Pubblicato in: Libri, Racconti

Sotto i Portici

3082595Sono nato in Sicilia e all’inizio non sapevo niente della città di Bologna, ma con il tempo questa città ha cominciato ad avvicinarsi lentamente alla mia vita. Quando ero bambino l’unico mezzo di comunicazione a cui avevo accesso era la televisione. I miei genitori mi piazzavano sul divano a guardare i cartoni animati, le cui sigle iniziali erano sempre cantate da Cristina D’Avena, nata a Bologna nel 1964. La sera andavo a letto presto e la televisione la guardavano i miei genitori. Ricordo che guardavano una donna che ballava e cantava: quella donna era Raffaella Carrà, nata a Bologna nel 1943.

Quando cominciai ad andare alla scuola elementare, il posto che mi fu assegnato fu quello accanto a Gianni, un ragazzino dai grandi occhi castani molto simpatico e con lui legai subito, infatti dopo breve tempo diventò il mio migliore amico. Gianni giocava a basket e questa cosa mi attirò molto. Convinsi così i miei genitori ad iscrivermi per praticare anch’io questo sport. Tutte le mattine andavo a scuola e tre pomeriggi a settimana andavo a giocare a pallacanestro insieme al mio amico Gianni. Sognavamo entrambi di diventare un giorno grandi giocatori di basket e le squadre più forti in Italia erano la Virtus Bologna e la Fortitudo Bologna.

Io crescevo e cominciai ad ascoltare la musica che proponeva la radio e questa cosa la facevo sempre insieme al mio amico Gianni. Ascoltavamo le canzoni di Lucio Dalla, nato a Bologna nel 1943 e ascoltavamo Luca Carboni, nato a Bologna nel 1962. I miei genitori, ovviamente, facevano sempre qualcosa di diverso da me e ascoltavano i Pooh, un gruppo che nasceva a Bologna nel 1962, con Dodi Battaglia che vi nasceva nel 1951.

Al termine della scuole medie iniziò una fase cruciale della mia prima adolescenza perché dovevo iscrivermi alle superiori, ma la cosa che mi turbò più di tutte fu che il mio amico Gianni fu costretto ad andare via dalla Sicilia. Suo padre aveva perso il lavoro e si dovettero trasferire per trovarne uno nuovo, in quegli anni si diceva che a Bologna fosse più facile trovare lavoro, era una città assetata di rinascita a seguito della strage di Bologna nel 1980. Gianni era andato via e io nel frattempo crescevo. Cominciai ad avere nuovi amici e tra questi c’era uno che suonava la chitarra che mi fece ascoltare per la prima volta Francesco Guccini. Quello che ricordo è che nella canzone “La locomotiva” lui diceva: “Alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno…un pazzo si è lanciato contro un treno”. Adesso io conoscevo bene il nome di quella città, ma sentirla nominare in una canzone mi faceva un certo effetto. Cominciai ad ascoltare altre canzoni di Guccini che diceva di essere un “modenese volgare” ma affermava in un’altra canzone: “Bologna capace d’amore, capace di morte”.

Ero alla superiori quando mi dissero che a Bologna nasceva Pasolini nel 1922, una figura intellettuale importante che venne ucciso a seguito di pretese sessuali e non per nascondere i suoi pensieri sulle stragi che erano avvenute in Italia. Io cominciai a capire meglio le diversità sessuali e di come, purtroppo, potevano trasformarsi in oggetto di violenze. Sempre alle scuole superiori scoprii che Anteo Zamboni, nato a Bologna nel 1911, era morto a 15 anni poco dopo il tentativo di assassinare il Duce. Da allora cominciai a provare tanto rispetto e ammirazione per quel giovane anarchico e da lì cominciai a desiderare anch’io uno stile di vita diverso da quello che provavano a impormi, volevo vivere libero di pensare e di espormi.

A 17 anni i ragazzi della mia età parlavano di musica elettronica e di rave, sentivo parlare della Street Rave Parade che si svolgeva in Europa, cioè un festival di musica elettronica che in Italia si svolgeva solo tra le strade di Bologna. Capii che io ero attirato da queste manifestazioni o da qualsiasi forma di protesta adolescenziale. Quella stessa estate guardai in televisione l’MTV Day, un festival di musica internazionale che si svolgeva a Bologna. In quella città erano presenti tante cose che mi piacevano e che non potevo avere, capivo che dovevo andarmene dalla cittadina troppo stretta nella quale vivevo, ma dovevo capire dove andare, dovevo capire cosa volevo fare. Svolsi l’esame di maturità mentre i Lunapop cantavano “Quanto è bello andare in giro per i colli bolognesi” e quella città adesso era così vicina che potevo quasi sfiorarla, ma mi mancava l’ultima spinta: dovevo scegliere l’università dove andare. Ascoltai pareri e mi documentai. Imparai che l’Università di Bologna è considerata la più antica università del mondo occidentale, che la vita della città e quella dell’università sono intimamente connesse fin dal Medioevo, facendole meritare l’appellativo di Bologna la dotta. Grande università, grande storia, grandi manifestazioni, grandi personaggi e grande la voglia che avevo di raggiungere quella città. Decisi quindi di partire per il capoluogo Emiliano e dovevo scegliere la facoltà in cui iscrivermi. Samuele Bersani cantava: “Sono a Bologna in una camera umida… sono iscritto al D.A.M.S e mi aspetta un’immensa bistecca di plastica rosa”. Io non sapevo cos’era il Dams e vedendo il film “PAZ” del 2002, ambientato nella tumultuosa Bologna, credetti di averlo capito.

Allora decisi: vado a Bologna e mi iscrivo al Dams. Andrò in quella città, dove, nel 1980, c’era stato il concerto dei “Clash” gratis in Piazza Maggiore, la piazza principale della città; dove, nel 1976, in via del Pratello era nata “Radio Alice”, una delle prime radio libere italiane; dove, negli anni ’80, nacque il primo circolo gay, dove Vasco Rossi si lasciò sedurre dalla turbolenza bolognese di quegli anni. Mi trasferii anch’io in quella città tanto rinomata e tanto ricca di aneddoti.

Quando arrivai a Bologna non fu difficile ambientarmi e mi immersi subito nella rocambolesca vita universitaria, tra le sue piazze e i suoi portici. Tutte le mattine mentre camminavo per Strada Maggiore, il profumo del pane appena sfornato mi faceva ricordare quello che un tempo preparava mia nonna in Sicilia. E restando fuori quella panetteria venivo inondato da quella fragranza che, oltre all’appetito, mi spalancava una finestra sul passato e mi metteva di buon umore, poi capitava di incontrare l’amico calabrese che studiava giurisprudenza e che mi invitava a pranzo, andavo a studiare in biblioteca e la ragazza pugliese che studiava filosofia era seduta di fronte e mi sorrideva, poi tornavo a casa e il coinquilino abruzzese studiava antropologia seduto sul divano, mi chiamava l’amica della sardegna di lingue orientali per andare a fare l’aperitivo, poi ci raggiungeva il nostro amico dell’umbria che, sotto i portici, ci mostrava le ultime riprese che aveva fatto per l’esame del Dams.

E proprio sotto i portici di Bologna una sera mi accadde una cosa particolare, ero con i miei amici a bere una birra all’Irish in via Zamboni, ero grande, ero maturo ed ero sereno. Uscii fuori per fumarmi una sigaretta, fuori pioveva ma tanto c’erano i portici. Fumavo e guardavo la pioggia che cadeva in strada, nel frattempo mi guardavo intorno con serenità e ad un tratto notai un ragazzo accanto a me. Anche lui guardava la pioggia in strada fumandosi una sigaretta. Io lo osservavo e notai due grandi occhi castani a me familiari, era un bel ragazzo con la barba incolta, il ragazzo si voltò e io spalancai gli occhi: era Gianni, il mio migliore amico delle scuole elementari. Adesso era adulto anche lui, con la barba e i capelli arruffati, ma gli occhi erano sempre uguali, gli stessi occhi che ridevano insieme ai miei da bambino, gli stessi occhi che in quel momento mi stavano fissando. Quando anche lui si rese conto dell’incontro esclamò sorridendo:

«Piero!».

«Gianni!», risposi anch’io sorridendo.

«Anche tu a Bologna?».

«Sì, sono arrivato anch’io. Tu sei rimasto qui da quando sei partito con i tuoi genitori?»

«Sì, sono rimasto qui, sono innamorato di questa città», esclamò sollevando lo sguardo verso i tetti che tagliavano il cielo e poggiandolo finalmente sui miei occhi, fissandomi, quasi per volermi comunicare senza altre parole quanto fosse felice di stare in quella città.  Io e Gianni continuammo a parlare a lungo e ci raccontammo tutto quello che ci suggeriva la testa.

Dopo questo incontro mi fu tutto più chiaro. Dopo anni che vivevo in questa città notai cose che da bambino ignoravo o che riuscivo solo a canticchiare. Notai che davvero “nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino” e che “in ogni strada c’è una buca” come dicevano le canzoni di Lucio Dalla. Vivevo quella città che mi aveva adottato e che mi ha offerto tutto quello di cui avevo bisogno anche se in principio non sapevo cosa. All’inizio non attraversavo Piazza Maggiore in diagonale o non salivo sulle torri prima di laurearmi, perché la superstizione degli studenti invitava a non farlo; andavo ai 4 angoli di “piazza grande” con un amico per sentirne la voce parlando nel muro, poi mi affacciavo dalla finestrella ubicata in via Piella per vedere il piccolo ruscello che attraversava la via, scendevo via Zamboni in bici senza pedalare perché in discesa partendo dalle due torri. Che splendida citttà Bologna. Bologna la dotta, Bologna la grassa, Bologna dalle 3T, Bologna che quando la nomini ti riempi la bocca, Bologna è troppo calda d’estate, Bologna è troppo fredda d’inverno, a Bologna non piove mai perché ci sono i portici, a Bologna piove anche in estate, poi guarda il cazzo di Nettuno, guarda il cinema all’aperto gratis in piazza maggiore in estate, facciamo una foto con Gianni Morandi, facciamo una foto con Cesare Cremonini, facciamo una foto in piazza Santo Stefano, visitiamo le 7 chiese di piazza Santo Stefano, andiamo ai Giardini Margherita, andiamo in Montagnola, andiamo in via del Pratello, in via Mascarella, in via Petroni, in piazza Verdi, fermiamoci in via delle Moline, prendiamo un gelato da Gianni, mangiamo una gramigna con la salsiccia all’osteria dell’Orsa, mangiamo anche la mortadella di Bologna e il ragù alla bolognese, facciamo aperitivo all’Osteria del sole, le crescentine sono pesanti, mangiamo una piadina con crudo e squaquerone, andiamo in Sala Borsa, andiamo al concerto, andiamo sui colli, andiamo a San Luca, andiamo al Barazzo, sediamoci a terra in piazza San Francesco, andiamo a Teatro all’Arena del sole, Bologna dei cinni, Bologna degli umarell, Bologna Che bazza, Soccia che Bologna, Bologna bam bam, Bologna Ti amo.

Piero Cancemi

 

Racconto presente in RACCONTI BOLOGNESI

Racconto presente su mEEtale

Autore:

scrittore, lettore, autore, sognatore

3 pensieri riguardo “Sotto i Portici

  1. Una dichiarazione d’amore. Mi sono rivisto in molti passaggi. Ho studiato a Bologna per la triennale e mi è rimasta dentro. Da quanto ho capito, forse, abbiamo vissuto nella stessa città negli stessi anni. Anche io mi sono traferito lì nel 2002. Grazie di essere passato dal mio blog

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  2. Io vivo a Bologna dal 2008, conosco quella sensazione di nuovo e possibile che mi dava soprattutto da adolescente quando ci venivo in treno. Non ho fatto l’università qui e molte cose le ho recuperate dopo con spirito differente, ma amo Bologna anche io rappresenta per me tanti aspetti della mia vita:la stazione e tutti quei treni presi, mia madre che prende il treno per Siracusa, il desiderio di poter fare la musicista qui, il senso di libertà di espressione. Adesso la vivo con occhi più disincantati è casa! Uno di quei luoghi di cui puoi fare a meno e da cui non sai stare lontano.

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