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La finestra sul cortile

Racconto presente nell’antologia RACCONTI A TAVOLA pubblicata da Historica a Giugno 2021

Avevo cambiato casa da poco e lentamente iniziai a conoscere gli inquilini del palazzo. Nel piano del mio appartamento io sono il più grande. Io ho 37 anni.

Sembrerebbe un’ottima premessa per nuove storie e nuove conoscenze, ma ovviamente qualcosa doveva andare storto, non fermarsi mai alle apparenze.

Qualcosa di innocuo: una semplice pandemia globale sconosciuta che ha costretto il mondo intero a utilizzare dispositivi di sicurezza per evitare i contagi.

Il mondo cambia, la gente è obbligata a restare in casa per evitare il contagio, si esce solo per andare in farmacia e al supermercato, chi esce indossa la mascherina con disinfettante in tasca.

Non siamo in una puntata di Walking Dead, siamo solo nel 2020 nel pianeta terra.

Io nella nuova casa ordino la spesa a domicilio, posso vedere solo i congiunti che vengono a trovarmi e se indossano la mascherina. Io sono disabile, quindi soggetto vulnerabile e maggiormente a rischio contagio.

“Andrà tutto bene” dicevano dalle finestre dei palazzi di tutto il mondo. La mia ragazza\congiunta mi lascia inviandomi un messaggio su WhatsApp: Ti lascio non ti preoccupare: Andrà tutto bene.

Anno 2021, vivo da solo, lavoro al pc in smart working da un anno e non mi dispiace. In qualche modo riesco a fare nuove amicizie… o qualcosa del genere.

Certe volte, in pausa pranzo, ordino qualcosa da mangiare dal locale vegetariano sotto casa e me lo consegnano davanti la porta di ingresso verso le ore 13. Certe volte passa un congiunto (mia madre) a lasciare qualche manicaretto per il povero figlio di 37 anni che deve ancora crescere.

Alle ore 13 il mio pranzo è variabile, la cosa che invece non cambia mai è che dopo pranzo vado fuori in balcone zoppicando a bere un caffè seduto sulla sedia a guardare quello che accade intorno. Io non ho una finestra sul cortile, io ho un balcone sul cortile, però è più figo dire una finestra sul cortile perché menziono Hitchcock.

Oggi a pranzo ordino sotto casa dal locale vegetariano: Polpette di quinoa, zucchine impanate nella granella di pistacchio con contorno di broccoli, fagiolini e carote servite con yogurt greco.

Alle ore 13:40 bevo il caffè in balcone e osservo il palazzo di fronte: non è un vecchio palazzo, neanche nuovo, secondo me è degli anni 60. Sei piani. Un palazzo degli anni 60 è vecchio o nuovo? Dubbi mentre bevo il caffè.

Le finestre del primo piano sono sempre chiuse, non vive nessuno all’interno, oppure sono tutti morti all’interno.

Al secondo piano invece qualcuno vive: dalla portafinestra si vede gente, sul balcone c’è un armadio di plastica a 2 ante e giocattoli sparsi, uno stendino con vestiti appesi e una scarpiera. Dalla finestra accanto al balcone un adolescente dai capelli castani spettinati si fuma una sigaretta.

Terzo piano: meno affollato del secondo, armadio a 2 ante presente anche lì, dalla portafinestra si intravede una donna che spazza il pavimento.

Quarto piano: tre bambini seduti giocano sul balcone.

Quinto piano: una giovane ragazza dai capelli corti biondi esce fuori, poggia i gomiti sulla ringhiera e si accende una sigaretta. Guardo la ragazza mentre gusto il caffè, la ragazza guarda me e poi guarda il suo cellulare.

Sesto piano: un piccolo tavolino rotondo all’angolo, poi credo che il ragazzo disteso sul tappetino faccia yoga. Non vedo sedie e armadi. Vedo solo un ragazzo che dimena con lentezza gambe e braccia.

Termino di osservare il palazzo di fronte, inizio a guardare il palazzo di lato, più vicino al mio: 6 piani, per ogni piano sono visibili solo 2 finestre, una grande e l’altra più piccola. Non è presente nessuna portafinestra.

Primo piano: finestra piccola con tenda bianca aperta; finestra grande dalle tapparelle perennemente chiuse.

Secondo piano: vecchia finestra piccola con tenda aperta e si vede il bidet; finestra grande accanto coperta da tende bianche.

Terzo piano: il mio stesso piano, finestra piccola chiusa con tenda bianca; finestra grande aperta, un ragazzo con occhiali e auricolari è seduto alla scrivania guardando il monitor. Il ragazzo parla, vedo muovere le labbra, il ragazzo starà facendo didattica a distanza o lavora, non capisco cosa stia facendo. Io quando lavoro faccio lo stesso. Guardo il ragazzo, lui mi guarda, alziamo entrambi la mano per salutarci.

Quarto piano: finestra piccola coperta da sbarre bianche; finestra grande composta da 4 ante aperte. Due ragazzi di colore parlano una lingua straniera, non capisco la nazionalità. Io li guardo, uno dei due mi fissa, io saluto alzando la mano, lui ricambia facendo lo stesso.

Quinto e Sesto piano non attirano la mia attenzione, non succede niente di particolare. Sono presenti sempre finestre piccole o grandi a 4 ante. Finestre sempre coperte dalle tende bianche, tapparelle sempre aperte.

In questa scenografia a volte mi capita di scambiare qualche frase con il mio vicino. Lui si chiama Enea, amico di tutti gli abitanti del condominio, certe volte sbuca inaspettatamente e quelle volte parliamo dal nostro balcone sul cortile.

Sul balcone del piano sotto una signora ha formato un giardino composto da grosse piante di aloe vera e piante di basilico giganti; da imperiose piante grasse e gelsomini; dall’incenso e dal rosmarino. E’ bello osservare quel balcone, trasmette vitalità terrestre.

Nel balcone di lato ubicato sopra invece ci sono i giovani, cioè più giovani di me, studenti o lavoratori, non lo so, ma sicuramente sono due ragazze e un ragazzo.

Non so chi è presente sul balcone sopra al mio, ma sicuramente ci sono bambini.

Intorno sono presenti altri palazzi, altri volti che ogni tanto sbucano inaspettatamente dalle finestre, ma nessuno ha attirato la mia attenzione. I giorni passano, la pandemia continua e la mia socialità esiste solo guardando dal balcone sul cortile.

Era un martedì, accendo il pc, vado in balcone e innaffio le poche piante che ho: una salvia e due piante grasse. Inizio a lavorare dalle ore 9:00. Call, attività lavorative informatiche, pausa caffè alle ore 11:00. Vado in balcone a prendere un po’ d’aria, saluto il ragazzo dell’appartamento di fronte mentre è alla scrivania davanti al pc. Mia mamma mi manda un messaggio su WhatsApp: Passo da casa tua e ti lascio un piatto di pasta al forno con uova sode all’interno. Per la pausa pranzo quindi per oggi ero a posto. Alle ore 12:30 mia madre entra a casa mia, mi lascia la pasta a forno ancora calda e va via. Cerco spudoratamente di guadagnare tempo al lavoro per poter mangiare la pasta a forno calda. Raggiunsi l’obiettivo, nel caso contrario l’avrei scaldata dopo al microonde, ma una cosa bella è sempre meglio godersela subito. Questa filosofia mi ha fatto fare tanti errori in passato, ma in piena pandemia era la migliore cosa che potessi fare.

Dopo pranzo preparo il caffè, la moka erutta e metto tutto nella tazzina. Osservo, la ragazza del quinto piano che fuma una sigaretta. La guardo, lei parla a telefono. Cambio sguardo, gusto il caffè, sento le due ragazze del piano superiore di lato che parlano di una tipa lentigginosa e con le tette grosse. Questa è l’unica cosa che ha catturato la mia attenzione durante il caffè. Io sono un semplice uomo etero, le ragazze potevano parlare di una guerra nucleare organizzata in quel palazzo, ma io ho capito solo “tette grosse” e “lentigginosa” forse l’ho inventato.

Era un lunedì, una giornata uggiosa, cielo plumbeo. Le mie piante in balcone sono aumentate: sono state aggiunte rosmarino, fragole e pomodorini. Non innaffio perché più tardi sicuramente pioverà. Oggi cucinerò io: carbonara. Con la spesa che mi consegnano a domicilio era presente uova, guanciale e pecorino romano. Alle 13 inizio a sbattere le uova. Io uso tuorlo e albume, i miei commensali lo sapranno, ma io vivo da solo, faccio il cazzo che mi pare e mangio quello che cazzo voglio. Aggiungo il pecorino alle uova sbattute e metto il guanciale in padella, quando l’acqua bolle butto dentro gli spaghetti e una volta al dente: buon appetito. Non scrivo i dettagli ma solo le cose importanti. Al termine della buonissima pasta alla carbonara, con tanto di complimenti allo chef disabile, inizio a preparare il caffè. Poi balcone e sulla sedia a osservare. A secondo piano un bambino seduto sul balcone gioca con una macchinina; negli altri piani non succede niente. Mi giro a sinistra e guardo l’altro palazzo. Non vedo niente di particolare, tutto noioso e normale, tranne che al secondo piano la vecchia finestra piccola è aperta, vedo solo il bidet. Ad un tratto una signora entra in quel bagno, capelli castani raccolti con un fermaglio giallo sulla testa, una maglia lunga, larga e colorata. Non vedo la signora negli occhi, ma noto la sua semplicità da ambiente domestico. Bevo il caffè sbirciando la signora. Lei alza la maglia larga e colorata e si abbassa le larghe mutande nere per accomodarsi sul bidet. Io volto lo sguardo, poi faccio finta di voltarmi casualmente, ma noto che la signora ha chiuso la piccola finestra. E’ stato il momento più eccitante della giornata. Torno a lavorare alla scrivania e sono quasi contento.

Era un mercoledì, alle ore 10:30 esco in balcone e innaffio le mie piante che continuano ad aumentare e a sbocciare. Sono state aggiunte aglio, pomodori San Marzano e menta. Il mio vicino Enea a volte sbuca e mi parla di spese condominiali mentre fuma una sigaretta elettronica. Di fronte vedo la ragazza biondina del quinto piano che fuma e accarezza il cane. Rientrando dalla portafinestra saluto Enea. Ore 12, mia mamma mi scrive su WhatsApp che oggi mi porta i tortellini fatti da lei insieme al brodo di cappone. Le scrivo di venire alle 13:30 perché oggi ho tanto lavoro. Tortellini in brodo fumanti una volta arrivati a casa sono stati finiti in 20 minuti. Successivamente il solito caffè nel balcone sul cortile, ma al freddo. Non sono presenti bambini nei palazzi. Nessun domestico che spazza. Nessuna persona, solo un adolescente che fuma una sigaretta al secondo piano. Termino il caffè, mi rimetto in piedi e proprio in quel momento un buon odore di marijuana fumante mi proietta nel passato dei miei anni universitari. Alzo lo sguardo e dal balcone dove le 2 ragazze parlavano di tette grosse, un ragazzo spettinato, con aria felice e sorridente mi guarda. Io lo guardo e sorrido. “Che buon odore” gli dico. Il ragazzo sorride, fa un tiro dalla sua canna e mi lancia il fumo dalla sua bocca dal piano superiore. “Devo lavorare” gli dico. Lui fa un altro tiro dalla sua canna e sorride. Forse mi sono sballato di fumo passivo, ma sono rientrato ugualmente nella mia postazione lavorativa, ma questa volta sorridendo.

Passano i mesi, le stagioni e l’ora legale. Le mie abitudini non cambiano, i personaggi del cortile sono sempre gli stessi, ma un giorno il caffè amaro è diventato molto dolce per me. Era un venerdì, si sentiva il profumo di primavera. Alle ore 9:45 le campane della chiesa San Francesco mi ricordano di innaffiare le piante. Sono state aggiunte le margherite africane gialle e la verbena viola, ho voluto dare un po’ di colore al mio giardino inaspettato. Le fragole rosse e pompose mi riempiono di gioia, i pomodorini infuocati di orgoglio. Torno a lavorare, ho iniziato ad apprezzare lo smart working, odio solo il covid al momento. Oggi pranzerò con melanzane alla parmigiana sequestrate il giorno prima dai miei amici. Ore 13:15 le melanzane alla parmigiana passano dal frigo al forno a microonde. In teoria dovevano bastarmi per due giorni, ma non ho resistito, era venerdì, sono ghiotto, crepi l’avarizia, ho mangiato anche un po’ di caponata che avevo in credenza. Preparo il caffè e, armato di stampella in una mano e tazzina nell’altra, vado in balcone, mi siedo sulla sedia e mi godo la bella giornata di sole. La finestra piccola del bagno del secondo piano del palazzo laterale è aperta. Vedo la signora che entra e mi osserva, io saluto per cortesia, lei ricambia sorridendo. Per non restare a fissarla devio lo sguardo nella palazzina frontale, anche lì una novità, il caldo fa stare bene la gente pensai. La ragazza del quinto piano è seduta sulla sedia a prendere il sole in topless, io la guardo con aria stupita e dubbiosa, lei mi guarda seria e non si scompone, il suo cane gira intorno alle sue gambe scoperte. Per non sembrare un maniaco mentre bevo il caffè dalla tazzina, momentaneamente tremolante, cambio direzione dello sguardo, che casualmente ricade nel bagno laterale del secondo piano e lì trovo la signora seduta sul bidet che si lava e mi guarda. Cambio nuovamente direzione dello sguardo che torna casualmente sulla ragazza in topless del quinto piano che improvvisamente inizia a spalmarsi la crema. Abbronzante o protettiva non mi interessa, lei mi guarda mentre si massaggia le tette, io bevo il caffè. Lancio un’occhiata alla signora di lato che continua a osservarmi mentre si lava o si sciacqua o si masturba. Stavo assistendo a uno scontro generazionale. Passo lo sguardo alla ragazza che ha terminato di spalmarsi la crema e penso che porti la taglia terza di reggiseno. Poi passo con nonchalance a guardare la donna imperterrita sul bidet; poi ragazza in topless; poi signora; poi giovane; poi adulta; poi sorrido alla ragazza mentre si abbronza; poi sorrido alla donna mentre si lava; poi…sento squillare il computer, una chiamata di lavoro in smart working. Entro correndo zoppicando dentro casa, mi siedo nella mia postazione, metto gli auricolari e rispondo. I colleghi parlano di cose informatiche lavorative, la mia eccitazione si disperde tra terabyte e cloud, mentre la caponata comincia a farsi sentire nello stomaco. L’eccitazione in piena pandemia è finita, adesso potrebbe eccitarmi solo una convocazione per fare il vaccino anticovid.

La finestra sul cortile – mEEtale

Autore:

scrittore, lettore, autore, sognatore

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