Pubblicato in: Libri, Racconti, Validi

Pakhet

racconto presente nel libro LA BESTIA NON SI FERMA pubblicato nel 2016 da Eretica Edizioni

(Menzione d’onore per il Premio Culturale Nazionale “Gian Galeazzo Visconti”; Attestato di Merito al concorso “Luce dell’Arte”)

unicamilano

CopertinaLe onde si rompevano delicatamente sulla riva come se la accarezzassero, il sole splendeva e un soffio di vento rinfrescava l’aria. Riccio era a petto nudo e in costume da bagno, giunse al bancone di un chiosco sulla spiaggia e chiese due birre. Il suo amico Lupo, anche lui con addosso solo un costume da bagno, afferrò di scatto le birre e sorridendo puntò l’amico dai suoi grandi occhi celesti. I due si diressero verso il tavolino e si sedettero sulle sedie che giacevano intorno; accesero una sigaretta ciascuno, brindarono senza dire una parola e iniziarono a sorseggiare la birra.

«Oggi la spiaggia è deserta. Dove è finita la gente?» domandò Riccio guardandosi intorno.

«Non lo so, però a volte è bello non incontrare persone, si evitano pedanti domande prive d’interesse in cui si è costretti a dare banali risposte» rispose Lupo.

«Sì hai ragione. Spiaggia vuota, mare cristallino, le onde che terminano lentamente sulla riva accompagnate da un vento lento quasi cullante, poi la birra fresca in mano, io me lo immagino così il paradiso».

Lupo lo guardò accennando un sorriso.

Ad un tratto una figura attirò il loro sguardo: nella spiaggia deserta una ragazza si stava avvicinando al bancone e i due amici cominciarono a osservarla attentamente. Era una ragazza di colore che indossava uno stretto bikini cobalto e un paio d’infradito nere, aveva due lunghe gambe dalle caviglie sottili, il ventre piatto e un seno prosperoso, retto dagli elastici della parte superiore del bikini, in viso comparivano due labbra carnose e un paio di occhiali da sole le coprivano gli occhi. I due la osservavano cercando di non essere troppo invadenti, ma lei notò di essere scrutata e ricambiò con un sorriso e aria compiacente. La ragazza arrivò al bancone, poggiò i gomiti mettendo in mostra il sedere, coperto solo da un tanga cobalto che divideva le due natiche, artefici di curve perfette. I due ragazzi spalancarono gli occhi con aria felice.

Arrivò il barista e lei, sorridendo, gli chiese:

«Una bottiglia di birra per favore». Poi aggiunse: «Gentilmente mi può dare la stessa bottiglia che hanno preso quei due ragazzi che mi stanno guardando il culo?» e si voltò di scatto verso Riccio e Lupo. I due non si mossero ma passarono lo sguardo malizioso dal fondo schiena al volto.

La ragazza agguantò la bottiglia dal bancone e andò a sedersi al tavolo con i due ragazzi.

«Ciao, io sono Pakhet» disse lei porgendo la mano.

«Piacere! Io sono Riccio» rispose subito sfiorandole la bella e delicata mano.

«Piacere! Io sono Lupo» intervenne l’amico.

«Io lo so chi sei tu» rispose lei sorridendo.

«Lo so bene, non volevo sorprendere troppo il mio amico» disse Lupo voltandosi.

Riccio guardò i due e poi aggiunse:

«Effettivamente mi hai stupito Lupo, siamo amici da anni e non mi hai mai parlato di questa ragazza, non riesco a capire come e quando vi siete conosciuti».

Pakhet rivolse lo sguardo a Riccio e disse:

«Mi avresti conosciuto. Prima o poi, tutti mi conoscono».

«Ma chi sei? Da dove vieni? Quando hai conosciuto Lupo?» domandò Riccio incuriosito.

«Io sono un desiderio, oppure una speranza» rispose Pakhet alzando gli occhiali da sole e mostrando i suoi luccicanti occhi dall’iride bronzea. Poi continuò:

«Io mi faccio vedere poco e una di quelle volte, purtroppo, ho conosciuto Lupo» concluse stringendo il polso di lui.

Riccio, con aria stranita, guardava l’ambrata dea sorridere mentre accarezzava il braccio di Lupo. Poi lei si rivolse a Riccio e domandò con voce suadente:

«Vuoi venire con me?».

«Dove? Perché dovrei venire con te?» domandò Riccio con tono serioso.

«Nel posto dove tutti desiderano andare prima o poi».

Riccio balzò in piedi spaventato, spalancò la bocca per gridarle in faccia “Dove?” e “Perchè?” ma provando a urlare non fuoriuscì nessun suono, la sua bocca si muoveva senza emettere alcun rumore. Riccio si sforzava ma non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Lei si avvicinò ad appena un millimetro dalle sue labbra e… con voce calda, seducente e rassicurante gli sussurrò:

«Ama la tua vita Riccio, percepiscine i suoi profumi, ammira quello che riesci a vedere, apprezza i suoni che ti circondano, rispetta quello che sfiori, elogia le tue gambe che ti reggono in piedi e ammira la forza che ti permette di affrontare le giornate, adora tutto quello che vivi insieme alle sue sfumature gustandone tutti i sapori. Devi infatuarti della cosa più importante che hai, la Vita».

Riccio l’ascoltò pietrificato osservandola fissa negli occhi, fino a quando gli stessi occhi diventarono dei lampi di luce scintillanti e si trasformarono in un bagliore che l’accecò. La luce diventò una parete bianca, era la parete del soffitto sopra di lui. Riccio era sdraiato sul letto, aveva una mascherina artificiale sulla bocca, utile per respirare. Si voltò lentamente e vide persone in piedi accanto a lui, iniziò a scuotere la testa e a muovere le braccia che avevano dei tubicini infilzati. Un’infermiera si avvicinò e gli tolse la mascherina dal volto. In quel preciso istante lui iniziò a urlare:

«AAAHHH! DOV’E’ PAKHET?», questa volta le urla si udirono.

«Riccio chi è Pakhet?» domandò sua madre seduta accanto, incredula e con la voce spezzata dalle lacrime.

«Prima ero con Lupo e Pakhet era la sua amica, una bellissima ragazza di colore. Lei…lei, mi stava dicendo delle cose, dando consigli, ripeteva che mi voleva portare in un posto, in un posto dove tutti vogliono andare e.. poi…».

«Riccio» la mamma lo interruppe accarezzandogli dolcemente la testa per tranquillizzarlo, «Lupo non c’è più, se ne è andato tropo presto, ricordi? Hai sognato tutto, tesoro. Tu adesso sei in ospedale e sei vivo. Un mese fa hai avuto un brutto incidente e da allora non hai aperto più gli occhi, né ti sei mosso, né hai parlato; ma adesso sei tornato».

Riccio improvvisamente capì. Capì che il suo amico Lupo lo stava aspettando e che il senso di quell’incontro, forse, era per iniziare a credere in un Dio, finora a lui sconosciuto. Riccio sospirò, guardò il soffitto bianco e pensò che tutte quelle frasi che fino a quel momento gli sapevano di banale adesso erano intrise di valore. Ora aveva una verità, un inizio da cui ripartire. Scoprì il valore della vita solo quando stava per baciare la morte, così come il peso che si dà alle cose, quando non ci sono più. Da questo incontro, Riccio, aveva capito che si danno immagini piacevoli a quello in cui si spera, che la mancanza delle persone che ci hanno abbandonato è troppo forte e per questo le ritroviamo almeno in quell’ipotetico aldilà, fatto di sogni, di desideri e di speranze. In un attimo la fine era diventata per lui un nuovo inizio.

Pakhet in La bestia non si ferma

Pakhet su mEEtale

Autore:

scrittore, lettore, autore, sognatore

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