo solo nel 2020 nel pianeta terra.

Io nella nuova casa ordino la spesa a domicilio, posso vedere solo i congiunti che vengono a trovarmi e se indossano la mascherina. Io sono disabile, quindi soggetto vulnerabile e maggiormente a rischio contagio.

“Andrà tutto bene” dicevano dalle finestre dei palazzi di tutto il mondo. La mia ragazza\congiunta mi lascia inviandomi un messaggio su WhatsApp: Ti lascio non ti preoccupare: Andrà tutto bene.

Anno 2021, vivo da solo, lavoro al pc in smart working da un anno e non mi dispiace. In qualche modo riesco a fare nuove amicizie… o qualcosa del genere.

Certe volte, in pausa pranzo, ordino qualcosa da mangiare dal locale vegetariano sotto casa e me lo consegnano davanti la porta di ingresso verso le ore 13. Certe volte passa un congiunto (mia madre) a lasciare qualche manicaretto per il povero figlio di 37 anni che deve ancora crescere.

Alle ore 13 il mio pranzo è variabile, la cosa che invece non cambia mai è che dopo pranzo vado fuori in balcone zoppicando a bere un caffè seduto sulla sedia a guardare quello che accade intorno. Io non ho una finestra sul cortile, io ho un balcone sul cortile, però è più figo dire una finestra sul cortile perché menziono Hitchcock.

Oggi a pranzo ordino sotto casa dal locale vegetariano: Polpette di quinoa, zucchine impanate nella granella di pistacchio con contorno di broccoli, fagiolini e carote servite con yogurt greco.

Alle ore 13:40 bevo il caffè in balcone e osservo il palazzo di fronte: non è un vecchio palazzo, neanche nuovo, secondo me è degli anni 60. Sei piani. Un palazzo degli anni 60 è vecchio o nuovo? Dubbi mentre bevo il caffè.

Le finestre del primo piano sono sempre chiuse, non vive nessuno all’interno, oppure sono tutti morti all’interno.

Al secondo piano invece qualcuno vive: dalla portafinestra si vede gente, sul balcone c’è un armadio di plastica a 2 ante e giocattoli sparsi, uno stendino con vestiti appesi e una scarpiera. Dalla finestra accanto al balcone un adolescente dai capelli castani spettinati si fuma una sigaretta.

Terzo piano: meno affollato del secondo, armadio a 2 ante presente anche lì, dalla portafinestra si intravede una donna che spazza il pavimento.

Quarto piano: tre bambini seduti giocano sul balcone.

Quinto piano: una giovane ragazza dai capelli corti biondi esce fuori, poggia i gomiti sulla ringhiera e si accende una sigaretta. Guardo la ragazza mentre gusto il caffè, la ragazza guarda me e poi guarda il suo cellulare.

Sesto piano: un piccolo tavolino rotondo all’angolo, poi credo che il ragazzo disteso sul tappetino faccia yoga. Non vedo sedie e armadi. Vedo solo un ragazzo che dimena con lentezza gambe e braccia.

Termino di osservare il palazzo di fronte, inizio a guardare il palazzo di lato, più vicino al mio: 6 piani, per ogni piano sono visibili solo 2 finestre, una grande e l’altra più piccola. Non è presente nessuna portafinestra.

Primo piano: finestra piccola con tenda bianca aperta; finestra grande dalle tapparelle perennemente chiuse.

Secondo piano: vecchia finestra piccola con tenda aperta e si vede il bidet; finestra grande accanto coperta da tende bianche.

Terzo piano: il mio stesso piano, finestra piccola chiusa con tenda bianca; finestra grande aperta, un ragazzo con occhiali e auricolari è seduto alla scrivania guardando il monitor. Il ragazzo parla, vedo muovere le labbra, il ragazzo starà facendo didattica a distanza o lavora, non capisco cosa stia facendo. Io quando lavoro faccio lo stesso. Guardo il ragazzo, lui mi guarda, alziamo entrambi la mano per salutarci.

Quarto piano: finestra piccola coperta da sbarre bianche; finestra grande composta da 4 ante aperte. Due ragazzi di colore parlano una lingua straniera, non capisco la nazionalità. Io li guardo, uno dei due mi fissa, io saluto alzando la mano, lui ricambia facendo lo stesso.

Quinto e Sesto piano non attirano la mia attenzione, non succede niente di particolare. Sono presenti sempre finestre piccole o grandi a 4 ante. Finestre sempre coperte dalle tende bianche, tapparelle sempre aperte.

In questa scenografia a volte mi capita di scambiare qualche frase con il mio vicino. Lui si chiama Enea, amico di tutti gli abitanti del condominio, certe volte sbuca inaspettatamente e quelle volte parliamo dal nostro balcone sul cortile.

Sul balcone del piano sotto una signora ha formato un giardino composto da grosse piante di aloe vera e piante di basilico giganti; da imperiose piante grasse e gelsomini; dall’incenso e dal rosmarino. E’ bello osservare quel balcone, trasmette vitalità terrestre.

Nel balcone di lato ubicato sopra invece ci sono i giovani, cioè più giovani di me, studenti o lavoratori, non lo so, ma sicuramente sono due ragazze e un ragazzo.

Non so chi è presente sul balcone sopra al mio, ma sicuramente ci sono bambini.

Intorno sono presenti altri palazzi, altri volti che ogni tanto sbucano inaspettatamente dalle finestre, ma nessuno ha attirato la mia attenzione. I giorni passano, la pandemia continua e la mia socialità esiste solo guardando dal balcone sul cortile.

Era un martedì, accendo il pc, vado in balcone e innaffio le poche piante che ho: una salvia e due piante grasse. Inizio a lavorare dalle ore 9:00. Call, attività lavorative informatiche, pausa caffè alle ore 11:00. Vado in balcone a prendere un po’ d’aria, saluto il ragazzo dell’appartamento di fronte mentre è alla scrivania davanti al pc. Mia mamma mi manda un messaggio su WhatsApp: Passo da casa tua e ti lascio un piatto di pasta al forno con uova sode all’interno. Per la pausa pranzo quindi per oggi ero a posto. Alle ore 12:30 mia madre entra a casa mia, mi lascia la pasta a forno ancora calda e va via. Cerco spudoratamente di guadagnare tempo al lavoro per poter mangiare la pasta a forno calda. Raggiunsi l’obiettivo, nel caso contrario l’avrei scaldata dopo al microonde, ma una cosa bella è sempre meglio godersela subito. Questa filosofia mi ha fatto fare tanti errori in passato, ma in piena pandemia era la migliore cosa che potessi fare.

Dopo pranzo preparo il caffè, la moka erutta e metto tutto nella tazzina. Osservo, la ragazza del quinto piano che fuma una sigaretta. La guardo, lei parla a telefono. Cambio sguardo, gusto il caffè, sento le due ragazze del piano superiore di lato che parlano di una tipa lentigginosa e con le tette grosse. Questa è l’unica cosa che ha catturato la mia attenzione durante il caffè. Io sono un semplice uomo etero, le ragazze potevano parlare di una guerra nucleare organizzata in quel palazzo, ma io ho capito solo “tette grosse” e “lentigginosa” forse l’ho inventato.

Era un lunedì, una giornata uggiosa, cielo plumbeo. Le mie piante in balcone sono aumentate: sono state aggiunte rosmarino, fragole e pomodorini. Non innaffio perché più tardi sicuramente pioverà. Oggi cucinerò io: carbonara. Con la spesa che mi consegnano a domicilio era presente uova, guanciale e pecorino romano. Alle 13 inizio a sbattere le uova. Io uso tuorlo e albume, i miei commensali lo sapranno, ma io vivo da solo, faccio il cazzo che mi pare e mangio quello che cazzo voglio. Aggiungo il pecorino alle uova sbattute e metto il guanciale in padella, quando l’acqua bolle butto dentro gli spaghetti e una volta al dente: buon appetito. Non scrivo i dettagli ma solo le cose importanti. Al termine della buonissima pasta alla carbonara, con tanto di complimenti allo chef disabile, inizio a preparare il caffè. Poi balcone e sulla sedia a osservare. A secondo piano un bambino seduto sul balcone gioca con una macchinina; negli altri piani non succede niente. Mi giro a sinistra e guardo l’altro palazzo. Non vedo niente di particolare, tutto noioso e normale, tranne che al secondo piano la vecchia finestra piccola è aperta, vedo solo il bidet. Ad un tratto una signora entra in quel bagno, capelli castani raccolti con un fermaglio giallo sulla testa, una maglia lunga, larga e colorata. Non vedo la signora negli occhi, ma noto la sua semplicità da ambiente domestico. Bevo il caffè sbirciando la signora. Lei alza la maglia larga e colorata e si abbassa le larghe mutande nere per accomodarsi sul bidet. Io volto lo sguardo, poi faccio finta di voltarmi casualmente, ma noto che la signora ha chiuso la piccola finestra. E’ stato il momento più eccitante della giornata. Torno a lavorare alla scrivania e sono quasi contento.

Era un mercoledì, alle ore 10:30 esco in balcone e innaffio le mie piante che continuano ad aumentare e a sbocciare. Sono state aggiunte aglio, pomodori San Marzano e menta. Il mio vicino Enea a volte sbuca e mi parla di spese condominiali mentre fuma una sigaretta elettronica. Di fronte vedo la ragazza biondina del quinto piano che fuma e accarezza il cane. Rientrando dalla portafinestra saluto Enea. Ore 12, mia mamma mi scrive su WhatsApp che oggi mi porta i tortellini fatti da lei insieme al brodo di cappone. Le scrivo di venire alle 13:30 perché oggi ho tanto lavoro. Tortellini in brodo fumanti una volta arrivati a casa sono stati finiti in 20 minuti. Successivamente il solito caffè nel balcone sul cortile, ma al freddo. Non sono presenti bambini nei palazzi. Nessun domestico che spazza. Nessuna persona, solo un adolescente che fuma una sigaretta al secondo piano. Termino il caffè, mi rimetto in piedi e proprio in quel momento un buon odore di marijuana fumante mi proietta nel passato dei miei anni universitari. Alzo lo sguardo e dal balcone dove le 2 ragazze parlavano di tette grosse, un ragazzo spettinato, con aria felice e sorridente mi guarda. Io lo guardo e sorrido. “Che buon odore” gli dico. Il ragazzo sorride, fa un tiro dalla sua canna e mi lancia il fumo dalla sua bocca dal piano superiore. “Devo lavorare” gli dico. Lui fa un altro tiro dalla sua canna e sorride. Forse mi sono sballato di fumo passivo, ma sono rientrato ugualmente nella mia postazione lavorativa, ma questa volta sorridendo.

Passano i mesi, le stagioni e l’ora legale. Le mie abitudini non cambiano, i personaggi del cortile sono sempre gli stessi, ma un giorno il caffè amaro è diventato molto dolce per me. Era un venerdì, si sentiva il profumo di primavera. Alle ore 9:45 le campane della chiesa San Francesco mi ricordano di innaffiare le piante. Sono state aggiunte le margherite africane gialle e la verbena viola, ho voluto dare un po’ di colore al mio giardino inaspettato. Le fragole rosse e pompose mi riempiono di gioia, i pomodorini infuocati di orgoglio. Torno a lavorare, ho iniziato ad apprezzare lo smart working, odio solo il covid al momento. Oggi pranzerò con melanzane alla parmigiana sequestrate il giorno prima dai miei amici. Ore 13:15 le melanzane alla parmigiana passano dal frigo al forno a microonde. In teoria dovevano bastarmi per due giorni, ma non ho resistito, era venerdì, sono ghiotto, crepi l’avarizia, ho mangiato anche un po’ di caponata che avevo in credenza. Preparo il caffè e, armato di stampella in una mano e tazzina nell’altra, vado in balcone, mi siedo sulla sedia e mi godo la bella giornata di sole. La finestra piccola del bagno del secondo piano del palazzo laterale è aperta. Vedo la signora che entra e mi osserva, io saluto per cortesia, lei ricambia sorridendo. Per non restare a fissarla devio lo sguardo nella palazzina frontale, anche lì una novità, il caldo fa stare bene la gente pensai. La ragazza del quinto piano è seduta sulla sedia a prendere il sole in topless, io la guardo con aria stupita e dubbiosa, lei mi guarda seria e non si scompone, il suo cane gira intorno alle sue gambe scoperte. Per non sembrare un maniaco mentre bevo il caffè dalla tazzina, momentaneamente tremolante, cambio direzione dello sguardo, che casualmente ricade nel bagno laterale del secondo piano e lì trovo la signora seduta sul bidet che si lava e mi guarda. Cambio nuovamente direzione dello sguardo che torna casualmente sulla ragazza in topless del quinto piano che improvvisamente inizia a spalmarsi la crema. Abbronzante o protettiva non mi interessa, lei mi guarda mentre si massaggia le tette, io bevo il caffè. Lancio un’occhiata alla signora di lato che continua a osservarmi mentre si lava o si sciacqua o si masturba. Stavo assistendo a uno scontro generazionale. Passo lo sguardo alla ragazza che ha terminato di spalmarsi la crema e penso che porti la taglia terza di reggiseno. Poi passo con nonchalance a guardare la donna imperterrita sul bidet; poi ragazza in topless; poi signora; poi giovane; poi adulta; poi sorrido alla ragazza mentre si abbronza; poi sorrido alla donna mentre si lava; poi…sento squillare il computer, una chiamata di lavoro in smart working. Entro correndo zoppicando dentro casa, mi siedo nella mia postazione, metto gli auricolari e rispondo. I colleghi parlano di cose informatiche lavorative, la mia eccitazione si disperde tra terabyte e cloud, mentre la caponata comincia a farsi sentire nello stomaco. L’eccitazione in piena pandemia è finita, adesso potrebbe eccitarmi solo una convocazione per fare il vaccino anticovid.

La finestra sul cortile – mEEtale

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Un terzo degli alunni con disabilità è senza docenti di sostegno specializzati (e andrà sempre peggio)

La FISH commenta i dati sulle operazioni di mobilità dei docenti della scuola da cui si rileva che circa 5.000 docenti titolari di posti di sostegno hanno ottenuto il passaggio su posto comune

I cancelli delle scuole si sono appena chiusi, ma è già tempo di pensare al prossimo anno scolastico, e soprattutto di non abbassare la guardia sul fronte del sostegno scolastico agli alunni e studenti con disabilità.
Lo fa la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), facendo i conti e segnalando che 5.000 docenti specializzati e titolari su posti di sostegno hanno ottenuto il passaggio su posto comune. Significa che tutti questi insegnanti, dotati di specializzazione per il sostegno, sono passati ad insegnare materie curriculari, lasciando quindi vuote quelle 5.000 preziosissime cattedre per le quali bisognerà cercare nuovo personale, spesso non specializzato.

Ricordiamo che la normativa attuale consente agli insegnanti di ruolo di sostegno di passare su cattedra comune dopo cinque anni di permanenza su cattedra di sostegno.
Le difficoltà di copertura dei posti di sostegno, peraltro da anni ben note, continueranno dunque ad aumentare, e a farne le spese, ancora una volta, saranno gli alunni con disabilità che, di anno in anno, sempre più spesso devono â€œaccontentarsi” di docenti privi di specializzazione.

Vincenzo Falabella, presidente della FISH, si rivolge Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, per correre ai ripari: «Chiediamo l’immediata istituzione di una classe di concorso per il sostegno, una per ogni ordine e grado di istruzione». Segnala Falabella che come conseguenza del passaggio su posto comune di 5000 docenti specializzati, “a settembre decine di migliaia di cattedre di sostegno rimarranno vuote e la maggior parte di esse saranno coperte da docenti non specializzati, con un aggravio per gli alunni con disabilità, che, in tal modo, si ritroveranno con docenti privi di una formazione adeguata”.

Amarissima la constatazione che â€œdi questo passo per oltre un terzo dei quasi 300.000 studenti con disabilità italiani i docenti per il sostegno continueranno ad essere dei semplici badanti”.

Secondo Falabella è il sistema a dover essere modificato: “la classe di concorso deve essere una chiara scelta professionale fin dagli studi universitari e non una scelta meramente opportunistica, per trovare lavoro, cioè un trampolino di lancio per il posto comune». Conclude: “l’istituzione di apposite classi di concorso per il sostegno garantirebbe pure la continuità didattica e dunque chiediamo al Ministero dell’Istruzione, da subito, di convocare l’Osservatorio Scuola data l’urgenza del caso, per affrontare un problema che si trascina da anni e che deve assolutamente trovare un avvio di soluzione”.

Articolo su Disabili.com

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film The sound of metal

Sound of Metal è un film del 2019 diretto da Darius Marder, con protagonista Riz Ahmed. Il film è stato candidato a sei Premi Oscar nel 2021.

Ruben Stone è un batterista, facente parte del duo metal “Blackgammon”, insieme alla cantante e sua ragazza, Lou. La coppia vive in un camper e conduce una vita composta da continui viaggi attraverso il paese per esibirsi nei concerti. Un giorno Ruben, poche ore prime di un concerto, inizia a perdere improvvisamente l’udito. Si reca in una farmacia in cerca di una diagnosi, incontrando un farmacista che lo indirizza a un medico. Eseguendo un test dell’udito, Ruben scopre che le sue capacità uditive gli permettono di distinguere solo il 20-30 per cento delle parole che sente e che il suo udito si sta deteriorando rapidamente; inoltre, sebbene gli impianti cocleari possano avvantaggiarlo, il loro costo elevato non è coperto da assicurazione. Il medico suggerisce a Ruben di eliminare totalmente l’esposizione a rumori forti e gli consiglia di sottoporsi successivamente ad ulteriori esami, allo scopo di ottenere informazioni più chiare sul suo disturbo. Ruben, nonostante la sua volontà di recuperare l’udito perso, continua a esibirsi ignorando le indicazioni.

Quando Lou viene a sapere delle condizioni di Ruben vuole smettere di esibirsi per la sua sicurezza, ma lui insiste per continuare. Lou è anche preoccupata per la sua sobrietà, poiché è un ex tossicodipendente pulito ormai da quattro anni. Chiamando il suo sponsor anonimo della narcotici, Hector, Ruben e Lou trovano un rifugio rurale per sordi disposti ad accettare Ruben, gestito da un uomo di nome Joe, un ex-alcolizzato che ha perso l’udito durante la guerra del Vietnam. Ruben inizialmente rifiuta l’aiuto di Joe, dato che questi non permette a Lou di vivere lì, ed inoltre le sue ideologie lo portano ad essere contrario all’applicazione di impianti uditivi, obbiettivo di Ruben. Lou, ansiosa per il benessere del compagno, se ne va, tornando a vivere dal padre, convincendo Ruben a tornare al centro di recupero.

Ruben inizia a partecipare alle riunioni del gruppo, incontrando e conoscendo altri membri della comunità, abituandosi alla sua nuova vita da sordo. Viene presentato a Diane, un’insegnante, e ai bambini della sua classe, iniziando a imparare la lingua dei segni americana. Joe, a scopo di terapia, incarica Ruben di scrivere all’infinito su un quaderno, e di sedersi pacificamente una volta stancatosi, nel tentativo di metterlo a suo agio con il silenzio, e gli confida che lui farà lo stesso, simultaneamente. Ruben si unisce alla classe di Diane, iniziando a socializzare con i bambini e il resto della comunità, dando a questi e a Diane anche lezioni di batteria.

Il soggiorno di Ruben alla comunità è stato fino a quel momento sostentato da una chiesa, ma Joe gli offre un modo più permanente di restare, come collaboratore, e gli chiede di pensarci. Ruben usa periodicamente il computer per vedere cosa sta facendo Lou, scoprendo che sta sperimentando la sua musica a Parigi. In cerca di soldi, fa in modo che la sua amica Jenn venda la sua batteria e altre attrezzature musicali, per poi vendere successivamente anche il suo camper, allo scopo di pagare il costoso intervento d’installazione di un impianto cocleare. Racimolati i soldi e completata la prima parte dell’intervento, Ruben si reca da Joe con la richiesta di un prestito di denaro per riacquistare il camper, mentre attende l’attivazione dell’impianto. Joe rifiuta, poiché la comunità è fondata sulla convinzione che la sordità non sia un handicap, motivo per il quale Joe, con molta delusione e rammarico, chiede gentilmente a Ruben di andarsene dalla comunità.

Una volta attivati, gli impianti consentono a Ruben di sentire, ma il suono che ne deriva è fortemente distorto e non è quello che sperava, e questo sconvolge i suoi tentativi di recuperare il suo vecchio stile di vita. Ruben, a questo punto, vola per incontrare Lou a casa del suo ricco padre Richard in Belgio, stabilendo oramai la sua nuova vita. Richard lo accoglie e gli permette di restare lì. Richard confida a Ruben che, sebbene inizialmente non lo apprezzasse, riconosce che lui ha reso Lou felice. La sera stessa è organizzata una festa, Lou e suo padre si esibiscono in un duetto, anche se gli impianti di Ruben gli impediscono di apprezzarlo appieno. Quella sera Ruben e Lou discutono della possibilità di suonare di nuovo e di tornare in tour. Ruben nota che questo rende Lou ansiosa dicendogli che va tutto bene e che gli ha salvato la vita. Lou, rattristita, dice a Ruben che anche lui ha salvato anche la sua vita. La mattina dopo, Ruben si sveglia, prende le sue cose e se ne va mentre Lou dorme ancora. Ancora una volta infastidito dalla distorsione, Ruben si siede all’aperto rimuovendo i processori dei suoi impianti, sedendosi nel più totale silenzio, ed accettando ormai che quella è e sarà la sua vita da lì in poi.

Sound of Metal – Wikipedia

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film L’amico del cuore

L’amico del cuore segue le vicende di Matt e Nicole, una coppia con due figlie piccole, la cui vita viene improvvisamente stravolta quando i medici informano Nicole di essere malata di cancro terminale. In un momento così difficile e delicato, in cui Matt deve far fronte a responsabilità sempre più grandi, il loro migliore amico decide di dargli una mano, e questo gesto si rivela una scelta più profonda e immensa di quanto chiunque potesse immaginare.

Diretto da Gabriela CowperthwaiteL’amico del cuore (titolo originale Our Friend) è un film che si basa su fatti realmente accaduti e racconta le vicende di una coppia e di un loro amico che decide di dargli una mano in un momento per loro incredibilmente delicato.

Nel cast del film, nei panni dei tre protagonisti principali, troviamo: Casey Affleck, Dakota Johnson e Jason Segel.

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film Quello che tu non vedi

Quello che tu non vedi racconta la storia di Adam, un ragazzo molto intelligente ma riservato e introspettivo. La sua lotta per non essere etichettato come diverso lo porterà a conoscere Maya, una sua coetanea brillante, schietta e spiritosa grazie alla quale tornerà a credere in sé stesso.

Adam soffre di allucinazioni visive e vive circondato da amici immaginari che si presentano nei momenti meno opportuni. Espulso a metà del suo ultimo anno di liceo a causa di un incidente durante la lezione di chimica, si trasferisce in una scuola privata per finire l’anno. Adam ha poche speranze di riuscire ad adattarsi e vorrebbe solo mantenere il segreto sulle sue continue visioni fino a quando non prenderà il diploma e potrà iscriversi all’università di cucina. Ma quando incontra Maya (Taylor Russell, Escape Room), schietta e tremendamente intelligente, scatta un’intesa istantanea alla quale non potrà resistere. Man mano che la loro storia d’amore diventa più importante, lei lo spinge ad aprire il suo cuore e a non chiudersi nella sua condizione. Grazie all’amore e al sostegno sia della sua ragazza che della famiglia, Adam lotta per la prima volta per uscire dal tunnel e per fronteggiare le sfide che lo attendono.

Articolo su TeamWorld Cinema

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Sofia, l’interprete Lis che fa ‘sentire’ le canzoni ai non udenti: “Bisogna educare alla diversità”

Sofia è un’educatrice sociale e un’interprete Lis, la lingua dei segni. E un po’ per gioco, un po’ per passione, ha iniziato a pubblicare sui social le canzoni meno note o più divertenti per riuscire a farle ascoltare anche ai non udenti. Così, in pochi minuti, Napule è di Pino Daniele è una canzone senza barriere, così come Ragione e Sentimento di Maria Nazionale. Un percorso che le ha permesso di capire che la diversità è in ognuno di noi e che utilizzare strumenti che non ci appartengono significa prendersi cura degli altri.

Articolo su Fanpage