Pubblicato in: Racconti, Validi

Il tacco rosso

Racconto presente nell’antologia RACCONTI EMILIANO-ROMAGNOLI pubblicata da Historica Edizioni a Giugno 2019
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IL TACCO ROSSO

Nella mia attuale vita priva di luce s’illuminava solo l’immagine di lei nell’oscurità della mia mente. Non riuscivo a dimenticarla, né a fuggire dall’odore della sua pelle ancora attaccata prepotentemente al mio corpo. Continuavo a scrutare i suoi occhi tra gli abissi dei ricordi, ma il suo cuore era sempre stato un’utopia per me. Una parte di lei non era mai andata via, era rimasta ad osservarmi mentre provavo a farmi del male. Non riuscivo a stare meglio, neanche dopo il solito alcool, la solita droga, le solite sigarette e il solito valium. Ero stato abbandonato in un periodo di giorni cupi e notti insonni con in bocca solo sigarette raccattate tra le oscure strade di Bologna.

Ma una sera la rividi e sarà difficile dimenticare quella sera maledetta.

Stavo uscendo dalla solita osteria, ero ubriaco, sporco di vino e con i pantaloni sporchi di piscio. Era una sera come tante altre. Scroccavo e accendevo una sigaretta all’uscita, il mio sguardo appannato intravide un tacco rosso tentennante tra la nebbia illuminata solo da una luce bianca sfocata prodotta da un vecchio lampione. Il tacco rosso era solo, la seconda scarpa non si vedeva, provavo a cercarla con gli occhi ma non riuscivo a trovarla. Forse ero troppo sbronzo o forse la nebbia era troppo fitta, non capivo; ma poi sbucò un piede nudo fine e delicato, orfano di tacco, privo di smalto e con una libellula tatuata sulla caviglia. Io mi pietrificai: conoscevo quella libellula che provava a volare sull’asfalto bagnato. Decisi di incamminarmi verso quella libellula perché ricordavo di averla amata. Lentamente ricostruivo quello che veniva proposto al mio sguardo curioso e speranzoso. Era lei: Emma.

Poteva essere un miraggio tra la nebbia, ne ebbi la certezza quando vidi come destreggiava la sigaretta tra le dita dallo smalto rosso, conoscevo solo lei che faceva quelle giocolerie con la sigaretta. Mi avvicinai mestamente e lento, quando lei si voltò riuscì anche a catapultarsi fuori dalla mia mente, trafiggendomi con i suoi occhi dal trucco sbavato colmi di lacrime e stupore.

Emma mi guardò senza dire niente e poggiando la sigaretta tra le labbra sporche di rossetto mi domandò:

Che vuoi?”.

Te!…Da sempre!” le risposi con la mia solita sicurezza balbettante.

Lei mi guardò dalla sua ammaliante iride azzurra in continuo movimento, senza dire una parola.

In quel momento non riuscii a interrompere lo scorrimento dei ricordi nella mia testa di quando vivevamo insieme.

Ricordavo che quando mi svegliavo lei non era mai accanto a me, ma la trovavo in salotto nuda coperta solo da un cardigan lungo che riusciva a coprire solo il suo seno privo di curve e parte del suo culo. Emma aveva un bel culo, era magrissima, senza tette, costole avidamente in mostra, ma aveva un bel culo con delle curve. Ricordo che durante quei risvegli lei mi guardava con il solito sguardo stralunato e spento. Gli occhi azzurri non bastavano a farle sembrare lo sguardo più acceso. Solo le lunghe occhiaie davano segni di vita al suo bianchissimo volto, facevano da contorno alle sue pupille che fissavano il pavimento per cercare qualcosa. Io restavo sempre in mutande sul divano, e mentre cercavo le sigarette Emma cercava i suoi amati psicofarmaci. Quando provava a stare ferma il fumo prodotto dalla sigaretta penzoloni sulle labbra le offuscavano lo sguardo; questa mancanza di realtà forse riusciva a rasserenare la sua agitazione catatonica. Approfittavo di quei momenti per chiederle di preparare un caffè. Lei mi guardava e mi mandava a fanculo. Io preparavo il caffè e una spada da iniettare in vena.

Dopo il nostro buco eravamo già arrivati al giorno dopo, poi a quello dopo, poi all’altro, poi a quello ancora.

Quanti bei ricordi quando cercavamo il tempo perso.

Facevamo le marchette per procurarci da vivere, ma dopo avevamo smesso. Eravamo scappati l’uno dall’altra per non essere continuamente tentati dalle nostre dipendenze.

Io avevo smesso di drogarmi ma non avevo smesso di fare marchette, mi facevo solo di alcool, fumo, morfina, valium, xanax, uomini e donne. Niente di così insolito, mi autogiustificavo nella mente.

Bologna riusciva ad accontentarmi.

Ma quella sera Emma mi scaraventò nuovamente nella sua palude.

Lei era su una scarpa col tacco rosso, con il rossetto sbavato, colma di lacrime che aiutavano la matita sugli occhi a sporcarle l’intero volto; un vestito rosso succinto strappato mentre i capelli castani erano pettinati solo grazie allo sperma che ancora contenevano.

Eri sempre bellissima Emma, ma forse eri peggiorata.

Da dove esci fuori Emma?” le chiesi aiutato dal mio sguardo arreso.

Esco fuori da un gioco di gruppo tra persone nude e felici” spiegò sogghignando.

Emma si interruppe, ruotava le orbite degli occhi, poi aggiunse sottovoce “Sicuramente quei fottuti negri e musi gialli mi stanno cercando”.

Sbarrai leggermente gli occhi piegando la testa di lato, la fissai per qualche secondo e riuscii solo a chiederle:

Pagano bene?”.

Lei mi guardò e non mi rispose. Emma non era cambiata.

Era lì davanti a me, vestita con abiti non suoi ma strappati, con una sola scarpa al piede, i capelli sporchi di sperma, trucco sbavato sulle guance e mi fissava come un cane abbandonato in autostrada sotto la pioggia. Allora feci quello che faccio sempre in questi casi: pensai di prendermene cura.

Mi avvicinai lentamente e lei riuscì solo a domandarmi “La borsa?”.

Da quando una borsa è così importante per te?” le domandai.

Da quando è piena di soldi, coglione!” rispose con aria seria.

Quelle parole mandarono in tilt il mio cervello e mi proiettarono in un futuro ipotetico fatto di eroina, sesso multi etnico, clown, cavalli, cocaina, pianoforti elettrici, ukulele, telefoni satellitari, Ferrari a forma di panda, panda a forma di Ferrari, pernacchie, ingoi, buchi, buchi dell’ozono…e su buchi dell’ozono mi fermai a riflettere per domandarle:

Ma riusciamo a riparare il buco dell’ozono con quei soldi?”.

Emma mi guardò con aria basita senza dire una parola, si voltò e zoppicando sul suo tacco rosso sotto la pioggia andò a prendere il grande borsone, adagiato sulla pozzanghera formatasi di lato. Lo prese, lo aprì e mi fece vedere le banconote che conteneva.

Questi sono soldi cinesi…o giapponesi…o negri…o che cazzo ne so, ma sono un sacco soldi e noi li prendiamo. Ora sono nostri, miei, tuoi, della mia bocca e del mio culo”.

Va bene” risposi serenamente.

Andiamo via!” mi ordinò.

Va bene” risposi di nuovo provando ad asciugarle il volto dalla pioggia.

Io ed Emma fuggimmo quella sera. Ancora una volta le nostre strade si erano incrociate, come se il suo desiderio intrinseco di chiedere aiuto fosse caduto nel bicchiere di vino che stavo bevendo. Pensavo che non l’avrei mai più rivista ma invece era lì. Pensavo tornasse a Reggio-Emilia…o a Modena…o a Forlì. Da dove cazzo veniva Emma? Non lo so, io la amavo, l’amore non chiede i documenti.

Nel frattempo cominciai a dubitare su quello che vedevo, non volevo confondere ancora una volta le immagini reali da quelle presenti solo nella mia testa.

In ogni caso volevo fuggire con lei, il mio unico vero amore.

Quella sera scappammo mano nella mano sotto la pioggia e con tanti soldi. Avremmo costruito il nostro futuro, la nostra casa, i nostri bambini, il nostro cane San Bernardo con gli occhiali da sole che fuma crack tra le vie del centro, cucinato lo zucchero filato con il rum, guidato l’automobile cinquanta per andare in centro, mangiato caramelle ricoperte di vodka; poi avremmo fatto l’assicurazione sanitaria, timbrato il cartellino tutte le mattine, non facendo mai annoiare le nostre lingue ubriache neanche quando andremo a messa la domenica mattina. Che bel futuro! Quello che ho sempre desiderato. Mi battezzo…o sono già battezzato? In quale Dio credo?

Quella notte la pioggia provava a cancellare i miei dubbi.

Io ascoltavo tutto quello che diceva Emma, anche quando disse di acquistare tanta eroina e bucarci tra i vicoli nascosti, negli atri aperti nei condomini senza custodi. Andiamo in via San Vitale, mi disse, io la seguii. Quanta felicità quella notte. Quanta felicità mentre ci abbandonavamo sdraiati sugli orgasmi che ci procuravamo senza essere avidi tra le vene. Quanta felicità quella notte sotto la pioggia martellante che provava a tenerci svegli.

Ma quella notte la pioggia non riuscì a tenere Emma sempre sveglia. La mattina, o il pomeriggio, o il giorno dopo, mi svegliai, guardai Emma che non respirava. Era rimasta intossicata dal suo stesso vomito da chissà quante ore. Non dimenticherò mai quella notte, continuerò a riviverla costantemente quando chiuderò gli occhi e la mente.

Sarò sempre sicuro che un giorno la rivedrò in sella a un tacco rosso, e nella mia attuale vita priva di luce, continua a scuotersi solo l’immagine di lei che danza con una sola scarpa nell’oscurità dei miei pensieri, che adesso alloggiano in questa clinica, con me, dove continuo a raccontare la mia triste storia a voi che mi ascoltate e che mi leggete.

Piero Cancemi

Il tacco rosso su mEEtale

Autore:

scrittore, lettore, autore, sognatore

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