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ATLETI PARALIMPICI FAMOSI: QUAL È LA LORO STORIA E COME SI SONO AVVICINATI ALLO SPORT

Atleti paralimpici famosi italiani e stranieri: quali si distinguono nelle discipline di endurance e qual è la loro storia


Atleti paralimpici famosi

Gli atleti paralimpici sono quegli atleti che sfidano i propri limiti fisici raggiungendo eccellenti risultati in molte discipline sportive. Sono tanti quelli che si sono saputi distinguere nella storia dello sport e, in questo articolo, ti vogliamo parlare degli atleti paralimpici più famosi italiani e stranieri.

In particolare, ci soffermeremo a raccontare la storia degli atleti che nelle paralimpiadi si sono distinti dagli altri e come si sono avvicinati allo sport.

Iniziamo subito con il raccontare la storia dei nuotatori paralimpici più famosi.

Atleti paralimpici famosi nuoto

Atleti paralimpici nuoto

Il nuoto paralimpico è una variante del nuoto tradizionale che viene praticato da atleti dotati di una disabilità fisica.

Le storie di cui ti vogliamo parlare ora sono storie straordinarie di persone che hanno saputo sfidare la propria condizione fisica e ottenere risultati eccellenti nella disciplina del nuoto.

Parlando degli atleti paralimpici americani nel nuoto non possiamo non citare la nuotatrice Trischa Zorn, classe 1964, cieca alla nascita. Trischa è stata campionessa alla Paralimpiadi più volte, e tuttora detiene il record del maggior numero di medaglie vinte.

Ben 55 medaglie di cui 41 d’oro, 9 d’argento e 5 di bronzo, conquistate in diverse specialità tra il 1980 e il 2004. Grazie a questo record, Trischa Zorn è entrata a far parte della Paralympic Hall of Fame nel 2012.

Un altro atleta famosissimo nel nuoto paralimpico è il brasiliano Daniel Dias, classe 1988. Daniel, nonostante abbia imparato a nuotare solamente in adolescenza, ha partecipato per la prima volta ai giochi paralimpici a 20 anni (Pechino 2008) vincendo più medaglie di qualsiasi altro atleta.

Grazie ai suoi risultati ottenuti (sei medaglie d’oro ai giochi paralimpici di Londra 2016) Dias è stato paragonato al campione Michael Phelps, un nuotatore competitivo non-paraolimpico americano. Nonostante un confronto così onorevole, Daniel Diaz ha dichiarato di essere Daniel Diaz e di non voler emulare nessuno.

Che dire invece dei campioni della nazionale italiana? Sei curioso di conoscere le loro storie? Allora continua la lettura del nostro articolo!

Atleti paralimpici italiani nuoto

Tra gli atleti paralimpici italiani più famosi ti vogliamo raccontare la storia di Federico Morlacchi. Nato nel 1993, Federico è affetto da ipoplasia congenita al femore sinistro.

Nonostante questa patologia fisica, Federico ha iniziato con il nuoto a soli 10 anni, prima di dedicarsi al nuoto agonistico paralimpico.

Federico dichiara: “Immaginare la mia vita senza nuoto è impossibile. Avrei troppo tempo libero”. Da questa affermazione si può capire quanto il nuoto sia per lui la sua passione e quanta forza possieda.

La sua specialità è lo stile libero, la rana, la farfalla e misto.

E poi c’è Monica Boggioni, classe 1988, nuotatrice paralimpica italiana campionessa ai mondiali nei 50 e 100 metri stile libero nella categoria S4, e nei misti 150 metri nella categoria SM4.

Monica è affetta da una sofferenza cerebrale che le causa una diplegia spastica agli arti inferiori. Nonostante questo, Monica non ha voluto rinunciare alla sua passione e al nuoto.

Anzi, sono stati proprio i medici a consigliare ai suoi genitori, quando Monica aveva solo due anni, di nuotare. E da allora Monica Boggioni non ha mai abbandonato questa disciplina diventando campionessa paralimpica vincendo ben quattro medaglie d’oro, di cui una agli europei e tre ai campionati mondiali.

Ma adesso passiamo ad un’altra disciplina sportiva che ha tante altre storie emozionanti da raccontare. Stiamo parlando, nello specifico, del ciclismo.

Vuoi sapere quali sono i ciclisti paralimpici più famosi e meritevoli di menzione? Allora continua la lettura del nostro articolo!

Atleti paralimpici famosi ciclismo

Anche il ciclismo ha, come il nuoto, tantissimi atleti paralimpici che hanno alle loro spalle storie meravigliose di forza e di speranza.

Tra gli atleti paralimpici inglesi più famosi non possiamo non citare Sarah Storey, classe 1977. Sarah è una ciclista britannica di corse su strada e su pista, nonché ex nuotatrice. È stata pluripremiata con la medaglia d’oro ai giochi paralimpici in entrambi gli sport.

Tra i suoi più grandi successi si ricordano le 29 volte in cui è stata campionessa del mondo (sei volte nel nuoto e 23 volte nel ciclismo) e 21 volte campionessa europea (18 volte nel nuoto e 3 in ciclismo).

Sarah Storey è nata senza una mano sinistra funzionante dopo che il suo braccio è rimasto impigliato nel cordone ombelicale nel grembo materno. Questo fatto non ha consentito alla sua mano di svilupparsi normalmente.

Tra gli atleti paralimpici italiani più famosi vogliamo raccontarti la straordinaria storia di Alex Zanardi, di cui sicuramente avrai già sentito parlare.

Alex Zanardi

Zanardi era un pilota italiano, ma durante una gara, nel lontano settembre 2001, ebbe un gravissimo incidente in pista, in seguito ad aver perso il controllo della sua autovettura.

Quell’incidente gli costò caro: infatti, gli furono amputati entrambi gli arti inferiori. Nonostante la tragedia che lo colpì, Zanardi decise che non era ancora giunto il momento di abbandonare lo sport e la sua passione.

Così, dopo diversi anni, è tornato a gareggiare raggiungendo diversi successi in altre discipline sportive. E il suo ritorno nel mondo dello sport ha commosso ancor di più del suo incidente stesso.

Nel 2012 Zanardi partecipa alle paralimpiadi di Londra con la sua handbike compiendo un’impresa straordinaria vincendo la medaglia d’oro e salendo sul gradino più alto del podio per la prima volta in tutta la sua carriera sportiva.

Un’altra impresa straordinaria realizzata da Zanardi risale a qualche anno dopo le paralimpiadi. Stiamo parlando del 12 Ottobre 2014 quando, dopo mesi di duro allenamento, partecipa alle Hawaii alla più importante gara al mondo di “Ironman”.

La gara prevedeva di percorrere circa 3,8 chilometri a nuoto, 180 chilometri con la handbike e 42 chilometri con la carrozzina olimpica.

Alex Zanardi riuscì a terminare questa estenuante gara in meno di 10 ore.

Atleti paralimpici triathlon

L’altra disciplina di cui ti vogliamo parlare è il triathlon che consiste in uno sport multidisciplinare individuale o a squadre.

Tra gli atleti paralimpici nostrani meritevoli di menzione citiamo:

  • Giovanni Achenza: diventato atleta del paratriathlon in seguito ad un incidente che lo coinvolse all’età di 32 anni, durante il quale Achenza ha riportato una grave lesione midollare. Si avvicina a questa disciplina quasi casualmente: era un giorno come un altro quando, durante la sua convalescenza, Achenza apprende dal suo ortopedico l’esistenza della handbike, che gli segnò definitivamente la vita. Citiamo questo atleta per i suoi enormi successi conseguiti: Giovanni Achenza mantenne infatti il titolo di campione italiano di handbike dal 2009 al 2015, si posizionò ottavo ai Mondiali di Paraciclismo del 2009, fino a sbarcare nel 2013 nel Campionato Italiano di Paratriathlon, in cui l’atleta sardo si posizionò sul gradino più alto del podio
  • Michele Ferrarin: dopo anni di carriera come nuotatore normodotato, Ferrarin inizia ad avvertire improvvisamente il suo corpo strano e diverso. Ma solo dopo diversi anni gli fu diagnosticata un’atrofia muscolare spinale progressiva che coinvolse il suo braccio sinistro e la sua gamba destra. Fu così costretto ad abbandonare il nuoto, ma non lo sport. Infatti, Michele iniziò ad avvicinarsi al Triathlon per amore, praticandolo di tanto in tanto con sua moglie. Fu così che decise di partecipare alla sua prima competizione di Ironman nel 2010 in Austria e poi l’anno seguente una seconda gara in Francia. Ormai Michele ha una grande passione per il triathlon che decide di non mollare più nonostante la sua condizione fisica, ottenendo anzi grandi successi. Nel 2013 vinse il Mondiale di Londra, nel 2014 si piazzò secondo ai Mondiali in Canada e nel 2015 si posizionò sul gradino più alto ai mondiali di Chicago

L’ultima disciplina di cui vogliamo parlarti è la corsa. Se sei curioso di scoprire le storie dei più grandi runners paralimpici continua la lettura del nostro articolo.

Atleti paralimpici corsa

Tra gli atleti paralimpici nostrani nella specialità della corsa avrai sicuramente sentito parlare di Annalisa Minetticantante e atleta paralimpica.

All’età di 18 anni ad Annalisa le sono state diagnosticate la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare, malattie che la porteranno ad una totale cecità.

Questo non le impedirà di rinunciare a una delle sue tante passioni: l’atletica leggera. Alle olimpiadi di Londra 2012 ha partecipato ai 1500 mt, nella categoria T11-12, vincendo una medaglia di bronzo, realizzando il primato mondiale nella sua categoria con un tempo totale di 4’48’’88.

Ma questo non è l’unico suo successo! Infatti, Annalisa nel 2013 partecipò ai mondiali di Lione vincendo la medaglia d’oro negli 800 mt, nella categoria T11.

Conclusioni

Le storie di cui ti abbiamo voluto parlare in questo articolo dimostrano come non esista alcun limite ai propri sogni e alle proprie passioni, e di come gli atleti paralimpici ne rappresentino un esempio e un modello da seguire.

Articolo su Steel your life

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Terapia occupazionale. Gli ausili per la vita quotidiana che restituiscono autonomia a persone anziane e disabili

Ausili e piccoli oggetti a prezzi contenuti per agevolarci nel fare il bagno, mangiare, vestirci.

In presenza di specifiche condizioni, le semplici attività quotidiane possono rappresentare una sfida sia per le persone con disabilità che per i loro assistenti. Parliamo di azioni come mangiare – quindi tenere in mano posate e bicchiere – ma anche vestirsi e lavarsi, alzarsi dal letto e spostarsi, allacciarsi le scarpe, afferrare oggetti.

Si occupa di dare spunti e suggerimenti sul come migliorare l’autonomia in questi contesti la terapia occupazionale, che indica anche alcuni ausili per la vita quotidiana che contribuiscono a facilitare queste operazioni: strumenti anche semplici ma che fanno la differenza nelle attività di tutti i giorni.

Ci parla di alcuni di questi strumenti All Mobility, azienda specializzata nella distribuzione di ausili per la vita quotidiana, che conta oltre un centinaio di articoli per questo settore, reperibili presso 500 rivenditori di zona o rivenditori autorizzati on line. Qui ne vediamo alcuni, ricordandovi che potete consultarne il catalogo completo qui.

AUSILI PER MANGIARE
Piatti
 In cucina, possiamo facilitare il pasto della persona con difficoltà alle mani o alle braccia (si pensi ad esempio alla persona con tremori, anziana, con distonie o con un solo arto), utilizzando piatti o scodelle con base antiscivolo e bordo rialzato, che permette di sfruttare la maggiore profondità del piatto e raccogliere il cibo sulla posata, sia solido che liquido, con più facilità. Sul mercato si trovano anche singoli bordi da applicare al piatto, o varianti del piatto stesso già inclinato, o anche con base che mantiene il cibo caldo, quando il pasto sia una operazione che richiede diverso tempo.

Posate Aiutano a mangiare in autonomia tutta una serie di piccoli ausili che migliorano la presa delle posate: si va dalle impugnature facilitate, alle fasce che assicurano coltello, forchetta e cucchiaio alla mano, ma anche le posate orientabili, utili quando non si riesca a flettere il polso, tanto per portare il cibo alla bocca quanto per tagliarlo. Le posate sono dotate della impugnatura confort grip per una presa agevole e sicura, resa più salda dal cinturino regolabile con chiusura a strappo.

Utili in caso di tremori della mano, anche le posate con peso maggiorato, che insieme alla impugnatura ergonomica consentono di maneggiare forchette, coltelli e cucchiai più agevolmente. 

Non richiede invece l’utilizzo di tutte le dita l’impugnatura facilitata che permette di afferrare la posata a palmo aperto.
Bicchieri Sul fronte bicchieri, oltre a quelli con doppia impugnatura per chi ha difficoltà di presa con una sola mano, ce ne sono anche a beccuccio o con aperture laterali, che consentono di bere senza dover piegare la testa. 

AUSILI PER CUCINARE
Piani L’uso delle mani in cucina può trovare validi supporti in tanti piccoli ausili. Troviamo ad esempio il tagliere con ferma alimenti, o un vero e proprio piano di lavoro dotato di strumenti per affettare, grattugiare, pulire ed asciugare gli alimenti, aprire scatolette, barattoli o bottiglie. Si assicura al tavolo grazie a quattro ventose, e evita ai cibi in lavorazione di cadere, grazie ai suoi bordi rialzati.
Apri bottiglie C’è inoltre tutta una serie di piccoli accessori permette di avere un grip maggiore nell’aprire bottiglie, barattoli e lattine.

AUSILI PER VESTIRSI
Infila abiti Per utenti con mobilità ridotta degli arti inferiori e superiori può essere utile un ausili come l’infila slip o coulotte, che riduce lo sforzo del sollevare le gambe per indossare l’intimo. Collant, calzini, calze a compressione possono essere invece indossati con una sola mano, aiutandosi con un apposito infila calze. Esistono poi una serie di piccoli ausili come l’infila bottoni, dotato anche di gancio per le zip, il bastone per vestirsi e i lacci per le scarpe elastici, grazie ai quali si possono infilare e sfilare le scarpe senza dover legare i lacci. 

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AUSILI PER LAVARSI

Spazzole dai manici lunghi Se la persona non è allettata ma limitata nell’uso degli arti, può essere utile utilizzare una serie di spazzole con manici lunghi da utilizzare in vasca o doccia: racchiude almeno 5 diverse funzioni il manico lungo multiuso, dotato di cinque testine rapidamente intercambiabili, ciascuna con una funzione. 

Spazzola per piedi Specificamente per la doccia è la spazzola per i piedi: una spazzola con base antiscivolo per l’utilizzo su superfici bagnate o umide, che permette di provvedere all’igiene dei piedi sgravando la schiena, le spalle da movimenti e torsioni e senza dover sollevare le gambe.

Segnaliamo anche un paio di ausili utili all’assistente – caregiver dell’utente, quindi non utilizzabili in autonomia dalla persona anziana o disabile:
Telo letto Un ausilio utile al caregiver che debba occuparsi dell’igiene di una persona allettata è il telo Bagnoletto. Si tratta di un telo in PVC con bordi laterali rigidi e agganciati, che di fatto consente di isolare l’utente dalle lenzuola e dal letto, per poterlo lavare con acqua corrente, senza doverlo sollevare e trasferire dal letto.
Lavatoio capelli Per lavare i capelli esistono un paio di soluzioni: il lavatoio a pareti gonfibili, da utilizzarsi direttamente sul letto, o quello rigido, per utenti in carrozzina.

AUSILI PER CORICARSI/ALZARSI DAL LETTO
Se alzarsi dal letto è una operazione divenuta difficile, si può optare per una serie di piccoli ausili dedicati, che consentono all’utente di non caricare eccessivamente la schiena, e di trovare un supporto per l’alzata.
Supporti all’alzata Oltre al classico supporto costituito da una maniglia agganciata con una cinghia regolabile ad un supporto in acciaio, troviamo una sorta di scaletta che, collegata all’estremità del letto, fornisce una serie di impugnature per potersi sollevare aiutandosi con le braccia.
Supporto a letto Una volta a letto, per tenere con la schiena una posizione da seduti anche stando sul materasso si può optare per lo schienale per letto reclinabile: con 5 inclinazioni possibili, è dotato di un cuscino per la nuca che ne migliora il comfort.

AUSILI PER IL TEMPO LIBERO
Pinze e impugnature ergonomiche Aiutano ad afferrare oggetti anche quando abbiamo limitata funzionalità della mano e scarso controllo delle dita una serie di pinze adatte allo scopo: possono essere ultraleggera e con impugnatura confort grip antiscivolo, e avere all’estremità una piccola calamita per raccogliere oggetti. Funzione analoga ma con la possibilità di afferrare direttamente con la mano è quella delle impugnature ergonomiche per penne e utensili che, aumentandone il diametro, rendono più facile la presa.

Questa è solo una panoramica di alcuni ausili che possono rivelarsi utili a persone anziane o disabili nella vista di tutti i giorni. Consigliamo anche di richiedere gratuitamente ad All Mobility la guida, redatta dal Terapista Occupazionale Matteo Cantoni, che illustra alcune di queste soluzioni: basta utilizzare il modulo di richiesta presente nelle schede prodotto a questo link, indicando nelle richieste la guida in oggetto.

Articolo su Disabili.com

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Chiara Bucello

Sui social ha scelto l’autoironia, sperando di far capire alle persone che la mia disabilita non deve creare nè disagio nè compassione, le difficoltà sono tante, tutti i giorni, ma sono mie e le affronto quotidianamente, agli altri chiedo solo un comportamento normale

Buongiorno, sono Chiara e ho 27 anni. Inizia così la lettera che Chiara Bucello ci scrive, e che pubblichiamo integralmente, con grassetti nostri.

Buongiorno, sono Chiara e ho 27 anni. Quando voglio raccontare la mia storia, dico sempre che la cosa migliore è essere spontanei, senza nessun filtro, senza spazio e tempo. Sono nata sorda e non si sa perché. Mia madre non ha avuto la rosolia in gravidanza, o simili. Io non ho avuto una grave malattia nei primi anni dell’ infanzia. Quindi quando sono nata avevo già un mistero addosso, un qualcosa di grande che non si poteva spiegare. Come se la sordità fosse predestinata a me. I miei genitori hanno scoperto tardi, avevo 1 anno, che ero una bambina con sordità profonda, ipoacusia neurosensoriale neurovegetativa. Finché un giorno, mia madre andò dall’otorino e d’istinto gli disse: “Controlli mia figlia”. Da lì trovò la conferma: “Sua figlia è sorda come una campana!”. Andò a casa, si mise sotto le lenzuola con me e mi cantò all’orecchio, piangendo, le sue canzoni preferite. Pensò fra sé e sé: “Mia figlia non può non sentire la musica!” Poi, finito lo sfogo, si rimboccò le maniche e cominciammo insieme un cammino meraviglioso, difficile e faticoso.

Dal primo anno di vita sono stata protesizzata, iniziato a fare logopedia, fatto anche musicoterapia, e da due anni ho l’impianto cocleare. Questo non vuol dire che è sempre stato rose e fiori. Anzi, una volta ho toccato il fondo, ma spesso, solo lì si trova la forza di risalire.
I miei genitori, soprattutto mia madre a cui devo tantissimo se non tutto, fin dal primo momento mi hanno fatto vivere questa situazione non come una malattia, un dolore. Bensì come una sfida da cogliere e vivere, una strada non battuta da percorrere.

Per tutto questo io sono e mi sento diversa, perché è proprio grazie alla mia “sfortunata” sordità che riesco a vedere il mondo con occhi diversi che mi permettono di distinguere le persone “tossiche e nocive” da quelle semplici e positive e preferisco avere a fianco le persone che non si sentono “normali” perché poi cosa sarebbe la normalità? Nessuno lo sa e lo è veramente, ma certo pochi sanno che essere diversi è una forma di ricchezza. Per chi la possiede ma anche per chi la rispetta. Sono quelle le persone migliori. E questa è la mia vita finora. Dove mi porterà? Cosa mi farà scoprire? Lo scoprirò solo vivendo.

Ho deciso di aprirmi tanto sui social facendo autoironia, sperando di far capire alle persone che la mia disabilita non deve creare nè disagio nè compassione, le difficoltà sono tante, tutti i giorni, ma sono mie e li affronto quotidianamente, agli altri chiedo solo un comportamento normale. L’ho fatto perché in questo momento i social sono  il mezzo più veloce e più rapido,  sapevo di essere  pronta  a qualsiasi reazione ci fosse stata sulla rete, ma non credevo di ricevere tanti messaggi positivi e di appoggio. L’ho fatto per me, è stata una  sfida con me stessa, senza preoccuparmi delle condivisioni o delle critiche. Quindi mi sono meravigliata quando la mia storia è diventata virale. 

Il mio messaggio è: apritevi alle diversità perché fanno parte della vita, ogni diversità è unica, tutti siamo diversi, questa è la magia della vita.
Il mio motto è: vivere con spensieratezza perché con l’ironia abbatterò i pregiudizi.

Qui il video nel quale, per la prima volta, Chiara su Instagram parla della sua sordità. “La sordità viene spesso definita come una “disabilità fantasma”, perché c’è, ma non si vede. O meglio, viene erroneamente associata al mutismo, nell’ennesimo tentativo di arrogarsi la presunzione di conoscere il mondo della disabilità. Niente di più sbagliato, quando invece bisognerebbe soltanto ascoltare, per provare a comprendere maggiormente. Ascoltare anche, paradossalmente, chi ha una disabilità uditiva, perché, forse, il vero sordo è colui che generalizza e minimizza.
Ah il nemico non è la sordità, il nemico è l’ignoranza!”

Articolo su Disabili.com

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La finestra sul cortile

Racconto presente nell’antologia RACCONTI A TAVOLA pubblicata da Historica a Giugno 2021

Avevo cambiato casa da poco e lentamente iniziai a conoscere gli inquilini del palazzo. Nel piano del mio appartamento io sono il più grande. Io ho 37 anni.

Sembrerebbe un’ottima premessa per nuove storie e nuove conoscenze, ma ovviamente qualcosa doveva andare storto, non fermarsi mai alle apparenze.

Qualcosa di innocuo: una semplice pandemia globale sconosciuta che ha costretto il mondo intero a utilizzare dispositivi di sicurezza per evitare i contagi.

Il mondo cambia, la gente è obbligata a restare in casa per evitare il contagio, si esce solo per andare in farmacia e al supermercato, chi esce indossa la mascherina con disinfettante in tasca.

Non siamo in una puntata di Walking Dead, siamo solo nel 2020 nel pianeta terra.

Io nella nuova casa ordino la spesa a domicilio, posso vedere solo i congiunti che vengono a trovarmi e se indossano la mascherina. Io sono disabile, quindi soggetto vulnerabile e maggiormente a rischio contagio.

“Andrà tutto bene” dicevano dalle finestre dei palazzi di tutto il mondo. La mia ragazza\congiunta mi lascia inviandomi un messaggio su WhatsApp: Ti lascio non ti preoccupare: Andrà tutto bene.

Anno 2021, vivo da solo, lavoro al pc in smart working da un anno e non mi dispiace. In qualche modo riesco a fare nuove amicizie… o qualcosa del genere.

Certe volte, in pausa pranzo, ordino qualcosa da mangiare dal locale vegetariano sotto casa e me lo consegnano davanti la porta di ingresso verso le ore 13. Certe volte passa un congiunto (mia madre) a lasciare qualche manicaretto per il povero figlio di 37 anni che deve ancora crescere.

Alle ore 13 il mio pranzo è variabile, la cosa che invece non cambia mai è che dopo pranzo vado fuori in balcone zoppicando a bere un caffè seduto sulla sedia a guardare quello che accade intorno. Io non ho una finestra sul cortile, io ho un balcone sul cortile, però è più figo dire una finestra sul cortile perché menziono Hitchcock.

Oggi a pranzo ordino sotto casa dal locale vegetariano: Polpette di quinoa, zucchine impanate nella granella di pistacchio con contorno di broccoli, fagiolini e carote servite con yogurt greco.

Alle ore 13:40 bevo il caffè in balcone e osservo il palazzo di fronte: non è un vecchio palazzo, neanche nuovo, secondo me è degli anni 60. Sei piani. Un palazzo degli anni 60 è vecchio o nuovo? Dubbi mentre bevo il caffè.

Le finestre del primo piano sono sempre chiuse, non vive nessuno all’interno, oppure sono tutti morti all’interno.

Al secondo piano invece qualcuno vive: dalla portafinestra si vede gente, sul balcone c’è un armadio di plastica a 2 ante e giocattoli sparsi, uno stendino con vestiti appesi e una scarpiera. Dalla finestra accanto al balcone un adolescente dai capelli castani spettinati si fuma una sigaretta.

Terzo piano: meno affollato del secondo, armadio a 2 ante presente anche lì, dalla portafinestra si intravede una donna che spazza il pavimento.

Quarto piano: tre bambini seduti giocano sul balcone.

Quinto piano: una giovane ragazza dai capelli corti biondi esce fuori, poggia i gomiti sulla ringhiera e si accende una sigaretta. Guardo la ragazza mentre gusto il caffè, la ragazza guarda me e poi guarda il suo cellulare.

Sesto piano: un piccolo tavolino rotondo all’angolo, poi credo che il ragazzo disteso sul tappetino faccia yoga. Non vedo sedie e armadi. Vedo solo un ragazzo che dimena con lentezza gambe e braccia.

Termino di osservare il palazzo di fronte, inizio a guardare il palazzo di lato, più vicino al mio: 6 piani, per ogni piano sono visibili solo 2 finestre, una grande e l’altra più piccola. Non è presente nessuna portafinestra.

Primo piano: finestra piccola con tenda bianca aperta; finestra grande dalle tapparelle perennemente chiuse.

Secondo piano: vecchia finestra piccola con tenda aperta e si vede il bidet; finestra grande accanto coperta da tende bianche.

Terzo piano: il mio stesso piano, finestra piccola chiusa con tenda bianca; finestra grande aperta, un ragazzo con occhiali e auricolari è seduto alla scrivania guardando il monitor. Il ragazzo parla, vedo muovere le labbra, il ragazzo starà facendo didattica a distanza o lavora, non capisco cosa stia facendo. Io quando lavoro faccio lo stesso. Guardo il ragazzo, lui mi guarda, alziamo entrambi la mano per salutarci.

Quarto piano: finestra piccola coperta da sbarre bianche; finestra grande composta da 4 ante aperte. Due ragazzi di colore parlano una lingua straniera, non capisco la nazionalità. Io li guardo, uno dei due mi fissa, io saluto alzando la mano, lui ricambia facendo lo stesso.

Quinto e Sesto piano non attirano la mia attenzione, non succede niente di particolare. Sono presenti sempre finestre piccole o grandi a 4 ante. Finestre sempre coperte dalle tende bianche, tapparelle sempre aperte.

In questa scenografia a volte mi capita di scambiare qualche frase con il mio vicino. Lui si chiama Enea, amico di tutti gli abitanti del condominio, certe volte sbuca inaspettatamente e quelle volte parliamo dal nostro balcone sul cortile.

Sul balcone del piano sotto una signora ha formato un giardino composto da grosse piante di aloe vera e piante di basilico giganti; da imperiose piante grasse e gelsomini; dall’incenso e dal rosmarino. E’ bello osservare quel balcone, trasmette vitalità terrestre.

Nel balcone di lato ubicato sopra invece ci sono i giovani, cioè più giovani di me, studenti o lavoratori, non lo so, ma sicuramente sono due ragazze e un ragazzo.

Non so chi è presente sul balcone sopra al mio, ma sicuramente ci sono bambini.

Intorno sono presenti altri palazzi, altri volti che ogni tanto sbucano inaspettatamente dalle finestre, ma nessuno ha attirato la mia attenzione. I giorni passano, la pandemia continua e la mia socialità esiste solo guardando dal balcone sul cortile.

Era un martedì, accendo il pc, vado in balcone e innaffio le poche piante che ho: una salvia e due piante grasse. Inizio a lavorare dalle ore 9:00. Call, attività lavorative informatiche, pausa caffè alle ore 11:00. Vado in balcone a prendere un po’ d’aria, saluto il ragazzo dell’appartamento di fronte mentre è alla scrivania davanti al pc. Mia mamma mi manda un messaggio su WhatsApp: Passo da casa tua e ti lascio un piatto di pasta al forno con uova sode all’interno. Per la pausa pranzo quindi per oggi ero a posto. Alle ore 12:30 mia madre entra a casa mia, mi lascia la pasta a forno ancora calda e va via. Cerco spudoratamente di guadagnare tempo al lavoro per poter mangiare la pasta a forno calda. Raggiunsi l’obiettivo, nel caso contrario l’avrei scaldata dopo al microonde, ma una cosa bella è sempre meglio godersela subito. Questa filosofia mi ha fatto fare tanti errori in passato, ma in piena pandemia era la migliore cosa che potessi fare.

Dopo pranzo preparo il caffè, la moka erutta e metto tutto nella tazzina. Osservo, la ragazza del quinto piano che fuma una sigaretta. La guardo, lei parla a telefono. Cambio sguardo, gusto il caffè, sento le due ragazze del piano superiore di lato che parlano di una tipa lentigginosa e con le tette grosse. Questa è l’unica cosa che ha catturato la mia attenzione durante il caffè. Io sono un semplice uomo etero, le ragazze potevano parlare di una guerra nucleare organizzata in quel palazzo, ma io ho capito solo “tette grosse” e “lentigginosa” forse l’ho inventato.

Era un lunedì, una giornata uggiosa, cielo plumbeo. Le mie piante in balcone sono aumentate: sono state aggiunte rosmarino, fragole e pomodorini. Non innaffio perché più tardi sicuramente pioverà. Oggi cucinerò io: carbonara. Con la spesa che mi consegnano a domicilio era presente uova, guanciale e pecorino romano. Alle 13 inizio a sbattere le uova. Io uso tuorlo e albume, i miei commensali lo sapranno, ma io vivo da solo, faccio il cazzo che mi pare e mangio quello che cazzo voglio. Aggiungo il pecorino alle uova sbattute e metto il guanciale in padella, quando l’acqua bolle butto dentro gli spaghetti e una volta al dente: buon appetito. Non scrivo i dettagli ma solo le cose importanti. Al termine della buonissima pasta alla carbonara, con tanto di complimenti allo chef disabile, inizio a preparare il caffè. Poi balcone e sulla sedia a osservare. A secondo piano un bambino seduto sul balcone gioca con una macchinina; negli altri piani non succede niente. Mi giro a sinistra e guardo l’altro palazzo. Non vedo niente di particolare, tutto noioso e normale, tranne che al secondo piano la vecchia finestra piccola è aperta, vedo solo il bidet. Ad un tratto una signora entra in quel bagno, capelli castani raccolti con un fermaglio giallo sulla testa, una maglia lunga, larga e colorata. Non vedo la signora negli occhi, ma noto la sua semplicità da ambiente domestico. Bevo il caffè sbirciando la signora. Lei alza la maglia larga e colorata e si abbassa le larghe mutande nere per accomodarsi sul bidet. Io volto lo sguardo, poi faccio finta di voltarmi casualmente, ma noto che la signora ha chiuso la piccola finestra. E’ stato il momento più eccitante della giornata. Torno a lavorare alla scrivania e sono quasi contento.

Era un mercoledì, alle ore 10:30 esco in balcone e innaffio le mie piante che continuano ad aumentare e a sbocciare. Sono state aggiunte aglio, pomodori San Marzano e menta. Il mio vicino Enea a volte sbuca e mi parla di spese condominiali mentre fuma una sigaretta elettronica. Di fronte vedo la ragazza biondina del quinto piano che fuma e accarezza il cane. Rientrando dalla portafinestra saluto Enea. Ore 12, mia mamma mi scrive su WhatsApp che oggi mi porta i tortellini fatti da lei insieme al brodo di cappone. Le scrivo di venire alle 13:30 perché oggi ho tanto lavoro. Tortellini in brodo fumanti una volta arrivati a casa sono stati finiti in 20 minuti. Successivamente il solito caffè nel balcone sul cortile, ma al freddo. Non sono presenti bambini nei palazzi. Nessun domestico che spazza. Nessuna persona, solo un adolescente che fuma una sigaretta al secondo piano. Termino il caffè, mi rimetto in piedi e proprio in quel momento un buon odore di marijuana fumante mi proietta nel passato dei miei anni universitari. Alzo lo sguardo e dal balcone dove le 2 ragazze parlavano di tette grosse, un ragazzo spettinato, con aria felice e sorridente mi guarda. Io lo guardo e sorrido. “Che buon odore” gli dico. Il ragazzo sorride, fa un tiro dalla sua canna e mi lancia il fumo dalla sua bocca dal piano superiore. “Devo lavorare” gli dico. Lui fa un altro tiro dalla sua canna e sorride. Forse mi sono sballato di fumo passivo, ma sono rientrato ugualmente nella mia postazione lavorativa, ma questa volta sorridendo.

Passano i mesi, le stagioni e l’ora legale. Le mie abitudini non cambiano, i personaggi del cortile sono sempre gli stessi, ma un giorno il caffè amaro è diventato molto dolce per me. Era un venerdì, si sentiva il profumo di primavera. Alle ore 9:45 le campane della chiesa San Francesco mi ricordano di innaffiare le piante. Sono state aggiunte le margherite africane gialle e la verbena viola, ho voluto dare un po’ di colore al mio giardino inaspettato. Le fragole rosse e pompose mi riempiono di gioia, i pomodorini infuocati di orgoglio. Torno a lavorare, ho iniziato ad apprezzare lo smart working, odio solo il covid al momento. Oggi pranzerò con melanzane alla parmigiana sequestrate il giorno prima dai miei amici. Ore 13:15 le melanzane alla parmigiana passano dal frigo al forno a microonde. In teoria dovevano bastarmi per due giorni, ma non ho resistito, era venerdì, sono ghiotto, crepi l’avarizia, ho mangiato anche un po’ di caponata che avevo in credenza. Preparo il caffè e, armato di stampella in una mano e tazzina nell’altra, vado in balcone, mi siedo sulla sedia e mi godo la bella giornata di sole. La finestra piccola del bagno del secondo piano del palazzo laterale è aperta. Vedo la signora che entra e mi osserva, io saluto per cortesia, lei ricambia sorridendo. Per non restare a fissarla devio lo sguardo nella palazzina frontale, anche lì una novità, il caldo fa stare bene la gente pensai. La ragazza del quinto piano è seduta sulla sedia a prendere il sole in topless, io la guardo con aria stupita e dubbiosa, lei mi guarda seria e non si scompone, il suo cane gira intorno alle sue gambe scoperte. Per non sembrare un maniaco mentre bevo il caffè dalla tazzina, momentaneamente tremolante, cambio direzione dello sguardo, che casualmente ricade nel bagno laterale del secondo piano e lì trovo la signora seduta sul bidet che si lava e mi guarda. Cambio nuovamente direzione dello sguardo che torna casualmente sulla ragazza in topless del quinto piano che improvvisamente inizia a spalmarsi la crema. Abbronzante o protettiva non mi interessa, lei mi guarda mentre si massaggia le tette, io bevo il caffè. Lancio un’occhiata alla signora di lato che continua a osservarmi mentre si lava o si sciacqua o si masturba. Stavo assistendo a uno scontro generazionale. Passo lo sguardo alla ragazza che ha terminato di spalmarsi la crema e penso che porti la taglia terza di reggiseno. Poi passo con nonchalance a guardare la donna imperterrita sul bidet; poi ragazza in topless; poi signora; poi giovane; poi adulta; poi sorrido alla ragazza mentre si abbronza; poi sorrido alla donna mentre si lava; poi…sento squillare il computer, una chiamata di lavoro in smart working. Entro correndo zoppicando dentro casa, mi siedo nella mia postazione, metto gli auricolari e rispondo. I colleghi parlano di cose informatiche lavorative, la mia eccitazione si disperde tra terabyte e cloud, mentre la caponata comincia a farsi sentire nello stomaco. L’eccitazione in piena pandemia è finita, adesso potrebbe eccitarmi solo una convocazione per fare il vaccino anticovid.

La finestra sul cortile – mEEtale

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Un terzo degli alunni con disabilità è senza docenti di sostegno specializzati (e andrà sempre peggio)

La FISH commenta i dati sulle operazioni di mobilità dei docenti della scuola da cui si rileva che circa 5.000 docenti titolari di posti di sostegno hanno ottenuto il passaggio su posto comune

I cancelli delle scuole si sono appena chiusi, ma è già tempo di pensare al prossimo anno scolastico, e soprattutto di non abbassare la guardia sul fronte del sostegno scolastico agli alunni e studenti con disabilità.
Lo fa la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), facendo i conti e segnalando che 5.000 docenti specializzati e titolari su posti di sostegno hanno ottenuto il passaggio su posto comune. Significa che tutti questi insegnanti, dotati di specializzazione per il sostegno, sono passati ad insegnare materie curriculari, lasciando quindi vuote quelle 5.000 preziosissime cattedre per le quali bisognerà cercare nuovo personale, spesso non specializzato.

Ricordiamo che la normativa attuale consente agli insegnanti di ruolo di sostegno di passare su cattedra comune dopo cinque anni di permanenza su cattedra di sostegno.
Le difficoltà di copertura dei posti di sostegno, peraltro da anni ben note, continueranno dunque ad aumentare, e a farne le spese, ancora una volta, saranno gli alunni con disabilità che, di anno in anno, sempre più spesso devono â€œaccontentarsi” di docenti privi di specializzazione.

Vincenzo Falabella, presidente della FISH, si rivolge Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, per correre ai ripari: «Chiediamo l’immediata istituzione di una classe di concorso per il sostegno, una per ogni ordine e grado di istruzione». Segnala Falabella che come conseguenza del passaggio su posto comune di 5000 docenti specializzati, “a settembre decine di migliaia di cattedre di sostegno rimarranno vuote e la maggior parte di esse saranno coperte da docenti non specializzati, con un aggravio per gli alunni con disabilità, che, in tal modo, si ritroveranno con docenti privi di una formazione adeguata”.

Amarissima la constatazione che â€œdi questo passo per oltre un terzo dei quasi 300.000 studenti con disabilità italiani i docenti per il sostegno continueranno ad essere dei semplici badanti”.

Secondo Falabella è il sistema a dover essere modificato: “la classe di concorso deve essere una chiara scelta professionale fin dagli studi universitari e non una scelta meramente opportunistica, per trovare lavoro, cioè un trampolino di lancio per il posto comune». Conclude: “l’istituzione di apposite classi di concorso per il sostegno garantirebbe pure la continuità didattica e dunque chiediamo al Ministero dell’Istruzione, da subito, di convocare l’Osservatorio Scuola data l’urgenza del caso, per affrontare un problema che si trascina da anni e che deve assolutamente trovare un avvio di soluzione”.

Articolo su Disabili.com

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Sofia, l’interprete Lis che fa ‘sentire’ le canzoni ai non udenti: “Bisogna educare alla diversità”

Sofia è un’educatrice sociale e un’interprete Lis, la lingua dei segni. E un po’ per gioco, un po’ per passione, ha iniziato a pubblicare sui social le canzoni meno note o più divertenti per riuscire a farle ascoltare anche ai non udenti. Così, in pochi minuti, Napule è di Pino Daniele è una canzone senza barriere, così come Ragione e Sentimento di Maria Nazionale. Un percorso che le ha permesso di capire che la diversità è in ognuno di noi e che utilizzare strumenti che non ci appartengono significa prendersi cura degli altri.

Articolo su Fanpage

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Nasce Frolla, il biscottificio (a chilometro zero) che dà lavoro a ragazzi disabili

Articolo di MARTINA MILONE

Osimo, il progetto nasce dall’idea di due amici, pasticcere uno, operatore sociale l’altro. “Questi ragazzi hanno dentro un vulcano. Noi vogliamo dar loro la possibilità di esprimersi”. Seguici anche su Facebook

Hanno iniziato da un’idea semplice, realizzare un progetto solidale e gustoso allo stesso tempo. Così nasce Frolla, biscottificio artigianale e pasticceria che dà lavoro ai ragazzi disabili, inaugurato a Osimo, in provincia di Ancona. L’iniziativa è partita pochi mesi fa dalle menti di due ragazzi, Jacopo Corona e Gianluca Di Lorenzo, pasticcere uno e operatore sociale l’altro. Amici prima, soci poi, che hanno fatto del lavoro sociale una vera e propria scelta di vita. 

Scopo del progetto: fornire a “soggetti socialmente svantaggiati” un percorso di inserimento lavorativo finalizzato all’integrazione nella società. Soprattutto in una società dove il problema dell’emarginazione è reale e sempre difficile da combattere. Frolla non è però solo un’opportunità di lavoro, ma rappresenta anche una possibilità di confronto e di scambio per i disabili in un clima familiare e professionale al tempo stesso. 

“Frolla – uno dei cibi più semplici… ma non banali”, recita lo slogan del progetto. “Volevamo un prodotto di pasticceria che accomunasse tutti, generato dal lavoro di ragazzi disabili. Allora abbiamo pensato al biscotto, quello fatto come una volta, con farine esclusivamente locali, della nostra regione Marche”, racconta Jacopo uno dei due ideatori. “Ci siamo accorti che ci sono molti ragazzi disabili con delle capacità ed abilità importanti che purtroppo non riescono a trovare spazio di espressione e non vengono alimentare, è come un fuoco alla quale non viene buttata legna e piano piano si spegne, questi ragazzi hanno dentro un vulcano ma non riescono a farlo eruttare semplicemente perché non hanno il modo di farlo”, continua. Ad aiutarli nel progetto anche la mamma di un ragazzo disabile, Silvia Spegne

Il successo non era scontato, eppure grazie anche ad un progetto di crowdfunding, l’iniziativa è decollata in pochi mesi. Passando prima via Facebook e Instagram, Frolla ha ricevuto l’attenzione del pubblico e, infine, è sbarcato su Eppela, una piattaforma di raccolta fondi. In soli sei giorni, sui 30 previsti per poter donare, la campagna aveva già raggiunto l’obiettivo dei 2.500 euro. “I soldi ci servivano per comprare gli strumenti e le attrezzature per far lavorare i nostri ragazzi”. Così lo scorso 24 febbraio il crowdfunding si è chiuso a quota 5.000 euro. Un’enormità per dei giovani imprenditori che avevano come unico obiettivo un progetto socialmente utile. 

Oggi la loro idea è arrivata a compimento e questi giovani promettenti pasticceri hanno un luogo dove far crescere il loro talento. Un traguardo che per i due ideatori è solo l’inizio. “Attualmente lavoriamo con circa 20 ragazzi, in un consorzio in cui si inserisce anche la Roller House (una cooperativa sociale da anni attiva sul territorio). In due sono assunti, gli altri vengono dall’alberghiero di Loreto. L’obiettivo? Assumerli tutti”.

Articolo su Repubblica.it