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Felicità

Lui sperava che i momenti in cui la stringeva tra le braccia durassero all’infinito, desiderava che la lancetta dell’orologio andasse indietro anziché in avanti quando la testa di lei era poggiata sulla sua spalla. Era felice quando i loro corpi si univano, quando le loro gambe si attorcigliavano, la abbracciava sempre quando erano distesi sul letto, si stringevano come se non potessero mai staccarsi, le labbra si fondevano le une alle altre, la fronte di lui poggiava su quella di lei, poggiando il naso al suo e scavandole gli occhi con lo sguardo. Quando facevano sesso, Riccio viveva quegli attimi con il corpo in simbiosi con la mente, con i sensi che diventavano autonomi di piacere potendo osservare la bellezza della nudità di lei, ascoltando i suoi sospiri e i suoi gemiti. Istrice sfiorava le cicatrici sparse sul corpo di Riccio, restava in silenzio senza dire niente e, accarezzandogliele semplicemente con le dita, provocava in lui un senso di piacere innescato dall’essere sfiorato e l’essere ascoltato.

Riccio riusciva sempre a fare sorridere Istrice e a offrirle tutto il rispetto che merita una donna nei minimi dettagli. Lei iniziò ad amarlo per quello che era e non per quello che cercava di rappresentare.

[Piero CancemiLa bestia non corre]

La bestia non corre – Unilibro

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esercizio 1: Buio e Tempestoso

Era un aperitivo buio e tempestoso a Bologna. La pioggia scendeva fitta in via Belvedere e le poche persone in giro stavano sotto i portici. Io guardavo la pioggia da dentro il locale bevendo un brandy, perchè è figo bere brandy quando fuori piove e guardi la gente che scivola a terra o rompe ombrelli. Ogni scusa è buona per bere. Al momento la mia scusa era questa. Lentamente arrivavano i miei compagni di corso. Nando è stato il primo ad arrivare e prendere da bere. Poi Fante e poi Stenta ripetendo lo stesso rituale. Poi arrivò Marucci in compagnia di Eola che oggi era travestita da avvocato. Che travestimento bizzarro. Lei si impegnava nei suoi costumi. Marucci prese il solito vino bianco. Arrivò Melchiorre con due dita ingessate. Chiesi cosa fosse successo ma mi ignorò allontanando le parole scuotendo la mano come fosse un ventaglio. Marucci sminuì avidamente le dita ingessate di Melchiorre. Io osservavo questa scena ma non mi intromisi tra i due. Poi arrivò Elsa la Dolce con un dolce. Un evento che si ripeteva. Qualcuno di noi forse aveva fatto il compleanno pensai. Ancora mancava qualcuno, lo capirò osservando quello che succede. Non chiesi niente. Arrivarono Elsa Gaia e Tesea. Pensavo la Gaia dato che per me era la rappresentazione femminile del misterioso caso di Benjamin Button. Pensavo avesse compiuto un anno in meno. Come si fa ad essere così? Un giorno compierò anch’io un anno in meno. Anche due. Tesea non sorrideva, questo non era bello, pensavo le fosse successo qualcosa. A volte Tesea può metterti a sedere spingendoti solo con lo sguardo, ma quel giorno i suoi occhi guardavano in basso. Forse stavano caricando prima di ucciderti o forse era solo meteoropatica e non era allegra. Non mi intromisi. Fuori pioveva sempre più forte. Clemenza giunse insieme ad Alfio, parlavano e ridevano coprendosi con un solo ombrello. Sembrava fossero diventati grandi amici. Non mi aspettavo quella scena.Non mi intromisi. Il compleanno l’aveva fatto Elsa la Dolce e a tal proposito aveva portato una torta. I tuoni rimbombavano, ma tutti eravamo distratti dalla buonissima torta. Dopo la pausa torta decidemmo di fare la pausa alcolica. I migliori scrittori erano alcolizzati, questo bastava per autogiustificarsi. Al bancone ordinavamo da bere. Io ordinai un bicchiere di vino rosso. Gli altri birre. Marucci vino bianco, Nando Jack Daniel’s. Tesea ordinò un prosecco ed Elsa laDolce andò subito da lei offrendole un amaro Montenegro spiegandole che l’aveva ordinato per sbaglio. Tesea accettò la proposta dato che non se la tira con gli alcolici, ma anche questo non riuscì a strapparle un sorriso. Ritornammo tutti nel sotterraneo, chi con il bicchiere in mano e chi senza, chi con il sorriso e chi senza. Marucci riprese a parlare ma dopo 15 minuti fu costretto a fermarsi: doveva scappare in bagno. Nel gruppo di aspiranti scrittori regnarono tante risate e diverse possibili opzioni sull’allontanamento improvviso di Marucci. Solo Tesea non sorrideva. Passarono 10-15-20-30-45 minuti. Allarmati andammo tutti a vedere cosa fosse successo. Il proprietario del locale decise di sfondare la porta del bagno, dato che era chiusa dall’interno. Solo una brutta scena all’interno. Si vide Marucci deceduto, con i pantaloni calati e seduto sul cesso. Tutti erano sconcertati, tristi, sbalorditi, spaventati. Solo Tesea riuscì a sorridere. Quando arrivarono le forze dell’ordine fecero poche domande e non diedero grosse spiegazioni. Come immaginavo. Spiegammo che leggevamo, scrivevamo e bevevamo mangiando tutti la stessa torta. Dissero che era stato solo uno sfortunato caso di morte. Lentamente andammo tutti via. Fuori aveva smesso di piovere. Andando via dal locale decisi di comprare le sigarette. Scorsi Elsa la Dolce e mi complimentai con lei. Quando farà veramente il compleanno le farò gli auguri sinceri. Ero soddisfatto di aver chiesto ad Elsa la Dolce di avvelenare Marucci utilizzando un ingrediente che scatenasse una reazione chimica bevendo il vino bianco. I racconti di Perseo ed Elsa non erano stati selezionati per la nuova antologia. Pensavamo entrambi che era questa la fine che meritava. Tornai a casa e mi fumai una sigaretta, erano 2 anni che non fumavo una sigaretta. Pensai che chi smette di fumare non dovrebbe uccidere nessuno. Pensai anche che ero felice di essere riuscito a far sorridere Tesea in una lezione di scrittura buia e tempestosa.

 

Buio e Tempestoso – LOPCom

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Continuo a credere

  • Continuo a credere che andrà sempre meglio.

Continuo a credere che si stava meglio quando si stava meglio.

Continuo a credere che è meglio mangiare più frutta e verdura.

Continuo a credere che la zuppa di farro è buona, ma anche la tagliata di manzo.

  • Continuo a credere che il lavoro nobilita l’uomo, ma anche la donna.

Continuo a credere che meritocrazia non fa rima con utopia.

Continuo a credere che chi è andato via prima aveva provato a restare.

Continuo a credere che se sparisse l’evasione fiscale i costi dei servizi diminuirebbero.

  • Continuo a credere alla convivenza pacifica tra tutte le religioni.

Continuo a credere che l’oriente si trova semplicemente dopo l’occidente.

Continuo a credere che nessuno lucrerà più sulla vita della gente che scappa dalla guerra.

Continuo a credere che bomba debba essere solo un tuffo in acqua.

  • Continuo a credere che per abbattere un muro non bastano le parole.

Continuo a credere che il passato non potrà mai cambiare il futuro, potrà cambiarlo solo il presente.

Continuo a credere che chi non capisce non voglia capire.

Continuo a credere che chi ha la colpa prima o poi lo ammetterà.

  • Continuo a credere al rispetto tra uomini, donne, anziani e bambini.

Continuo a credere che la mamma è sempre la mamma.

Continuo a credere che non esisterà più la violenza sulle donne.

Continuo a credere alle pari opportunità.

  • Continuo a credere che chi immagina ha solo tanta fantasia.

Continuo a credere che un pollice in sù è meglio di un dito medio in sù.

Continuo a credere alla gentilezza e alla cortesia.

Continuo a credere che chi non ha mai peccato scaglierà la prima pietra.

  • Continuo a credere al coraggio di chi si è stancato.

Continuo a credere alla forza di chi ha preso una decisione.

Continuo a credere che la gente non dimenticherà mai chi ha avuto coraggio.

Continuo a credere che se prima non ci provi non lo saprai mai.

  • Continuo a credere che per fare un viaggio a volte basta solo guardarsi negli occhi.

Continuo a credere che se ci incontriamo nei sogni prima o poi ci incontreremo veramente.

Continuo a credere che a volte basta solo un bacio per stare meglio.

Continuo a credere che se fossi qui con me sarebbe meglio.

  • Continuo a credere che il verde si possa fare anche combinando il bianco con il nero.

Continuo a credere che il blu come il cielo non è così diverso dal blu come il mare.

Continuo a credere che anche le nuvole vivano il loro periodo buio.

Continuo a credere che il tramonto sia il sole che sta andando a riposare.

  • Continuo a credere che a volte vede meglio chi tiene gli occhi chiusi.

Continuo a credere che a volte sente meglio chi riesce a toccare le parole.

Continuo a credere che i grandi piaceri si provano anche restando seduti.

Continuo a credere che se non vogliamo chiedere aiuto qualcuno vorrà aiutarci lo stesso.

  • Continuo a credere che la ricerca medica guarirà tutti i malati ignorando le case farmaceutiche.

Continuo a credere che lo xanax non da la felicità.

Continuo a credere che i fiori di bach non saranno mai come il valium.

Continuo a credere che a volte i metodi della nonna funzionano.

  • Continuo a credere che lo sport non può provocare violenza.

Continuo a credere che chi bara non è uno sportivo.

Continuo a credere che in compagnia di un libro non si è mai da soli.

Continuo a credere che un giorno i bambini trasformeranno il mondo con i loro sogni.

  • Continuo a credere al bicchiere mezzo pieno perchè quello mezzo vuoto è finito.

Continuo a credere a caffè e sigaretta.

Continuo a credere al bicchiere di vino durante i pasti e a tutta la bottiglia se non devi guidare.

Continuo a credere che il fumo faccia male, ma io fumerò anche oggi l’ultima sigaretta.

Piero Cancemi

Continuo a credere – LOPCom

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Il racconto più breve del mondo

For sale. Baby shoes. Never worn.” 

Tradotto: “In vendita. Scarpe da bambino. Mai usate.

Una piccola chicca di Ernest Hemingway.

Che sia davvero questo il racconto più breve del mondo?

Non lo so. Può darsi.

Si tratta di un esempio di flash fiction e si dice che Hemingway lo scrisse per una scommessa di dieci dollari all’hotel  Algolquin di New York, in una tavola rotonda con altri scrittori.

Dubito che serva aggiungere qualcosa, a parte constatare che contro un lavoro simile può essere sciocco giocare dei soldi.

D’altra parte Hemingway lo considerò sempre uno dei suoi migliori lavori.

Articolo di Ferruccio Gianola

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Il bacio

Una sera mi ritrovai in un locale con Caterina, avevo sempre avuto un debole per lei. Avevamo diversi amici in comune e ci ritrovavamo spesso insieme. Io ero fidanzato con Martina ma non rinunciavo mai a una birra con i miei amici e quel giorno mi ritrovai, ancora una volta, a chiacchierare con Caterina. Lei aveva lunghi capelli color castano cioccolato, era magra e bassina, aveva la carnagione scura e i suoi splendidi occhi castani perlati splendevano ed erano sempre vispi e accesi. Lei non era soltanto una bellissima ragazza, lei era sempre allegra ed io ho sempre avuto un debole per i sorrisi delle donne. Parlavamo e ridevamo insieme ai nostri amici e quella sera ci ritrovammo tutti in piedi dopo che il locale si era affollato. Caterina sapeva che io ero fidanzato ed io sapevo che lei ogni tanto si vedeva con il suo ex fidanzato, ma non parlavamo mai di queste cose, noi parlavamo e ridevamo, bevevamo e scherzavamo. Mi piaceva tanto e non glielo nascondevo, lei mi faceva capire che apprezzava i miei sguardi così come io apprezzavo i suoi sorrisi. Le agguantavo le mani e gliele sfioravo, lei mi si avvicinava ma dopo tornava indietro, eravamo come due ragazzini, ma di vent’anni. Tra le varie chiacchiere ci accorgemmo che ci eravamo separati dal gruppo. Io allora la avvicinai a me agguantandole il bacino da dietro e le sussurrai:
“Mi fai impazzire!”.
“Anche tu!” mi rispose avvicinando le sue labbra alle mie.
Allora io le allungai, ma lei si tirò indietro dicendomi:
“Usciamo fuori, qui ci vedono gli altri, abbiamo situazioni sentimentali complicate, non peggioriamole”.
“Va bene Caterina. Dividiamoci allora. Io esco prima e ti aspetterò fuori se hai voglia di baciarmi”, le dissi guardandola negli occhi.
“Sì, ho voglia di baciarti, aspettami fuori” mi rispose sorridendo.
Io uscii fuori, misi le mani in tasca e con lo sguardo felice mi misi ad aspettarla. Ero contento, non pensavo a nient’altro al di fuori di lei.
Aspettai 10 minuti, poi 20 e quando divennero 30 decisi di entrare.

Lei uscì fuori dal locale mentre io stavo per rientrare, non feci in tempo a sorridere che lei mi si catapultò sulle labbra. Io la strinsi forte e la sollevai lievemente mentre le nostre lingue si sfioravano, poi la adagiai nuovamente sulle sue gambe e guardandola negli occhi con il mio naso poggiato al suo le dissi:
“Mi piaci un casino, da sempre, io voglio solo te”.
“Anche tu mi piaci un casino da sempre, anch’io voglio solo te”.
Da lì iniziò la nostra storia d’amore, io e Martina ci separammo e mi lasciai trasportare solo dal piacere e dalla passione che condividevo con Caterina. Continuammo ad uscire insieme ai nostri amici ma non ci dividemmo mai più, eravamo fatti l’uno per l’altra e non volevamo separarci. Sono passati gli anni, siamo riusciti a laurearci, abbiamo trovato un lavoro ciascuno, ci siamo sposati, abbiamo avuto 2 figli e continuiamo ad amarci follemente.

Ma in realtà non è andata così.
È vero che, da ragazzini, quando io e Caterina decidemmo di uscire fuori dal locale aspettai 10 minuti, poi 20 e quando divennero 30 decisi di entrare. Ma lei non la incontrai. Entrai nuovamente dentro il locale e vidi Caterina che parlava con il suo ex fidanzato. Io tornai tra i nostri amici e ogni tanto lanciavo un’occhiata verso di lei per vedere quando si sarebbe liberata, ma non accadde. Quando il locale stava per chiudere l’unica cosa che vidi fu lei che baciava il suo ex fidanzato. Io capii che quella sera non avrei baciato nessuno, quella sera tornai a casa e il mio modo di vivere non cambiò. Non lasciai la mia ragazza e tutto proseguì per il meglio nell’unica direzione in cui avevo iniziato, ma ancora oggi mi pongo domande a riguardo.
Può un bacio cambiare le nostre storie? Può un bacio condizionare le nostre decisioni? Può un bacio cambiare le nostre vite?
Non lo so, ma l’unica cosa che so è che quel mancato bacio non è mai esistito e che mai è scomparso dalla mia testa.
Una delle mie figlie si chiama Caterina ed io non ho mai spiegato a mia moglie perchè mi piacesse quel nome, per me ha sempre rappresentato il nome di un bacio e mia figlia avrà sempre tutti i baci che vuole.

Il bacio – LOPCom

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Favola Metropolitana 2

C’era una volta un ragazzo,
una settimana fa per essere precisi, che era stato assunto in un’azienda con un contratto a progetto, senza la possibilità di assentarsi per malattia e senza buoni pasto per poter pranzare.
Nella pausa pranzo uscì dall’ufficio insieme al collega che aveva appena conosciuto e camminando gli chiese:
«Dove stiamo andando?».
«In un posto vicino dove si mangia benissimo, fidati!».
Il ragazzo neoassunto si fidò e seguì il collega fino a giungere nel posto indicato. Entrarono e si sedettero, giunse il cameriere e chiese loro le ordinazioni.
«Per me un panino con hamburger, cipolla, ketchup, mayonese e patatine fritte abbondanti, da bere una birra».
«Per lei?» domandò il cameriere al ragazzo neoassunto.
«Cosa c’è oltre alla carne?».
«Abbiamo la pasta alla carbonara con uova e guanciale» rispose lui.
«No grazie. Avete un’insalata?».
«La possiamo preparare. Cosa possiamo mettere dentro? Tonno? Ceci?»
«Vanno bene solo i ceci per me, se possibile aggiungere anche del radicchio».
«Va bene!» disse il cameriere prima di scrivere l’ordinazione e andare via.
«Mangi solo insalata?» domandò il collega.
«Sì, sono vegano» confessò il neoassunto.
dieta-vegana-alimenti-620x350«E dovresti mangiare insalata ogni giorno?» continuò il collega curioso.
«No! Posso mangiare tante cose, ma il cameriere non mi ha dato l’aria di essere preparato a riguardo».
«Sì ok, ma cosa puoi mangiare?».
«Legumi, cereali, verdura, frutta e semi. Praticamente il veganismo è un movimento filosofico basato su uno stile di vita fondato sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali e ne giova la salute» spiegò il neoassunto.
«Mangia quello che vuoi che io farò lo stesso» disse il collega con aria di sufficienza.
«Tu di solito che mangi?» ribattè il neoassunto.
«Un po’ di tutto, stasera esco e sicuramente mangerò un kebab, oppure mangerò la pizza avanzata che è rimasta in frigo da 4 giorni, oppure ordino cinese, non so cosa mangerò, improvviserò, ma senza filosofie e pippe mentali».
«Va bene, mangia quello che vuoi che io farò lo stesso» rispose il neoassunto ripetendo la frase del collega.article-2621315-059e7ec10000044d-160_634x400
I due non si dissero più una parola e mangiarono il loro pasto una volta servito. Al termine si alzarono, uno prese un caffè e l’altro un orzo piccolo, pagarono e uscirono fuori. Entrambi si accesero una sigaretta.
Il collega guardò il neoassunto e disse:
«Prima mi fai delle pippe sul cibo, sulla salute fisica e poi fumi, anche quello fa male».
«E’ l’unica trasgressione che concedo al mio stile di vita» rispose lui.
Fumando si apprestarono ad attraversare lentamente la strada ma i due furono fortemente attirati dal rumore di una violenta frenata, voltandosi di scatto videro un auto che si accingeva a superare un furgone, quest’ultimo catapultò bruscamente sull’asfalto e strisciando con forza e ferocia travolse i due colleghi, entrambi non ebbero il tempo di reagire e i loro corpi furono investiti totalmente dalla disastrosa e triste casualità.

Morale 1 della favola: Non importa quello che mangi a volte si muore anche senza una spiegazione e senza rendersene conto.
Morale 2: Non mangiare sempre merda o non seguire una dieta solo per moda, mangia in maniera corretta ed equilibrata variando gli alimenti, l’organismo ne subirà benefici e non soffrirà delle mancanze correlate.
Morale 3: Il buon cibo è uno dei piaceri della vita, non prenderlo troppo alla leggera, non abusarne, goditi la vita anche mangiando bene.

Favola Metropolitana 2 – LOPCom

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Favola Metropolitana 1

C’era una volta un Punkabbestia,
tipo 2 giorni fa, perchè nella mia favola metropolitana le date di quando accadono le cose si sanno.
cut1292071260187Il punkabbestia era nel parco insieme al suo cane, un bastardino di color badge che si chiamava Ernesto. Il punkabbestia portava un paio di pantaloni penzolanti e malconci privi di cintura e provava a reggerli strattonandoli con una mano mentre stava in piedi, calzava un paio di infradito e mentre camminava a rilento il cane Ernesto gli ruotava intorno scodinzolando felice. Dopo qualche metro il punkabbestia si sedette su una panchina che scorse durante il cammino, il cane si fermò guardandolo con occhi incuriositi, il punkabbestia tirò fuori dalle tasche una busta contenente tabacco, mise un filtro tra le labbra, accarezzò il cane Ernesto sulla testa e prendendo una cartina dall’interno della busta di tabacco iniziò a rollarsi una sigaretta.
Il punkabbestia terminò di preparare la sigaretta e proprio in quel momento si accorse che non aveva un accendino per poterla accendere, imbronciò le labbra guardando Ernesto che gli rispose tirando in dentro la lingua a penzoloni che aveva mentre lo guardava. Il punkabbestia indispettito dalla cosa si guardò intorno e, con piacere, intravide una persona che camminava sul sentiero che lo avrebbe condotto all’esterno del parco. Si alzò in piedi e in sella alle sue infradito di plastica cominciò ad avvicinarsi all’uomo di bassa statura vestito in giacca e cravatta, era rotondetto nelle sue forme, uomo-a-pomodoro-in-primavera-estate-1una barba ridotta nera e pettinata era presente sul suo volto coperto da un paio di occhiali da sole. Quando l’elegante signore vide il punkabbestia che si avvicinava verso di lui si fermò e una volta trovatosi di fronte gli disse:
«Salve»
«Ciao» rispose il punkabbestia, «Hai da accendere?» gli domandò.
«Certo!» disse il signore in giacca e cravatta. Mise la mano sinistra nel taschino della giacca e tirò fuori un accendino Zippo. Schioccando le dita della mano destra in prossimità dell’accendino riuscì ad aprire e a dare fuoco alla miccia.
Il punkabbestia lo guardò sorridendo e poi si avvicinò per accendere la sigaretta appena preparata che teneva tra le labbra.
«Bel giochetto!» disse il punkabbestia una volta accesa la sigaretta.
«Grazie!» rispose il signore ricambiando il sorriso. «Tu sai fare giochetti del genere?» gli domandò.
«Io so far ruotare i birilli».
«E quando è rosso ai semafori chiedi soldi?» chiese il signore con aria presuntuosa.
«Qualche volta vado ai semafori a fare il giocoliere, ma non chiedo mai soldi» rispose il punkabbestia con tranquillità.
«E cosa ci guadagni?».
«Il sorriso delle persone». Continua a leggere “Favola Metropolitana 1”

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Coincidenze del Destino

Max era partito in treno da Roma per andare a Bologna, aveva preso un biglietto per un Intercity, il tragitto durava 4 ore ma per lui era solo una buona scusa per poter leggere in tranquillità. La cabina da 6 persone dove era seduto era condivisa con una donna adulta che stava insieme al suo bambino, una coppia di persone anziane che parlavano tra loro e un giovane ragazzo di colore che ascoltava la musica da un paio di auricolari. Giunse a Bologna venerdì sera e si fermò dai suoi amici per tutto il week end, a lui piaceva molto andare a trascorrere il fine settimana a Bologna con i suoi amici quando ne aveva la possibilità, però la domenica doveva ritornare a Roma dato che il lavoro lo attendeva. Max era un tipo molto preciso e domenica uscì presto dalla casa dove era stato ospitato, per giungere puntuale in stazione e arrivare con calma al binario di partenza per ritornare a Roma. Si diresse alla fermata del bus che l’avrebbe condotto alla stazione centrale, lì cominciò ad aspettare e tirò fuori dal suo zaino il libro che stava leggendo, il titolo era Chiedi alla polvere di John Fante, che era uno dei suoi autori preferiti. Passò mezz’ora ma l’autobus non arrivava, lui continuava a leggere ignorando le altre persone che aspettavano e si lamentavano del ritardo. Dopo 60 minuti l’autobus arrivò e la folla creatasi nel frattempo si accalcò all’entrata. Mancava solo un’ora alla partenza del treno e l’autobus impiegò mezz’ora per giungere in stazione, quindi a Max restarono solo 30 minuti per poter fare il biglietto e dirigersi al binario. Lui quando arrivò si mise in fila per farlo nelle biglietterie automatiche, passarono altri 10 minuti, ma quando giunse davanti al monitor gli comparve la scritta “Biglietteria automatica fuori uso”, si spostò quindi in un’altra macchinetta dei biglietti, ma anche quella era fuori uso, si voltò verso la biglietteria e si avviò velocemente per fare la fila, guardò il numero del binario ed era il 13, lui aspettò altri 10 minuti, fece il biglietto e iniziò a correre verso il suo binario. Scese le scale di corsa ma proprio in quel momento una persona anziana cadde a terra davanti a lui, Max si fermò di scatto e l’aiutò a rialzarsi, quando la signora fu nuovamente in piedi, Max si assicurò che la donna stesse bene, poi vide che mancava solo qualche minuto alla partenza del suo treno, allora corse verso il binario 13, salì gli scalini ma quando arrivò non era presente nessun treno e neanche persone che aspettavano lì, quel binario era completamente vuoto. Max vide un dipendente della ferrovia e si avvicinò di corsa per chiedergli:

Continua a leggere “Coincidenze del Destino”

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L’uomo più triste del mondo

L’uomo più triste del mondo (su LOPCom)

Ogni giorno andavo in ufficio e ogni giorno si ripeteva la stessa scena, ancora con aria assonnata entravo nel palazzo e lo vedevo: era l’uomo più triste del mondo. Era un uomo di terza età, ma a quanto pare non così anziano da poter andare in pensione, era molto magro e di altezza media, indossava sempre una camicia sgualcita, aveva la schiena gobba e le braccia gli cadevano sempre penzoloni sui due lati del corpo, la testa era perennemente china in avanti, ma non abbastanza da nascondere la tristezza che abissava nel suo sguardo, la bocca chiusa con le labbra imbronciate era protagonista sul suo volto.
La mia giornata lavorativa iniziava quasi sempre con la vista dell’uomo più triste che abbia mai visto. All’inizio non ci facevo tanto caso, dato che non è vietato a nessuno essere tristi, ma l’uomo più triste del mondo attirò la mia attenzione perchè lo incontravo spesso durante la giornata lavorativa: prendevo l’ascensore per andare a prendere una bottiglietta d’acqua e l’uomo triste era lì che prendeva mestamente un caffè da solo; andavo in bagno attraversando l’ingresso del palazzo e l’uomo triste passava di lì; uscivo durante la pausa pranzo e l’uomo triste lo incrociavo all’uscita. L’uomo triste era sempre triste, non parlava con nessuno, non salutava nessuno, camminava gobbo e in silenzio guardava in basso. Passarono i mesi e ogni volta che incappavo nei pressi dell’uomo triste non cambiò mai espressione sul suo volto. Chissà che attività svolgeva nel palazzo? Chissà perchè era sempre triste? Chissà cosa gli sarà capitato nella vita? Povero uomo triste. C’erano giorni in cui pensavo che quella era solo una maschera per mostrare la sua serietà, altri giorni invece pensavo che gli fosse successo qualcosa di brutto, altri giorni che era solo sociopatico e che la presenza di persone lo facevano innervosire. Perchè l’uomo triste era sempre triste?
Un giorno mi diressi all’ascensore per salire e prendere una bottiglietta d’acqua dalle macchinette del sesto piano, entrai, schiacciai il tasto numero 6 e l’ascensore partì.
Al secondo piano l’ascensore si fermò per far salire le persone che l’avevano chiamato, si aprirono le porte e fuori c’era l’uomo più triste del mondo, entrò e l’ascensore ripartì per salire ancora.
Giunti al quarto piano arrivò un tremore nell’ascensore, voltai lo sguardo verso l’uomo triste ma quando lui alzò la testa l’ascensore si fermò.
«Merda!» dissi.
«Succede» rispose l’uomo triste.
Non ero spaventato, anzi, quando l’uomo triste mi rivolse la parola ero quasi contento.
«Suoniamo l’allarme» presi l’iniziativa pigiando il tasto.
L’uomo triste mi guardò e acconsentì con un un movimento del capo.
Suonai l’allarme e provai a rompere il ghiaccio, non volevo stare in silenzio.
«Capita spesso?» domandai.
«Sì capita spesso» mi rispose.
«E’ per caso triste per questo?» domandai ironicamente cercando si essere simpatico.
L’uomo mi guardò, non rispose e abbassò lo sguardo. Io imbarazzato rimasi qualche minuto in silenzio, ma dopo ripresi la parola:
«Mi scusi, non volevo sembrare stupido, ho provato solo a farla sorridere dato la situazione poco felice. Mi scusi, non accadrà più».
L’uomo triste mi guardò in silenzio e mentre stava per pronunciare una parola iniziò a piangere. Lo guardavo con gli occhi sbarrati e non sapevo che fare. Poi domandai:
«Ha paura? Cerchi di stare tranquillo, ci sono anch’io qui, siamo in due, cerchiamo di stare tranquilli entrambi».
L’uomo alzò il viso con le lacrime che scendevano dagli occhi e poi terminò di piangere.
«Mi scusi, mi capita spesso» mi disse.
«Non ha bisogno di scusarsi» risposi. Poi aggiunsi:


«Non abbia paura, ci sono io con lei».
«Questa è una frase che avrei voluto sentire tanto tempo fa» mi rispose guardandomi negli occhi.
«Scusi se sono indiscreto, ma posso chiederle il motivo? Siamo bloccati in ascensore, tanto vale che facciamo due chiacchiere mentre aspettiamo che ci vengano a liberare» proposi accennando un sorriso.
«Va bene» acconsentì l’uomo, «Lei che lavoro svolge in questo palazzo?» mi domandò.
«Io sono un semplice impiegato, smisto documenti e mi occupo di archiviazione dati» risposi, «Lei invece, di cosa si occupa?» domandai successivamente.
«Io lavoro per l’ufficio stampa che si occupa di viaggi».
«Allora è un lavoro piacevole».
«No».
«Perchè no?»
«Perchè nelle foto che devono finire sulle riviste vedo solo gente felice, vedo bambini che ridono e coppie che si baciano».
«Questo non le fa piacere?».
«Mia moglie e i miei due figli sono stati travolti da un camion mentre io ero andato a comprare due gelati per i bambini» mi rispose senza preamboli e senza esitazione.
«Mi dispiace, scusi, non sapevo» risposi imbarazzato.
«Non c’è bisogno di scusarsi, sono abituato alla commiserazione della gente quando racconto quest’aneddoto che mi ha distrutto la vita».
«Adesso capisco perchè è sempre triste».
«Mi dispiace ma non è solo per questo».
«Non voglio domandarle il motivo».
«Ma glielo dico lo stesso» mi rispose bruscamente, «Mi trovavo in un’altra città, non conoscevo nessuno e un giorno per la strada, in preda ai brutti ricordi, mi allontanai e mi poggiai sul marciapiede, mi era scattato quell’attimo in cui i pensieri prendono il sopravvento e cominciai a piangere seduto sul marciapiede con la faccia poggiata sulle mani ben aperte. La gente che passava mi ignorava e sfuggiva con lo sguardo esiliando i propri sensi di colpa, ero inutile alle persone così come ero inutile a me stesso. Ho tentato tante volte il suicidio ma sono un codardo anche in questo».
Terminate le parole l’uomo ricominciò a piangere, io lo abbracciai e lo strinsi forte a me. L’uomo più triste del mondo aveva smesso di credere nelle persone e nella gentilezza, aveva smesso di credere nella felicità.
Dopo qualche minuto l’ascensore ripartì e arrivammo entrambi al sesto piano. Offrii il caffè all’uomo e da quel giorno cominciammo a prendere il caffè insieme alla stessa ora, quando a volte non era presente all’orario andavo a cercarlo in giro per il palazzo fino a trovarlo. Ma quel giorno in cui restai bloccato in ascensore, quando tornai a casa, mi collegai su internet e pensai a quanto è idiota la gente nella vita reale, quella sera notai che sui social network si sprecano un sacco di belle parole, tutti si ricordano i compleanni di tutti e tutti mandano cuoricini e faccine felici, chi è veramente triste non manda le faccine tristi, chi è veramente triste sta semplicemente male, semplicemente come una stretta di mano, un abbraccio, un bacio, un sorriso o un caffè.

L’uomo più triste del mondo – LOPCom