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Momenti

racconto presente nel libro LA BESTIA NON CORRE pubblicato nel 2013 da Vertigo Edizioni

(2° posto al concorso “Urbe Parthenicum”)

Featured Image -- 3451Era successo qualcosa nel corpo di Riccio, ma non riusciva a capire cosa, non riusciva a darsi una spiegazione. Dopo cinquecento metri di cammino iniziava a zoppicare e dopo altri cinquecento metri non riusciva più a reggersi in piedi. La sua vita stava iniziando a cambiare, i suoi pensieri prendevano il sopravvento. Non capiva cosa cazzo fosse. Si ritrovò nuovamente a rigirarsi nei pensieri, a riflettere su cose che aveva fatto, su cose che avrebbe potuto fare se i suoi pensieri fossero stati giusti. Quello che sapeva con certezza era che non sapeva che cazzo stesse accadendo.

Si chiedeva il “Perché”, faceva domande che non esistevano; si chiedeva “Quando”, elaborava progetti che avrebbe cambiato o cancellato; si chiedeva “Dove”, quando sapeva benissimo che la risposta era semplicemente “qui”. Insomma, chiedeva tante cose, ma, solo quando era troppo tardi, si accorgeva che si stava rivolgendo a se stesso senza coinvolgere nessuno, quando in realtà era giusto chiedere alle persone che gli stavano vicino.

Erano momenti strani per lui, momenti in cui passava di inseguire qualcosa, ma non sapeva cosa; momenti in cui credeva di avere un’intuizione, ma che in realtà era solamente una banalità.

Erano solo momenti di debolezza in cui credeva di essere invincibile. Momenti in cui pensava che tutto sarebbe passato e che sarebbe ricominciato dall’inizio, che tutto sarebbe stato migliore e più bello.

C’erano momenti del cazzo, invece, in cui pensava che tutto questo non sarebbe mai finito, che non sarebbe cambiato mai niente, che tutto sarebbe peggiorato.

Erano momenti in cui Riccio aveva rimpianti e ripensamenti, urlava a se stesso di essere forte e che era impossibile tornare indietro, ormai doveva solo cercare di reagire.

Riccio si chiedeva cosa fosse quel “Qualcosa”, cosa fosse quel malessere, cosa stesse cercando e soprattutto perché lo stava cercando. Ma anche quella volta restarono solo punti interrogativi sospesi nell’aria e che non avevano risposte. Continuava a fare capriole nella mente e a voltarsi dal lato opposto delle riflessioni, ma poi si accorgeva che aveva solo voglia di gridare ad alta voce senza essere ascoltato.

Sapeva che mancava qualcosa, ma non sapeva cosa. Iniziavano nella sua mente, mentre si guardava allo specchio, una serie infinita di immagini che a sua volta si riflettevano in un altro specchio che si trovava di fronte e così all’infinito; quell’infinito in cui cercava la forma esatta di se stesso che ancora non conosceva.

Riccio rifletteva per qualche secondo su quello che desiderava, ma è inutile porgersi domande quando si pensa di sapere la risposta. Cercava figure nella mente solo per avere un punto di riferimento o una semplice immagine del traguardo da raggiungere. Non era questo che voleva. I punti interrogativi potevano causare grandi eventi, ma solo se si trovava la forza di trasformarli in punti esclamativi; erano sempre quelle le domande a cui tentava di dare una risposta, ma non fu mai in grado di farle diventare una realtà concreta. Continua a leggere “Momenti”

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Pakhet

racconto presente nel libro LA BESTIA NON SI FERMA pubblicato nel 2016 da Eretica Edizioni

(Menzione d’onore per il Premio Culturale Nazionale “Gian Galeazzo Visconti”; Attestato di Merito al concorso “Luce dell’Arte”)

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CopertinaLe onde si rompevano delicatamente sulla riva come se la accarezzassero, il sole splendeva e un soffio di vento rinfrescava l’aria. Riccio era a petto nudo e in costume da bagno, giunse al bancone di un chiosco sulla spiaggia e chiese due birre. Il suo amico Lupo, anche lui con addosso solo un costume da bagno, afferrò di scatto le birre e sorridendo puntò l’amico dai suoi grandi occhi celesti. I due si diressero verso il tavolino e si sedettero sulle sedie che giacevano intorno; accesero una sigaretta ciascuno, brindarono senza dire una parola e iniziarono a sorseggiare la birra.

«Oggi la spiaggia è deserta. Dove è finita la gente?» domandò Riccio guardandosi intorno.

«Non lo so, però a volte è bello non incontrare persone, si evitano pedanti domande prive d’interesse in cui si è costretti a dare banali risposte» rispose Lupo.

«Sì hai ragione. Spiaggia vuota, mare cristallino, le onde che terminano lentamente sulla riva accompagnate da un vento lento quasi cullante, poi la birra fresca in mano, io me lo immagino così il paradiso».

Lupo lo guardò accennando un sorriso.

Ad un tratto una figura attirò il loro sguardo: nella spiaggia deserta una ragazza si stava avvicinando al bancone e i due amici cominciarono a osservarla attentamente. Era una ragazza di colore che indossava uno stretto bikini cobalto e un paio d’infradito nere, aveva due lunghe gambe dalle caviglie sottili, il ventre piatto e un seno prosperoso, retto dagli elastici della parte superiore del bikini, in viso comparivano due labbra carnose e un paio di occhiali da sole le coprivano gli occhi. I due la osservavano cercando di non essere troppo invadenti, ma lei notò di essere scrutata e ricambiò con un sorriso e aria compiacente. La ragazza arrivò al bancone, poggiò i gomiti mettendo in mostra il sedere, coperto solo da un tanga cobalto che divideva le due natiche, artefici di curve perfette. I due ragazzi spalancarono gli occhi con aria felice.

Arrivò il barista e lei, sorridendo, gli chiese:

«Una bottiglia di birra per favore». Poi aggiunse: «Gentilmente mi può dare la stessa bottiglia che hanno preso quei due ragazzi che mi stanno guardando il culo?» e si voltò di scatto verso Riccio e Lupo. I due non si mossero ma passarono lo sguardo malizioso dal fondo schiena al volto.

La ragazza agguantò la bottiglia dal bancone e andò a sedersi al tavolo con i due ragazzi.

«Ciao, io sono Pakhet» disse lei porgendo la mano. Continua a leggere “Pakhet”

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Una Settimana e un Sorriso

racconto presente nel libro LA BESTIA NON CORRE pubblicato nel 2013 da Vertigo Edizioni
(3° posto al concorso “Salvatore Quasimodo”; Attestato di Merito al concorso “Luce dell’Arte”; Segnalazione di Merito al concorso “LeggiadraMente”)

Featured Image -- 3451Un giorno come tanti per Riccio. Ritornò a casa molto stanco dal lavoro, si sdraiò sul letto e mise le mani dietro la testa poggiata sul cuscino. Fissava la parete bianca sguarnita sopra di lui e cominciò, come al solito, a pensare, scontrandosi con vortici di immagini che avrebbero rappresentato i probabili futuri che desiderava, quei futuri formati da possibili combinazioni, senza che mai si fosse presentata alcuna occasione per poterli trasformare in qualcosa di concreto. Si accontentava di pensare ai suoi progetti e ai suoi desideri, non riuscendo mai a farli diventare qualcosa di reale.

Riccio viveva da solo in appartamento e con il passare del tempo era diventato una persona noiosa e abitudinaria. Aveva fatto tante scelte importanti nella sua vita, ascoltando esclusivamente la sua impulsività ed evitando i compromessi presentati nel percorso della sua crescita. Aveva avuto una vita disordinata e molto movimentata ma, a causa della sua malattia, si era tranquillizzato così tanto e così pesantemente che, sporadicamente, pensava di non essere più in grado di reggerne il peso.

Riccio stava male perché aveva smesso di sperare, aveva smesso di credere e aveva smesso di sorridere. Per attenuare le sue tristi notti insonni ricominciò a fumare marijuana solo per assentarsi mentalmente prima di dormire, per vivere sogni che continuavano il cammino dei suoi pensieri che lo vedevano correre felice.

1. Una sera come tante si sporse in piedi dalla finestra della sua stanza, per fumarsi la solita mezza canna prima di andare a letto. Notò che dalla finestra di fronte, ma del piano superiore, si era alzata la tapparella e a seguire si era accesa una luce nella stanza. Lui fumava la sua canna e guardava incuriosito. Erano le 23:40 e non aveva mai visto quella luce accesa a quell’ora. A un tratto vide affacciarsi una persona. Capì che era una donna, ma non vedeva bene il volto, a causa dell’oscurità della notte e dalla distanza di circa dieci metri che li separava, vedeva solo lunghi capelli scuri ondulati. Vide la donna accendersi una sigaretta; lui nel frattempo era giunto a mezza canna, diede un’ultima boccata e la spense a metà nel posacenere, chiuse la finestra e si mise a letto assuefatto dal thc.

2. Il mattino seguente Riccio andò in ufficio, si sedette alla sua postazione e procedette con il suo semplice lavoro davanti al Pc. Come al solito prestava poca attenzione alle futili chiacchiere dei colleghi e continuava a lavorare, ligio al dovere. Al termine della giornata tornò a casa e seguì la solita sequenza di azioni che lo portarono davanti alla finestra, allo stesso orario della sera precedente, con lo scopo di terminare la mezza canna lasciata nel posacenere. Erano le ore 23:45 e la luce della finestra di fronte si accese. Si ripeté la stessa scena della sera prima, lui fumava mezza canna e la misteriosa persona di fronte, una sigaretta. Questa volta il tempo di condivisione dedicato a fumare aumentò di qualche minuto e ogni tanto uno dei due lanciava uno sguardo verso l’altro. Al termine della canna Riccio diede l’ultima boccata e spense la cicca nel posacenere. Questa volta Riccio non fece i soliti pensieri autolesionisti sulla vita, questa volta si addormentò con una nuova curiosità. Continua a leggere “Una Settimana e un Sorriso”

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Prova Costume

Sta arrivando una nuova estate e ancora una volta la prova costume non è andata a buon fine. Ahimè! Che amarezza!

macho

Avevo provato a mangiare meno, forse anche meglio. Avevo provato ad andare in palestra, mi sono iscritto e non sono mai andato, ma questo vale lo stesso. Volevo arrivare a questo momento presentandomi allo specchio con il fisico scolpito, addominali in mostra, pettorali fieri, bicipiti entusiasti e zigomi orgogliosi.

Cos’è andato storto questa volta? Dove ho sbagliato? Perché?

Non riesco a spiegarmelo, credevo di aver fatto tutto per il meglio.

Da gennaio ho iniziato a mangiare solo due uova a colazione, solo due cornetti alla crema, solo mezzo pacco di biscotti al cioccolato, solo mezza busta di latte da un litro e solo un panino con la nutella. Avevo smesso con le mie solite colazioni abbondanti. Avevo imparato a ridurre il cibo ingerito.

Forse sarà stata la pausa delle undici di mattina a lavoro a fottermi. Forse non dovevo abusare delle merendine presenti alle macchinette. Oppure non dovevo mangiare sempre due babà quando andavo al bar Campano. Forse il cappuccino al cioccolato non era dietetico, ma io come facevo a saperlo? Nessuno mi aveva avvertito. Sono sempre l’ultimo a sapere le cose.

Forse avrò sbagliato durante le pause pranzo, non lo so, ma avevo imparato a variare la mia alimentazione. Se andavo dall’Abruzzese avevo deciso di mangiare solo duecento grammi di pennette “cac’e ova” e solo dieci arrosticini di pecora. Provavo a non strafare. Anche quando andavo dal Giapponese, con il menù “all you can eat”, avevo imparato a non arrivare sull’orlo dell’esplosione ma solo sull’orlo dell’esagerazione, perchè ci tenevo alla linea.

Dai Napoletani prendevo solo la pizza salsiccia e friarielli con il bordo ripieno di ricotta di bufala. La pizza a pranzo non ha mai fatto male a nessuno, anzi, forse migliora il lavoro. Se andavo dai Pugliesi di Taranto prendevo sempre la solita puccia con gli uccelletti, ma avevo imparato a non aggiungere le patatine fritte. Oppure dai Foggiani prendevo duecentocinquanta grammi di orecchiette artigianali con le cime di rapa. Dai Lucani invece prendevo pappardelle al ragù di cinghiale e solo una decina di Gnummareddi alla griglia, comunque solo fino a saziarmi, non fino a scoppiare. Mentre dai Calabresi era sempre un problema. Ogni volta che andavo da loro la madre del titolare aveva preparato il pane, a volte lo preparava la sorella, a volte la nonna e a volte pure la cugina. Come facevo a resistere, poi non mi sembrava educato rifiutare. Quando dicevo loro “poca ‘Nduja” facevano il contrario; quando dicevo “poca Soppressata” non riuscivo a terminare; quando provavo a non esagerare con il Capocollo, veniva il proprietario a mangiare insieme a me e aggiungeva un Caciocavallo da spartire.

Ma non ho avuto problemi solo con le cucine meridionali.

Se decidevo di mangiare Bolognese avevo deciso che i tortellini artigianali li avrei presi solo in brodo di cappone e non pasticciati con ragù, panna, noce di burro e parmigiano. Avevo imparato a resistere alla cotoletta alla bolognese, cioè, ho provato a resistere solo due, tre, forse quattro volte.

Ma come si fa a resistere a quattrocento grammi di carne di vitello, ricoperta di burro, pan grattato e prosciutto crudo? Sarà stato quello il problema?

Forse è stato quando a cena andavo dai miei genitori Siciliani. Mia madre preparava sempre tante cose. Forse esageravo con gli spaghetti con le sarde, finocchietto e mollica tostata. Ne prendevo solo duecento grammi, ripeto, solo duecento. Il problema era quando mia madre preparava le arancine al ragù o al prosciutto e mozzarella. Ho provato a mangiare solo due arancine quando le preparava, ripeto, solo due. Cazzate, ne mangiavo almeno quattro.

Minchia! A pensare alle arancine mi è venuta fame. Vaffanculo alla prova costume, ritorno a mangiare il cazzo mi pare. Non pubblicherò sul web neanche immagini Photoshoppate, che cazzo me ne frega.

Buona estate! Ci vediamo a Natale!

 

pubblicazione su mEEtale

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Sotto i Portici

3082595Sono nato in Sicilia e all’inizio non sapevo niente della città di Bologna, ma con il tempo questa città ha cominciato ad avvicinarsi lentamente alla mia vita. Quando ero bambino l’unico mezzo di comunicazione a cui avevo accesso era la televisione. I miei genitori mi piazzavano sul divano a guardare i cartoni animati, le cui sigle iniziali erano sempre cantate da Cristina D’Avena, nata a Bologna nel 1964. La sera andavo a letto presto e la televisione la guardavano i miei genitori. Ricordo che guardavano una donna che ballava e cantava: quella donna era Raffaella Carrà, nata a Bologna nel 1943.

Quando cominciai ad andare alla scuola elementare, il posto che mi fu assegnato fu quello accanto a Gianni, un ragazzino dai grandi occhi castani molto simpatico e con lui legai subito, infatti dopo breve tempo diventò il mio migliore amico. Gianni giocava a basket e questa cosa mi attirò molto. Convinsi così i miei genitori ad iscrivermi per praticare anch’io questo sport. Tutte le mattine andavo a scuola e tre pomeriggi a settimana andavo a giocare a pallacanestro insieme al mio amico Gianni. Sognavamo entrambi di diventare un giorno grandi giocatori di basket e le squadre più forti in Italia erano la Virtus Bologna e la Fortitudo Bologna.

Io crescevo e cominciai ad ascoltare la musica che proponeva la radio e questa cosa la facevo sempre insieme al mio amico Gianni. Ascoltavamo le canzoni di Lucio Dalla, nato a Bologna nel 1943 e ascoltavamo Luca Carboni, nato a Bologna nel 1962. I miei genitori, ovviamente, facevano sempre qualcosa di diverso da me e ascoltavano i Pooh, un gruppo che nasceva a Bologna nel 1962, con Dodi Battaglia che vi nasceva nel 1951.

Al termine della scuole medie iniziò una fase cruciale della mia prima adolescenza perché dovevo iscrivermi alle superiori, ma la cosa che mi turbò più di tutte fu che il mio amico Gianni fu costretto ad andare via dalla Sicilia. Suo padre aveva perso il lavoro e si dovettero trasferire per trovarne uno nuovo, in quegli anni si diceva che a Bologna fosse più facile trovare lavoro, era una città assetata di rinascita a seguito della strage di Bologna nel 1980. Gianni era andato via e io nel frattempo crescevo. Cominciai ad avere nuovi amici e tra questi c’era uno che suonava la chitarra che mi fece ascoltare per la prima volta Francesco Guccini. Quello che ricordo è che nella canzone “La locomotiva” lui diceva: “Alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno…un pazzo si è lanciato contro un treno”. Adesso io conoscevo bene il nome di quella città, ma sentirla nominare in una canzone mi faceva un certo effetto. Cominciai ad ascoltare altre canzoni di Guccini che diceva di essere un “modenese volgare” ma affermava in un’altra canzone: “Bologna capace d’amore, capace di morte”. Continua a leggere “Sotto i Portici”

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Da seduta: la prospettiva di una vita che cambia con una disabilità

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La disabilità raccontata attraverso le emozioni che suscita il cambiamento del proprio corpo è la protagonista di questo racconto della scrittrice Simona Merlo
Una disabilità che sopraggiunge è anche un’immagine di sé che non risponde più a se stessa. E’ cambiare corpo, è non riconoscersi. E tuttavia anche cambiare, modificarsi, seguire la nuova rotta.
Ne trasmette le sensazioni la scrittrice Simona Merlo nel suo racconto “Da seduta“, dedicato ed ispirato all’amica e collega Elena Casi. Potete leggere il racconto, premiato al concorso letterario nazionale “Albiatum“, qui di seguito. Ringraziamo l’autrice che ci ha dato l’autorizzazione alla pubblicazione.

Guardo il mio cane. È così strano capire chi sono adesso per lui. Non corre più con me, non passeggia, non mi chiede di uscire. Mi guarda con quell’espressione più che umana, con le orecchie un po’ piegate e la testa inclinata da una parte e aspetta, forse, che i miei gesti ritornino come prima. Lo spera in verità. Ma lui è un Jack Russel pensatore e sono certa che dentro i suoi lunghi silenzi cerchi un modo per tornare indietro nel tempo, per fermare quell’attimo di felice normalità in cui ero io la sua padrona. Ero io a gestire lo spazio intorno a noi, senza barriere, ruote, estranei, bastoni, medici, cuscini, farmaci. Senza limiti.

Guardo il mio cane. Da seduta. Ingombrante e straziata dai dolori, lo accarezzo per calmarmi. Il suo battito accompagna la mia lotta quotidiana nella conquista dei metri quadrati. Qualche volta mi spingo fino allo specchio e fisso i dettagli di un corpo che non riconosco: cosa sono queste linee che delimitano i miei fianchi? Chi le ha disegnate così lente? Le mie spalle da tennista costrette dentro spasmi incontrollabili. Le braccia forti e sicure ieri, oggi tremano come un piccolo giunco investito dal vento. A volte, non sempre. A quale invisibile richiamo rispondono i miei muscoli? Ingestibili se non per poco, se non in acqua. Lontani da quello che la mia mente ordina, hanno proclamato un imprevedibile colpo di stato. Una guerra che forse un gene o un virus o elementi traumatici o tutti insieme hanno iniziato contro di me, contro un mero contenitore di carne e sangue che li tiene stretti stretti senza riuscire a mandarli via. Senza riuscire a cacciarne nemmeno uno.

Un sistema immunitario andato a puttane, dicono. Un intero sistema-vita ridotto in frantumi: sintetizzo. Quello che mi stavo costruendo a fatica da venti anni, pezzo dopo pezzo, senza chiedere niente, nel silenzio delle mie scelte.Quello che oggi vorrei indietro, che i pazzi disprezzano, da cui i deboli scappano.
Una vita fatta di errori ma di libertà, di moto da guidare, di posti da vedere; fatta dell’odore dell’erba dopo la pioggia estiva. Di maratone di film senza mal di testa, pause o colliri. Una vita senza nessun obbligo organizzativo, senza la paura che, se sola, potrei morire della mia stessa paura.

Guardo il mio cane. La rabbia monta. Mi assale d’improvviso disgregando ogni briciola di energia raccolta a fatica nonostante il sonno forzato e i pensieri negativi. Mi aggredisce in un moto necessario di violenza. Basta poco: un motorino che per cinque minuti ruba il diritto di un posto agevolato; la cattiveria di uno sconosciuto per il quale sei un lento impiccio da superare; gli amici che ti evitano e quelli che ti parlano come se fossi scema non seduta. Non sei più donna né una professionista. La grande novità del tuo status acquisito è che non sei più tu. Sei un’altra che si guarda dall’alto. Sei sospesa tra sentimenti inattesi da cui è inutile fuggire.

Nel silenzio notturno ascolto il barbagianni, accendo la tv, bevo la mia magica pozione antidolorifica. Riesco a fare qualche passo appoggiandomi al bastone. Forse in un futuro non troppo lontano troveranno una cura. Forse mi alzerò di nuovo e camminerò come prima, fluida, seguendo la corrente fatta di persone che attraversano la strada o in fila ad una fiera. Forse domani sarà diverso ancora una volta: perderò peso, andrò in palestra, farò l’amore senza sentirmi di meno. Di meno della persona che accarezzo, della sua bellezza. Il mio di più non saranno ruote estraibili con un click o scivoli di accesso.

Tuttavia finché il domani dei desideri non diventerà il mio oggi devo provare a sorridere. Sbircio cosa fa il mio cane accigliato e decido: lo porto fuori da sola. Ho comprato online un nuovo straordinario guinzaglio; ho cambiato casa per non avere le scale; ho cambiato città per avere più vicino chi amo; ho trovato un nuovo modo di lavorare; ho la forza per accettare e non darla vinta a questa nuova dimensione. E se mi guardo e non mi riconosco, e se urlo quando vorrei piangere, e se ascolto la musica quando vorrei mixarla in discoteca, e se tutto questo mi spinge dentro gli abissi dell’angoscia, io guardo il mio cane. Da seduta. In fondo è anche una questione di prospettiva.

Questo racconto fa parte dell’antologia pubblicata a seguito del premio “Albiatum”. Per conoscere altri lavori di Simona Merlo: www.facebook.com/MerloScrittrice/

 

Articolo su Disabili.com

Pubblicato in: Racconti

Il Paggetto

paggettoSono seduto sulla sedia vestito a modino mentre aspetto il mio turno. Accanto a me è seduto un bimbo di 8 anni dai capelli castani. Lo guardo. Lui mi guarda e mi chiede “Come ti chiami?” io rispondo “Piero”. Gli domando “Tu?” mi risponde “Glauco”. Che bel nome, penso. Nella stanza ci sono altri due bambini, ma non voglio conoscerli.

Fabiana esce fuori dalla stanza e dice: “Ciao Glauco, cosa vuoi fare?”.

Lui si alza in piedi e fa una spaccata sul pavimento. Entrambe le gambe sono completamente dritte. Resto sbalordito. Poi si rimette in piedi e si posiziona in verticale con le mani sul pavimento. Resto sbalordito ancora una volta. Penso che Glauco è proprio bravo.

Fabiana fa un piccolo applauso sorridendo e poi si rivolge verso uno dei bambini seduto sulla sedia: “Gregorio, tu che vuoi fare?”. Il bambino sorride mentre tira fuori dallo zaino una chitarra. Poi dice: “Ciao Fabiana! Io pensavo di suonarti Hallelujah di Leonard Cohen, ma facendo la stessa versione di Jeff Buckley. Io mi volto verso Glauco domandandogli a bassa voce: “Quanti anni ha Gregorio?”, “6!” mi risponde senza esitare. Resto sbalordito. Mi emoziono mentre Gregorio suona la chitarra e canta con la sua splendida voce straziante. Al termine della sua esibizione Fabiana accenna una lacrima. Io mi fiondo in un abisso di inettitudine e inferiorità.

Il terzo bambino mi vede sconsolato, mi da una pacca sulla spalla e mi dice: “Non ti preoccupare, sei tu il migliore”. Io lo guardo e noto che parla seriamente quel bambino dai capelli a caschetto biondi e dagli occhi castani. Io sorrido e gli dico “Grazie”. Lui mi porge la mano e dice “Ciao, io sono Manuel”. Io felicissimo allungo la mia mano, ma arrivato vicino la sua Manuel l’allontana subito sulla testa portandola indietro tra i suoi capelli. Manuel ride forte. Che birbantello questo Manuel, penso. Resto triste e seduto al mio posto mentre lui continua a ridere.

Fabiana ci interrompe e dice: “Manuel, tu che farai al mio matrimonio?”.

Manuel la guarda e si mette subito in piedi sorridendo. È vestito con una camicia bianca sbottonata in cima e messa all’interno dei suoi pantaloni beige. Manuel inizia a camminare lentamente verso Fabiana guardandola con aria sognante ed entusiasta. Manuel tiene le mani unite rivolte verso l’alto e sbatte lentamente le palpebre mentre cammina piano. Fabiana guarda felice il bambino. Manuel giunge in prossimità e la osserva dal basso. Fabiana lo guarda felicemente. Manuel inizia a lacrimare sorridendo tenendo le mani rivolte verso l’alto e porgendole a lei. Fabiana si commuove. Manuel viene subito abbracciato da Fabiana. Io osservo rassegnato ancora una volta, Manuel ha dato una grande prova di recitazione immedesimandosi perfettamente nel ruolo da ricoprire. Io non sarò mai alla sua altezza. Manuel si scioglie dall’abbraccio ed inizia ad incamminarsi verso di me. Mi guarda. Sorride. Manuel si asciuga le finte lacrime e sorride. Manuel mi fa l’occhiolino, mi da una pacca sulla spalla e mi dice a bassa voce: “Non è facile, provaci”. Vuole spaventarmi Manuel, vuole mettermi alla prova, pensa che io non sarò mai bravo come lui.

Io lo guardo e metto il broncio, poi mi rivolgo a Fabiana “È il mio turno adesso?”. Lei mi risponde con freddezza: “No! Sarà Manuel il paggetto per il mio matrimonio”.

Io resto triste e le dico: “Ma perché? Perchè lui sa piangere? Perchè lui è più bello di me? Perchè è più simpatico di me?”

Fabiana mi risponde con rassegnazione: “No! Piero tu sei bravo maaah…tu hai 34 anni”.

Io resto triste. Inizio a piangere, ma questo non basta.

Ho deciso: quando avrò di nuovo 6 anni farò il paggetto.

Piero Cancemi – mEEtale

Pubblicato in: Racconti

Il Matrimonio

Cara famiglia devo darvi una notizia importante: MI SPOSO!
Cara Mamma ho pensato quello che potrebbe piacerti per queste nozze e forse farò così:
La chiesa in cui sarà celebrata la messa sarà a Napoli nella chiesa del Gesù Nuovo, con gli affreschi fatti dai massimi esponenti del 600 napoletano, la chiesa fu scelta come location d’eccezione per il celebre film di Vittorio De Sica “Matrimonio all’Italiana” con la Loren e Mastroianni.
Ma sono sicuro che a te non frega niente, a te importa solo ed esclusivamente accompagnarmi mentre tutti ti guardano e piangono commossi, quasi disperati dalla gioia. Infatti vorrei sposarmi lì perché a Napoli il matrimonio è vissuto da sempre con grande partecipazione ed emozione. Io inviterò almeno 5000 persone, tra queste 4950 saranno pagate da me per commuoversi mentre mi accompagni all’altare. Poi ci sarà la sposa accompagnata dal padre, anche in quella situazione le 4950 persone daranno il meglio di loro stessi per enfatizzare il prestigioso avvenimento.
Terminata la cerimonia ci saranno applausi e inchini, poi tutti verranno a farti complimenti, ti diranno che sei bellissima, che tuo figlio è bellissimo, che tua nuora è bellissima, che tutto è bellissimo, sempre piangendo ovviamente. Poi aggiungeranno che Napoli è bellissima (ma io non ci vivrei), ma che anche la Sicilia è bellissima (ma io non ci tornerei).
Poi la sala ricevimento ovviamente sarà in un’altra città, magari in un’altra regione, tipo in Toscana, oppure in Basilicata, oppure in Sicilia…Sì in Sicilia, meglio, tutti prenderanno il traghetto da Napoli per andare a Palermo. Che divertimento (direbbe chi si diverte).
Sarà un matrimonio esagerato, con canzoni napoletane, siciliane e tutte le canzoni che preferisci, ci sarà anche il karaoke. Poi scherzi agli sposi, lancio del bouquet e a seguire della giarrettiera, poi lacrime, complimenti, cibo a spreco e tutte cose così. Crepi l’avarizia: cose cafone senza pensieri. Come da tradizione matrimoniale meridionale la parola d’ordine sarà ESAGERARE, anche con il tempo ovviamente. Questo matrimonio durerà almeno 36 ore, con fotografie, cibo, donne che partoriscono, uomini che sparano con le pistole, sputi, scoregge, bambini che piangono e fanno la cacca a terra, quelle cose che piacciono a tutti voi credenti dell’idiozia NoSense che vi farà parlare per riempire le vostre giornate prive di libri ma ricche di fiato.
Io mi stupirei ma non mi sorprenderei, alla fine anch’io sono meridionale. So come vanno queste cose: in chiesa solo per matrimoni, battesimi, comunioni, cresime e tutto l’anno sul divano. A Natale poi nasce lui e a Pasqua resuscita, ma la cosa più importante resta solo mangiare. Se fossi credente io andrei più spesso in chiesa, l’onestà intellettuale non è un’utopia. Infatti ripensandoci, ho preso un’altra decisione importante: NON MI SPOSO!

Piero Cancemi – Meetale

Pubblicato in: Pensieri e Citazioni, Poesie, Racconti

Continuo a credere

MetropoliZ blog

  • Continuo a credere che andrà sempre meglio.

Continuo a credere che si stava meglio quando si stava meglio.

Continuo a credere che è meglio mangiare più frutta e verdura.

Continuo a credere che la zuppa di farro è buona, ma anche la tagliata di manzo.

  • Continuo a credere che il lavoro nobilita l’uomo, ma anche la donna.

Continuo a credere che meritocrazia non fa rima con utopia.

Continuo a credere che chi è andato via prima aveva provato a restare.

Continuo a credere che se sparisse l’evasione fiscale i costi dei servizi diminuirebbero.

  • Continuo a credere alla convivenza pacifica tra tutte le religioni.

Continuo a credere che l’oriente si trova semplicemente dopo l’occidente.

Continuo a credere che nessuno lucrerà più sulla vita della gente che scappa dalla guerra.

Continuo a credere che bomba debba essere solo un tuffo in acqua.

  • Continuo a credere che per abbattere un muro non bastano…

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Pubblicato in: Poesie, Racconti

Favola Metropolitana 4

C’era una volta, in un paese lontano lontano (in Sicilia a Mazara del Vallo) un principe azzurro che si chiamava NinoBianco.

Il principe azzurro cercava l’Amore ma non sapeva cos’era questo Amore. Ne aveva tanto sentito parlare e belle parole erano state dette a riguardo, ma il principe NinoBianco ancora non conosceva il vero significato.

Ma un giorno, mentre era sul suo cavallo bianco (si chiamava NinoBianco e quindi aveva un cavallo Bianco) riuscì a sfiorare con lo sguardo gli occhi blu più belli che avesse mai visto fino a quel momento. Il principe azzurro NinoBianco rimase ammaliato da quegli occhi, incantato dai lapislazzuli blu presenti su quel delicato viso chiaro come la luce. Lui voleva fare qualcosa per avvicinarsi ma non riuscì a fare niente perché intimorito da cotanta bellezza che aleggiava intorno a quei magici e incantevoli occhi.

Il principe NinoBianco, come nelle favole, regalò un paio di scarpe di cristallo alla principessa Marika (sì, anche Marika era una principessa, praticamente erano tutti nobili a Mazara del Vallo) lei guardò le scarpe di cristallo, sorrise e le gettò a terra frantumandole in mille pezzi.

Il principe NinoBianco diventò triste, molto triste. La principessa Marika agguantò il suo volto con le sue leggiadre mani dicendo:

O principe Nino Bianco” (sì, ha usato il vocativo)

Dimmi principessa Marika?” chiese imbarazzato il principe NinoBianco

Io non voglio scarpe di cristallo, non voglio neanche un cavallo bianco, non voglio niente…ho bisogno solo del tuo amore per poterti donare il mio”

Il principe NinoBianco restò esterrefatto da quello che disse la principessa Marika e le domandò:

Ma l’amore è quella cosa che ti lascia senza fiato quando riesci a rubare solo uno sguardo? L’amore è quando desideri di rivedere la stessa persona ogni giorno e per sempre? L’amore è quando ti preoccuperai per la sua salute? L’amore è quando desideri che i secondi condivisi durassero in eterno? L’amore è quando non servono spiegazioni per onorarti finché morte non ci separi?

La principessa Marika rispose imbarazzata:

Sì principe NinoBianco, è questo l’Amore

Allora io Ti amo” rispose il principe NinoBianco sorridendo felice ora che aveva trovato l’amore