Pubblicato in: Libri, Racconti, Validi

Una Settimana e un Sorriso

racconto presente nel libro LA BESTIA NON CORRE pubblicato nel 2013 da Vertigo Edizioni
(3° posto al concorso “Salvatore Quasimodo”; Attestato di Merito al concorso “Luce dell’Arte”; Segnalazione di Merito al concorso “LeggiadraMente”)

Featured Image -- 3451Un giorno come tanti per Riccio. Ritornò a casa molto stanco dal lavoro, si sdraiò sul letto e mise le mani dietro la testa poggiata sul cuscino. Fissava la parete bianca sguarnita sopra di lui e cominciò, come al solito, a pensare, scontrandosi con vortici di immagini che avrebbero rappresentato i probabili futuri che desiderava, quei futuri formati da possibili combinazioni, senza che mai si fosse presentata alcuna occasione per poterli trasformare in qualcosa di concreto. Si accontentava di pensare ai suoi progetti e ai suoi desideri, non riuscendo mai a farli diventare qualcosa di reale.

Riccio viveva da solo in appartamento e con il passare del tempo era diventato una persona noiosa e abitudinaria. Aveva fatto tante scelte importanti nella sua vita, ascoltando esclusivamente la sua impulsività ed evitando i compromessi presentati nel percorso della sua crescita. Aveva avuto una vita disordinata e molto movimentata ma, a causa della sua malattia, si era tranquillizzato così tanto e così pesantemente che, sporadicamente, pensava di non essere più in grado di reggerne il peso.

Riccio stava male perché aveva smesso di sperare, aveva smesso di credere e aveva smesso di sorridere. Per attenuare le sue tristi notti insonni ricominciò a fumare marijuana solo per assentarsi mentalmente prima di dormire, per vivere sogni che continuavano il cammino dei suoi pensieri che lo vedevano correre felice.

1. Una sera come tante si sporse in piedi dalla finestra della sua stanza, per fumarsi la solita mezza canna prima di andare a letto. Notò che dalla finestra di fronte, ma del piano superiore, si era alzata la tapparella e a seguire si era accesa una luce nella stanza. Lui fumava la sua canna e guardava incuriosito. Erano le 23:40 e non aveva mai visto quella luce accesa a quell’ora. A un tratto vide affacciarsi una persona. Capì che era una donna, ma non vedeva bene il volto, a causa dell’oscurità della notte e dalla distanza di circa dieci metri che li separava, vedeva solo lunghi capelli scuri ondulati. Vide la donna accendersi una sigaretta; lui nel frattempo era giunto a mezza canna, diede un’ultima boccata e la spense a metà nel posacenere, chiuse la finestra e si mise a letto assuefatto dal thc.

2. Il mattino seguente Riccio andò in ufficio, si sedette alla sua postazione e procedette con il suo semplice lavoro davanti al Pc. Come al solito prestava poca attenzione alle futili chiacchiere dei colleghi e continuava a lavorare, ligio al dovere. Al termine della giornata tornò a casa e seguì la solita sequenza di azioni che lo portarono davanti alla finestra, allo stesso orario della sera precedente, con lo scopo di terminare la mezza canna lasciata nel posacenere. Erano le ore 23:45 e la luce della finestra di fronte si accese. Si ripeté la stessa scena della sera prima, lui fumava mezza canna e la misteriosa persona di fronte, una sigaretta. Questa volta il tempo di condivisione dedicato a fumare aumentò di qualche minuto e ogni tanto uno dei due lanciava uno sguardo verso l’altro. Al termine della canna Riccio diede l’ultima boccata e spense la cicca nel posacenere. Questa volta Riccio non fece i soliti pensieri autolesionisti sulla vita, questa volta si addormentò con una nuova curiosità.

3. Mattina seguente, solita routine. Ma quella volta, al termine dell’orario d’ufficio, Riccio andò in palestra riabilitativa. Dopo una cena in completa solitudine, alle ore 23:40 si sporse fuori dalla finestra della sua stanza. Notò che dalla finestra a cui prestava attenzione si accese la luce e lei uscì, si accese una sigaretta e guardò Riccio dall’alto. Iniziò così un intenso scambio di sguardi, uno fumava la canna guardando in alto, l’altra fumava la sigaretta guardando in basso.

«Ciao!» ruppe il ghiaccio Riccio.

«Ciao!» rispose la misteriosa ragazza.

«Non è la prima volta che ti vedo fumare a quest’ora» continuò lui.

«Solitamente fumo sempre una sigaretta prima di coricarmi» rispose lei con voce bassa e suadente.

«Anch’io. Infatti dopo questa andrò a letto».

«Ma quella, dall’odore, non mi sembra una sigaretta» esclamò lei accennando un sorriso.

Lui fece una lieve risata e a bassa voce continuò: «Sì, hai ragione. Ma dopo questa andrò a letto ugualmente».

«È il tuo momento di relax?» domandò lei.

«Esatto. Anche questa sigaretta è il tuo momento di relax?» controbatté Riccio.

«Sì».

Riccio non volle aggiungere altro.

«Buonanotte, vado a letto» le disse gentilmente.

«Buonanotte» gli rispose.

Chiuse la finestra, la tapparella e affondò nel letto. I pensieri erano sempre i protagonisti della sua mente, ma questa volta nessun pensiero su scelte utopiche o situazioni immaginarie, solo domande sulla ragazza con la quale aveva appena dialogato. Ma il sonno fece terminare questi banali punti interrogativi per tutta la notte.

4. Lavoro e pausa pranzo da solo. A lui piaceva stare da solo sulla panchina nel parco che attraversava per tornare in ufficio, i pensieri e i desideri arpeggiavano in quei momenti rintanandosi nella sua testa. Riccio aveva smesso di guardarsi intorno e aveva iniziato a guardare solo dentro di sé. Al termine della giornata lavorativa, tornò a casa in macchina, parcheggiò nel solito posto riservato agli invalidi, scese e si diresse verso casa. Al solito orario si affacciò alla finestra e la luce della stanza di fronte si accese. Lui continuò a fissare in alto. Lei uscì e si accese una sigaretta guardando in basso.

«Ciao!» disse subito lei.

«Ciao!» rispose lui sorridendo, «come è andata la giornata?».

«Sono stata tutto il giorno a studiare, solo adesso sono riuscita a staccare la faccia dal libro».

«Cosa studi?» domandò Riccio.

«Psicologia. Tu invece? Lavori? Studi?» domandò lei mostrando interesse.

«Io lavoro, sono un banalissimo impiegato della pubblica amministrazione, anche se sono laureato in storia antica» rispose Riccio.

«Bello!» esclamò lei.

«Esatto. In questo periodo è difficile trovare lavoro. Quindi mi ritengo fortunato. Tu che anno frequenti di università?».

«Sono all’ultimo anno di specialistica, mi mancano gli ultimi tre esami per concludere».

«Quindi a breve sarai una psicologa».

«Esatto. Magari un giorno indefinito, in un futuro ipotetico e imprecisato, ti potrei psicanalizzare» disse lei con voce suadente.

«Può darsi. A volte provo a psicanalizzarmi da solo, ma a ogni auto-psicanalisi il mio inconscio mi convince che non devo più auto-psicanalizzarmi» disse Riccio sorridendo.

Questa frase fece sorridere anche lei.

«Per quale esame ti stai preparando?» chiese lui.

«Mi sto preparando per l’esame “Disfunzioni del sistema cognitivo e disagio psicologico”».

«Sembrerebbe interessante».

«Sì molto. Solo che, dopo svariate ore di studio, i disagi psicologici comincio ad averli io» esclamò lei sorridendo.

I due si guardarono per qualche secondo, dopo lei disse: «La mia sigaretta è terminata, adesso andrò a dormire».

«Anche la mia, chiamiamola sigaretta, è finita. Vado a nanna. Buonanotte… non so come ti chiami, io mi chiamo Riccio».

«Buonanotte Riccio, io sono Marmotta».

«Buonanotte Marmotta».

Entrambi rientrarono all’interno delle proprie stanze. Riccio era sballato e sorrideva da solo con gli occhi semi chiusi. Non aveva fatto niente di speciale, aveva semplicemente scambiato qualche parola con una nuova persona.

5. Il giorno seguente, dopo il lavoro, Riccio tornò a casa e poggiò le stampelle accanto la scrivania. Alle 23:30 vide la ragazza accendersi la sigaretta dalla finestra del piano di sopra.

«Ciao Marmotta» disse subito.

«Ciao Riccio, tutto bene?» domandò lei con aria felice.

«Sì, tutto bene. Oggi è stata una giornata tranquilla a lavoro. Tu invece? Hai terminato di studiare?».

«Praticamente sì, una giornata estenuante. Ma vivi da solo?» domandò lei cambiando discorso.

«Sì. Sono solo in casa. Come l’hai capito?».

«Se altri ragazzi vivessero con te, fumeresti con loro».

«Non è detto. Prima vivevo con due ragazzi in questo appartamento, ma loro non fumavano e in quel periodo non sentivo l’esigenza di abbellire l’arredamento dei miei sogni» spiegò lui.

«Non fidarti mai dei sogni, per quanto belli possano essere. Si può restare delusi quando ci si accorge che la realtà è differente» ribatté Marmotta.

«Per me i sogni rappresentano esclusivamente quei difficili traguardi da raggiungere, se fossero facili, non sarebbero così entusiasmanti da meritarsi un’adeguata scenografia nella mente».

«Certo. Ma per raggiungerli non bisogna stancarsi mai di inseguirli, altrimenti finirebbero di essere considerati sogni» concluse lei, sorridendo e guardando in basso.

«Tu, per caso, sei un sogno?» domandò lui incurvando le sopracciglia.

«Potrei essere quel sogno che hai sempre cercato a tua insaputa. Oppure potrei essere la semplice dirimpettaia del piano di sopra. Tu invece? Cosa potresti essere?».

«Io mi considero un semplice ragazzo diventato la marionetta dei propri pensieri, rischiando di perderne il controllo».

I due si guardarono e sorrisero appena, quel poco che basta per essere visibile a entrambi nel chiarore della notte.

«Tu invece? Vivi con altre persone? O sei sola come me?» domandò Riccio.

«Vivo con i miei genitori, viviamo in questa casa da poco tempo» spiegò Marmotta, «mi piacerebbe vivere da sola, ma per motivi logistici, al momento non posso. Com’è vivere da soli?».

«La propria identità si scopre quando si sta da soli, in questo modo ho imparato a conoscermi meglio» spiegò con tono serio.

Marmotta non disse niente, ma continuò a osservarlo dall’alto, come se, quello che aveva appena detto, l’avesse colpita.

«Buona notte Riccio. Vado a dormire adesso, è stato bello parlare con te» confessò lei.

«Buona notte Marmotta. Anche per me è stato bello parlare con te» rispose lui.

6. Il giorno dopo, sabato, Riccio non lavorava. Rimase a letto fino a tardi. Poi si lavò, mangiò qualcosa e alle 14:00, decise di guardare dalla finestra della sua stanza per riuscire a intravedere Marmotta alla luce del sole. Riccio osservava, ma nessun corpo si muoveva dall’altra parte, nessun movimento e nessuna presenza. La sigaretta terminò, ma lui restò in piedi a osservare imperterrito, senza fare nessun movimento, senza batter ciglia, restò semplicemente in piedi poggiato sui gomiti. Erano 20 minuti che stava in piedi e le gambe non riuscirono più a reggere il peso del suo corpo. Si staccò dalla finestra e si distese sul letto. Restò da solo in casa tutto il giorno, cercando di far passare il tempo guardando la tv. La sera era giunto il momento di fumarsi la solita mezza canna. Fumava e guardava la finestra del piano di sopra. Si accese la luce e uscì lei.

«Ciao Riccio! Speravo di vederti» esclamò.

«Ciao Marmotta. Anch’io speravo di vederti, ma pensavo fossi uscita stasera».

«Esco poco il sabato sera. Gli amici con cui uscivo frequentemente hanno intrapreso strade diverse e spesso sono da sola» spiegò subito lei, poi continuò: «Anche tu non sei uscito stasera. Per caso è per lo stesso motivo?» domandò.

«Esatto. Una volta uscivo sempre, anche troppo, conducevo una vita divertente, incasinata e avevo tanti amici, ma adesso sono quasi sempre da solo. È cambiato tutto per me».

«È normale, si cresce e si danno priorità a scelte che un tempo non avresti mai immaginato. Ognuno imbocca strade diverse e le persone si dividono» disse lei, poi continuò: «Questi sono discorsi troppo paranoici Riccio, poi i ricordi prendono il sopravvento e si finisce di non essere più sereni».

Riccio sorrise al termine della frase di Marmotta, poi esclamò con aria seria: «Quando la maschera della serenità mostra delle crepe, bisogna solo essere bravi a nasconderle».

«Quando si è una persona forte… ma essere forte non è solamente essere bravo a nascondere le proprie debolezze, è riuscire a non crollare» ribatté subito lei.

Riccio, affascinato da quello che diceva Marmotta, la osservava restando in silenzio.

«Per caso ti ho stupito? Perché resti in silenzio?».

«Chi resta in silenzio ha solo voglia di urlare».

Sorrise lei adesso, poi disse: «So bene cosa vuoi dire. Ti conosco da qualche giorno, ma penso che abbiamo tante cose in comune. Forse c’è qualcosa, dentro di te, che ti fa stare male».

«Può darsi. Ma basta fare discorsi troppo paranoici, come dicevi prima. Questo è il nostro sabato sera, lo stiamo trascorrendo insieme, è come se fossimo usciti assieme. Ma non riesco a vederti bene al buio e a distanza, non so di che colore hai gli occhi» disse Riccio allargando un sorriso.

«Ho gli occhi castani. Tu invece?».

«Io ho gli occhi azzurri».

«Belli!» esclamò lei ad alta voce.

«Forse è l’unica cosa bella che penso di avere».

«Dai Riccio, non sminuirti. Chi pensa male vive male».

«Hai ragione. Sono abituato ad avere pensieri negativi e purtroppo non so come uscirne» esclamò sorridendo.

«Ne puoi uscire in questo modo: sorridendo» disse Marmotta, «dimmi qualcosa che ti fa stare bene, un momento in cui potresti essere felice, qualcosa che ti piace guardare».

«Ma… Non so, forse il tramonto, oppure le onde che terminano sulla riva di una spiaggia in un pomeriggio d’autunno; non so… forse ho detto qualcosa di troppo banale».

«Può darsi, ma sicuramente sono riuscita a farti pensare a qualcosa che ti fa stare bene».

Riccio la osservò e sorrise di nuovo.

«Era tanto che non sorridevo sinceramente. Mi piacerebbe conoscerti meglio, vorrei vederti alla luce del sole, vorrei parlarti nella vita reale, quella che si vive quotidianamente, vorrei incontrarti. Tu riesci a farmi sorridere».

«Anche a me piacerebbe conoscerti fuori da questo contesto particolare. Ma tutto non è sempre così bello come può sembrare all’inizio. Ho bisogno di tempo per poterti incontrare» spiegò Marmotta.

«Non ne capisco il motivo, ma rispetto le tue decisioni. Hai sostituito gran parte dei miei pensieri…diciamo, poco felici» rispose Riccio.

Lei lo guardava e non diceva niente, ma sorrideva. Riccio la guardava dal basso fino a quando Marmotta interruppe questo silenzio durato troppi secondi: «Domani hai impegni?».

«No» rispose subito Riccio.

«Di pomeriggio intendo. Sei impegnato?».

«No».

«Quindi sei a casa da solo».

«Sì»

«Ti va di vederci alla luce del sole? Sempre dalla finestra intendo».

«Sì, certo».

«Allora fissiamo un appuntamento e così ci vediamo con il sole».

«Va bene, magari vedendoci alla luce del sole potremmo decidere di vederci per strada».

«Domani vedremo, non correre. Va bene per le 16:00?».

«Va benissimo».

«Vado a letto adesso. Buonanotte Riccio».

«Buonanotte Marmotta».

I due chiusero le finestre e si tuffarono nel letto. A entrambi cascarono a terra le stampelle poggiate nei loro letti, come se fossero sincronizzate, il rumore accadde nello stesso momento, ma questo non lo sapranno mai. Loro non toccarono niente e si addormentarono sorridendo.

7. Era domenica, Riccio era a casa e non vedeva l’ora che arrivassero le ore 16. Si regolò la barba allo specchio, si lavò e si pettinò; mangiò qualcosa e si lavò subito i denti. Si diresse alla finestra alle ore 16 esatte. Sbucò fuori lei, non sorrideva, allargò gli occhi e osservava Riccio alla luce del sole. Lui faceva la stessa cosa, ma sorridendo. Dopo qualche secondo, lei iniziò a parlare:

«Ciao Riccio».

«Ciao Marmotta».

«Quindi sei tu? Il Riccio con cui mi piace parlare durante la notte» sorrise anche lei.

«Sì, sono io e tu sei stupenda» esclamò subito senza trattenersi. Lei aveva i capelli castani, lunghi e ricci, un viso dolce e molto chiaro, un nasino sottile e aquilino, due grandi occhioni color castano chiaro.

«Grazie. Tu sei esattamente come sembri la sera» rispose lei.

«Spero sia un complimento».

«Penso di sì. La sera mi piaci molto. Adesso voglio solo capire se riuscirai ad affascinarmi e a incuriosirmi come fai durante le chiacchiere che accompagnano la nostra buonanotte».

«Questa volta sto fumando una semplice sigaretta, voglio essere completamente lucido e poco paranoico».

«Ma noi, finora, abbiamo imparato a conoscerci grazie alle tue paranoie».

«È vero, ma adesso voglio farmi conoscere senza quelle paranoie. Parlare con te mi fa stare bene, mi fa pensare solo a te».

«Mi fa piacere che le mie stupide frasi ti facciano stare bene».

«Scusami se non ti sto facendo studiare in questo momento» cambiò argomento Riccio.

«Non ti preoccupare, non sto tutto il giorno a studiare, tutti facciamo delle pause. Anch’io ero curiosa di vederti alla luce del sole».

«Allora parliamo, dimmi qualcosa di te, dimmi chi sei, dimmi cosa ti piace, dimmi qualsiasi cosa».

«Sono tante le cose che vorrei dirti, ma sono anche tanti i motivi per non dirtele subito. Tu come avevi immaginato questo momento, questo nostro incontro alla luce del sole?» domandò Marmotta.

«Non mi sono immaginato niente perché nel preciso momento in cui si immagina qualcosa, l’unica cosa che diventa reale è la consapevolezza che non succederà mai. Voglio solo scoprirlo non lasciando spazio all’immaginazione, voglio conoscerti nella pura semplicità, senza aspettative e senza illusioni, voglio conoscere meglio la ragazza che mi fa andare a letto felice senza averla mai nemmeno sfiorata».

Marmotta sorrise dalla finestra, lo guardava dolcemente, come se fosse commossa dalle sue frasi, poi disse:

«Sei dolcissimo Riccio, vorrei incontrarti, vorrei vederti fuori, ma prima devo informarti su un particolare».

«Anch’io dovrei dirti una cosa prima di vederti. Ma comincia tu, dimmi» chiese gentilmente Riccio.

«Io ho dei gravi problemi di salute, cioè, mi viene difficile spiegartelo, non riesco a muovermi bene… non mi reggo in piedi…».

«Fermati Fermati, non dire più niente» la interruppe subito lui, «Anch’io non riesco a muovermi bene, ho bisogno di sostegni per poter camminare. Penso che di queste cose dovremmo parlare di persona, non è giusto farlo dalla finestra, non pensi?».

«Sì, hai ragione Riccio. Incontriamoci giù e vediamo cosa succede».

«Va bene. Incontriamoci per strada, a metà tra le due finestre».

«Va bene».

I due si guardarono ed entrarono dentro. A Riccio tremavano le gambe, non per l’emozione, ma tremavano perché era in difficoltà con l’equilibrio, anche se aiutato dalle stampelle. Era felice e non vedeva l’ora di incontrare Marmotta. Camminava a passo rilento attraversando il corridoio, giunse all’ascensore e scese al piano terra. Uscì fuori dalla porta e, trovandosi all’esterno, non era presente nessuno in strada. Guardava il cancello dell’altro palazzo ma nessuna presenza, poi sentì il rumore di apertura. Uscì fuori il volto di lei, a seguire una stampella, poi l’altra, uscì fuori tutto il suo corpo. Riccio la osservava, era bellissima. La guardava camminare, lei alzò lo sguardo, vide che anche lui era con due stampelle. Espose una faccia dubbiosa, andò avanti ugualmente e ogni tanto lo guardava sorridendo. Si avvicinarono entrambi lentamente, si guardarono, sorrisero e finalmente arrivarono uno di fronte all’altra.

«Ciao Marmotta!» disse subito lui.

«Ciao Riccio» rispose lei con aria seria.

«Penso che non te l’aspettavi questo».

«Effettivamente no».

«A me piace tanto parlare con te. A volte parlare con una persona, senza doversi nascondere, senza avere inibizioni e cercando solo di essere se stessi, aiuta a mostrare quelle qualità che resistono al male che si porta dentro. Mi piacerebbe conoscerti meglio perché mi hai incantato».

Lei titubò un po’ e poi disse guardandolo negli occhi: «Anche tu mi hai colpita molto. Finora ho fatto in modo di vedere sempre l’altra faccia della medaglia, provare a trovare la minima cosa positiva alla grande cosa negativa, crearmela nella mente con l’esclusivo scopo di non stare peggio di come già stavo. Poi sei sbucato tu da quella finestra e la minima cosa positiva è diventata sempre più grande».

Riccio continuò a guardarla negli occhi, lei tristemente accennò una lacrima, ma anche lui inconsciamente rispose allo stesso modo, ma sorridendo disse: «Anch’io ho imparato a non pensare a quello che mi fa stare male e adesso voglio solo conoscerti meglio, tu mi fa stare bene».

Lei sorrise e si asciugò le lacrime reggendosi su una sola stampella, poi riprese la parola: «Va bene, sono curiosa di sapere chi sei, cosa hai fatto nella vita, cosa cerchi adesso, quali sono i tuoi sogni».

«Ne parleremo se vuoi. Ho tante storie da raccontare, ho tanta voglia di parlarne, ho voglia di farti sapere chi ero e che Bestia sono stato. Quali sono i miei problemi e quali i miei sogni. Quando si raccontano le proprie storie si rivivono i ricordi e ci si rituffa di nuovo dentro a quei momenti che hanno trasmesso emozioni e che non si dimenticheranno mai. Io starò a raccontarti tutte le storie che vorrai finché non ti stancherai e finché avrai la pazienza di ascoltarmi».

«Io ti ascolterò Riccio. Anch’io voglio raccontarti la mia vita, anch’io ho tanto bisogno di parlare e di raccontarti le mie storie».

Finita la frase entrambi sorrisero. Andarono lentamente a casa di Riccio, si sedettero sul divano e iniziarono a parlare, entrambi volevano conoscersi meglio, entrambi avevano voglia di raccontarsi e ascoltarsi, entrambi avevano voglia di essere felici.

 

Una Settimana e un Sorriso in La bestia non corre

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scrittore, lettore, autore, sognatore

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