Pubblicato in: Racconti, Validi

La Collega

Racconto presente nell’antologia ‘U SFINCIUNI pubblicata da Senso Inverso Edizioni a Luglio 2019U Sfinciuni

Avevo cambiato ufficio da poco ed iniziai a conoscere i nuovi colleghi; ma solo giorni dopo qualcosa iniziò a cambiare: una collega che non mi era stata presentata il giorno del mio arrivo si diresse con prepotenza verso di me. La puntavo mentre si avvicinava, ma scrutandola attentamente avevo serie difficoltà a ignorare la mia mente impudente. La bellissima donna dal fisico longilineo si avvicinava impettita con disinvoltura, i suoi lunghi capelli castani, ondulati e molto voluminosi, sobbalzavano mentre i suoi tacchi neri emettevano un forte e veloce ticchettio sul pavimento di marmo esaltando quel momento. Una volta giunta vicino alla mia scrivania mi alzai dalla sedia e mi presentai, allungai la mano e strinsi delicatamente la sua dalle unghie color rosso fuoco, come quel fuoco che iniziò ad ardere dentro di me quando iniziai a guardarla nei suoi grandi e splendidi occhi cobalto dalle lunghe ciglia da cerbiatto.

Lei mi sorrise e disse il suo nome: “Lucrezia”.

Marco” le risposi, anche se in realtà non volevo dire neanche quello, avevo solo voglia di restare a guardarla per qualche altro secondo. Infatti, subito dopo, lei si voltò e si diresse verso la sua scrivania; io mi accontentai del rumore dei suoi tacchi che si allontanavano mentre le guardavo il fondoschiena coperto da pantaloni neri attillati. Vidi che la sua scrivania era posizionata alla mia destra, ma più avanti, la sua sedia era in una posizione frontale rispetto alla mia e posta diagonalmente, ci divideva solo il corridoio dell’open space che condividevamo. Lucrezia si sedette e io dalla mia postazione riuscivo a osservarla con discrezione con l’alibi della casualità, i nostri sguardi potevano sfiorarsi mentre lavoravamo.

Mi trovavo bene nel nuovo ufficio e quando Lucrezia mi passava accanto le accennavo un sorriso per salutarla guardandola nei suoi splendidi occhi. Quegli sguardi duravano poco più di 2 secondi, solo il tempo necessario per farle lasciare una scia di j’adore sul suo cammino.

Dovevo aspettare che il suo profumo svanisse per ritornare in una realtà lavorativa priva di pensieri osé.

Una mattina sentii arrivare Lucrezia dal suo riconoscibilissimo cammino scandito dal suono dei tacchi; una volta arrivata salutò i colleghi presenti e si sedette al suo posto. Mi guardò, mi sorrise e cominciò a tirarsi su i lunghi capelli bloccandoli con un piccolo fermaglio rosso, come le sue belle unghie. A quanto pare aveva un’attività impegnativa da svolgere e non voleva capelli davanti agli occhi che potessero infastidirla. I suoi occhi puntavano esclusivamente il monitor, ma io ogni tanto la sbirciavo ugualmente, ero attratto dal suo collo completamente scoperto pensando che sarebbe stato bello baciarlo, per poi risalire fino al lobo sprovvisto di orecchino, magari accarezzarlo con una punta di lingua, sussurrarle quanto fosse bella e quanto mi piacesse. Quella mattina mi ero svegliato con la voglia di averla, di possederla, di respirare il suo odore, di toccare il suo corpo e di sentire la sua voce alle prese con il piacere. Avevo il desiderio di lei, la mia testa e il mio corpo volevano Lucrezia, lo sentivo anche tra i miei jeans. Quando i miei pensieri superarono il limite della decenza scossi la testa e iniziai a guardare il mio monitor; ma il desiderio di lei dominava su tutte le attività che provavo a svolgere e l’acqua sulla mia scrivania non era abbastanza fredda per raffreddarmi.

Passarono un paio d’ore e forse quella mattina Lucrezia ascoltò i miei pensieri. Staccò i suoi occhi dal monitor e li puntò audacemente verso di me. Il suo sguardo era più aggressivo del solito, iniziò a fissarmi, io ricambiavo, ma dopo qualche secondo ritirai i miei occhi, mi arresi subito, non volevo sembrare insistente. Lei non si mosse, non abbassò mai la guardia. Io tornai a guardarla subito dopo, ero completamente ammaliato dai suoi splendidi occhi cobalto. Lucrezia era aggressiva e non mollava, mi possedeva con lo sguardo, ma quel giorno voleva darmi di più. Mi sorrise mentre i suoi occhi continuavano ad alienarmi. Io ero inerme. Pensavo tante cose, pensavo quanto mi piacesse, quanto era bella, quanta voglia avevo di alzarmi in piedi e possederla su quella scrivania, assaporarla con la mia lingua mentre le dita la esploravano dove era più bagnata.

Secondo me Lucrezia aveva capito cosa mi passasse per la testa e iniziò a mordersi delicatamente il labbro inferiore mentre il suo sguardo violento continuava a farmi perdere i sensi. Nella mia mente la lussuria la faceva da padrona, ma da seduto e passivo non mi restava altro che sudare dal piacere mancato ma tanto desiderato.

Lei mi stordiva, mi faceva ribollire il sangue e mi faceva andare fuori di testa. Capiva che mi stava facendo impazzire, allora fece una cosa che mi spiazzò: i suoi occhi ammiccanti continuavano a tenermi fermo e con la mano iniziò ad accarezzarsi delicatamente il suo bellissimo viso. Lo faceva lentamente, le sue unghie rosse e maliziose punzecchiavano la sua guancia dirigendosi verso la bocca; il mignolo sfiorava il labbro inferiore e lei non esitò a spingerlo nella bocca mentre mi guardava. Scosse le ciglia e mentre una parte della sua lingua accarezzava il dito, le labbra lo strinsero e lentamente lo tirò fuori. Lei capì di aver svegliato una parte del mio corpo e mi sorrise, abbassò lo sguardo e cambiò direzione del volto.

I nostri sguardi terminarono di desiderarsi e decisi di andare a fumare una sigaretta. A ogni boccata scaricavo la mia eccitazione sputando il fumo in alto, mentre con l’altra mano mi grattavo la testa qualcuno toccò la mia spalla. Mi voltai subito: Lucrezia.

Vuoi una sigaretta?” le domandai sorridendo.

Lei mi accarezzò e fece l’occhiolino, poi disse: “Stasera a casa mia”. Si voltò e tornò in ufficio lasciando dietro di sé la solita scia di j’adore accompagnata dal solito ticchettio dei suoi tacchi. Guardarle il culo era d’obbligo ed essere eccitato ovvio.

Quel giorno l’orgasmo era stato guardarsi negli occhi, ma dopo si spinsero oltre i preliminari composti solo da sguardi.

Non sapevo dove abitasse Lucrezia, neanche a che ora andare, ma dopo varie peripezie riuscii a scovare il suo indirizzo. Decisi di andare alle 20:00, suonai il campanello dove compariva solo il suo nome.

Lei aprì la porta, mi aspettava, bellissima come sempre, aveva un vestitino nero poco attillato che scopriva le sue gambe terminando su décolleté nere dal tacco che superava i dodici centimetri. La guardavo ammaliato nei suoi splendidi occhi cobalto, lei ricambiò e mi sorrise mordendosi il labbro inferiore. Io continuai a osservare lentamente la magnificenza del suo corpo, fino a terminare sulle sue caviglie sottili. Forse Lucrezia approfittò nuovamente del mio momento di estasi, poggiò una mano sulla mia testa e la spinse verso il basso. Io ero succube dei suoi movimenti, in quel momento pensai che poteva fare qualsiasi cosa di me. Non esitai a inginocchiarmi e lei non esitò a poggiare il piede sulla mia spalla per spingermi verso terra. Io ero molto eccitato, lentamente spinsi il tacco poggiato sulla mia spalla verso la mia bocca. Iniziai a leccare il tacco a spillo mentre lei mi osservava compiaciuta. Le sfilai la scarpa e iniziai a baciarle il piede e a leccarlo mentre accarezzavo la parte inferiore delle sue splendide gambe. Alzai gli occhi e quando lei se ne accorse non esitò ad alzare il suo vestitino nero per mostrarmi la sua splendida figa completamente rasata. Lei iniziò a titillare il suo clitoride, allora decisi di accompagnarla con la mia lingua mentre con le dita decidevo di esplorare l’interno della vagina bagnata. Lucrezia gemeva, Lucrezia godeva, Lucrezia mi spingeva la testa tra le sue gambe e il mio cazzo era sempre più duro, sempre più voglioso di lei. Staccai il mio viso colmo del suo piacere e mi alzai in piedi, le sfilai in alto il vestitino e puntai subito alle sue tette sode dai capezzoli vogliosi, la mia voglia di leccarla non si era mai placata, ma questa volta lei allontanò bruscamente il mio volto dal suo seno e mi ordinò: “Scopami!”.

Io forse reagì con troppa veemenza, la voltai e senza esitare iniziai a possederla da dietro. Il mio cazzo si intromise nella sua figa con facilità; più sentivo il rumore del mio bacino che sbatteva sulle sue natiche più mi eccitavo, lei urlava di piacere, io le schiaffeggiavo la chiappa destra, lei spingeva il culo verso il di me, io la scopavo come desiderava. A tratti entravo e uscivo lentamente e a tratti sempre più veloce, facendola vibrare fino a farla venire.

Aggiunsi il mio pollice tra le sue chiappe mentre con l’altra mano le agguantai una ciocca di capelli. Il pollice poi la donai alla sua bocca, lei non esitò a ficcarselo tra i denti per poi morderlo e ciucciarlo; io la spinsi verso di me fino a quando decisi di fermarmi, inginocchiarmi, baciarla, leccarla, morderle una chiappa ed esplorare il suo orifizio con la mia lingua. Lo baciavo, lo leccavo, lo dilatavo e infine lo coprii di saliva. Mi rimisi in piedi, lei girò il suo splendido viso e mi sorrise, quel gesto mi indicava il permesso per poterla sodomizzare. Quanto era bella Lucrezia, quanto era estasiante il suo corpo, quanto era afrodisiaco il suo culo mentre lo possedevo. Lucrezia ansimò forte durante il susseguirsi dei piaceri fino a ordinarmi di venire su di lei mentre le mani le strizzavano le tette; mi fermai, lei si voltò e guardandomi dai suoi splendidi occhi cobalto mi indicò dove voleva avere il mio orgasmo e guardandola con passione eiaculai sulle sue tette colmandole di piacere. Il mio volto era pieno di lei mentre il suo seno era pieno di me.

Una volta puliti e rivestiti le domandai: “Ci vediamo in ufficio domani? Dopo facciamo un aperitivo?”

Lei mi rispose: “Da domani non ci vedremo più, ho cambiato azienda, avevo solo voglia di salutarti oggi. Da domani puoi tornare alle tue pippe”.

La Collega su mEEtale

Autore:

scrittore, lettore, autore, sognatore

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