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Divorzio Letterario

La mia ragazza mi ruba i libri di Pennac (in foto).

Ora basta!

Io ho provato a leggere le sue autrici preferite:

Jane Austen, Isabel Allende e Virginia Woolf.

Ma lei niente, disprezza i miei libri di Charles Bukoski, Irvine Welsh e Pier Vittorio Tondelli.

Capisco che abbiamo autori in comune come Baricco, John Fante, Orwell, Huxley ed Hemingway, ma usare Pessoa per denigrarmi mi sembra scorretto, ovviamente mi costringe a tirare in ballo Pasolini, ma se continua mostrandomi i libri di Elsa Morante e Oriana Fallaci io mi difendo con Chuck Palahniuk e Federigo Tozzi.

Lei ha letto Camilleri, Verga e Sciascia ma la mia sicilianità è diversa, io leggo Philip Dick per allontanarmi ancora di più.

Poi da un paio d’anni si sono aggiunti anche i libri dei miei amici scrittori che vivono a Bologna, quindi non posso ascoltare i suoi consigli di lettura.
Potrei prestarle un Lucarelli e anche l’unico libro che ho di Loriano Macchiavelli, ma i miei Pennac non si toccano, quindi adesso io chiedo il divorzio, mi sembra una giusta motivazione

Piero Cancemi

Racconto su mEEtale

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Mio fratello è

Mio fratello mi ha sempre aiutato
Mio fratello mi dava sempre il consiglio giusto
Mio fratello credeva a cose incredibili
Mio fratello credeva in me
Mio fratello diceva di provarci
Mio fratello ribadiva sempre di non arrendermi
Mio fratello non si è mai drogato
Mio fratello non ha mai perso un giorno di scuola
Mio fratello non ha mai ripetuto un anno
Mio fratello non perdeva tempo,
Mio fratello è andato a Bologna prima di me
Mio fratello mi ha sempre spiegato qualcosa
Mio fratello già lo sapeva, io no
Mio fratello studiava
Mio fratello lo ha detto prima, io non l’ho mai pensato
Mio fratello è il più forte
Mio fratello c’è sempre
Mio fratello non si stanca mai
Mio fratello corre più di un treno
Mio fratello è più piccolo di me
Mio fratello per me sarà sempre il fratello maggiore
Mio fratello è mio Fratello

Piero Cancemi

Poesia su mEEtale

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La Collega

Racconto presente nell’antologia ‘U SFINCIUNI pubblicata da Senso Inverso Edizioni a Luglio 2019U Sfinciuni

Avevo cambiato ufficio da poco ed iniziai a conoscere i nuovi colleghi; ma solo giorni dopo qualcosa iniziò a cambiare: una collega che non mi era stata presentata il giorno del mio arrivo si diresse con prepotenza verso di me. La puntavo mentre si avvicinava, ma scrutandola attentamente avevo serie difficoltà a ignorare la mia mente impudente. La bellissima donna dal fisico longilineo si avvicinava impettita con disinvoltura, i suoi lunghi capelli castani, ondulati e molto voluminosi, sobbalzavano mentre i suoi tacchi neri emettevano un forte e veloce ticchettio sul pavimento di marmo esaltando quel momento. Una volta giunta vicino alla mia scrivania mi alzai dalla sedia e mi presentai, allungai la mano e strinsi delicatamente la sua dalle unghie color rosso fuoco, come quel fuoco che iniziò ad ardere dentro di me quando iniziai a guardarla nei suoi grandi e splendidi occhi cobalto dalle lunghe ciglia da cerbiatto.

Lei mi sorrise e disse il suo nome: “Lucrezia”.

“Marco” le risposi, anche se in realtà non volevo dire neanche quello, avevo solo voglia di restare a guardarla per qualche altro secondo. Infatti, subito dopo, lei si voltò e si diresse verso la sua scrivania; io mi accontentai del rumore dei suoi tacchi che si allontanavano mentre le guardavo il fondoschiena coperto da pantaloni neri attillati. Vidi che la sua scrivania era posizionata alla mia destra, ma più avanti, la sua sedia era in una posizione frontale rispetto alla mia e posta diagonalmente, ci divideva solo il corridoio dell’open space che condividevamo. Lucrezia si sedette e io dalla mia postazione riuscivo a osservarla con discrezione con l’alibi della casualità, i nostri sguardi potevano sfiorarsi mentre lavoravamo.

Mi trovavo bene nel nuovo ufficio e quando Lucrezia mi passava accanto le accennavo un sorriso per salutarla guardandola nei suoi splendidi occhi. Quegli sguardi duravano poco più di 2 secondi, solo il tempo necessario per farle lasciare una scia di j’adore sul suo cammino.

Dovevo aspettare che il suo profumo svanisse per ritornare in una realtà lavorativa priva di pensieri osé.

Una mattina sentii arrivare Lucrezia dal suo riconoscibilissimo cammino scandito dal suono dei tacchi; una volta arrivata salutò i colleghi presenti e si sedette al suo posto. Mi guardò, mi sorrise e cominciò a tirarsi su i lunghi capelli bloccandoli con un piccolo fermaglio rosso, come le sue belle unghie. A quanto pare aveva un’attività impegnativa da svolgere e non voleva capelli davanti agli occhi che potessero infastidirla. I suoi occhi puntavano esclusivamente il monitor, ma io ogni tanto la sbirciavo ugualmente, ero attratto dal suo collo completamente scoperto pensando che sarebbe stato bello baciarlo, per poi risalire fino al lobo sprovvisto di orecchino, magari accarezzarlo con una punta di lingua, sussurrarle quanto fosse bella e quanto mi piacesse. Quella mattina mi ero svegliato con la voglia di averla, di possederla, di respirare il suo odore, di toccare il suo corpo e di sentire la sua voce alle prese con il piacere. Avevo il desiderio di lei, la mia testa e il mio corpo volevano Lucrezia, lo sentivo anche tra i miei jeans. Quando i miei pensieri superarono il limite della decenza scossi la testa e iniziai a guardare il mio monitor; ma il desiderio di lei dominava su tutte le attività che provavo a svolgere e l’acqua sulla mia scrivania non era abbastanza fredda per raffreddarmi.

Passarono un paio d’ore e forse quella mattina Lucrezia ascoltò i miei pensieri. Staccò i suoi occhi dal monitor e li puntò audacemente verso di me. Il suo sguardo era più aggressivo del solito, iniziò a fissarmi, io ricambiavo, ma dopo qualche secondo ritirai i miei occhi, mi arresi subito, non volevo sembrare insistente. Lei non si mosse, non abbassò mai la guardia. Io tornai a guardarla subito dopo, ero completamente ammaliato dai suoi splendidi occhi cobalto. Lucrezia era aggressiva e non mollava, mi possedeva con lo sguardo, ma quel giorno voleva darmi di più. Mi sorrise mentre i suoi occhi continuavano ad alienarmi. Io ero inerme. Pensavo tante cose, pensavo quanto mi piacesse, quanto era bella, quanta voglia avevo di alzarmi in piedi e possederla su quella scrivania, assaporarla con la mia lingua mentre le dita la esploravano dove era più bagnata. Continua a leggere “La Collega”

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Bologna Resiste…e anche io

Sono ricoverato all’ospedale Maggiore da una settimana per infiammazione all’intestino.
All’ospedale si fanno tanti incontri, ma una cosa oggi mi ha travolto di interesse.
Tutto parte dall’uomo che condivide la stanza con me: il pittore Antonio Zambrella, alcune sue opere si trovano anche in alcune chiese del centro di Bologna, oltre che in diverse parti del mondo. Il signor Antonio ha 85 anni, vive alla casa di riposo degli Artisti in zona Meloncello; in questi giorni al signor Antonio viene a visitarlo un’amica, una vicina di casa degli Artisti. La signora ha 91 anni e raggiunge il signor Antonio camminando a piedi partendo dal Meloncello per arrivare all’ospedale Maggiore; la signora gli porta le pastarelle al cioccolato e fanno tante chiacchiere. Sia la signora che Il signor Antonio non potrebbero mangiare le pastarelle, ma a loro piacciono tanto e facendo tante risate ne offrono qualcuna anche a me e ai miei genitori che sono con me.
Quindi si fa amicizia e ci si racconta, io timidamente dico che anch’io sono un artista e che ho scritto 2 libri. La signora Lucia si esalta quando dico questo e continuando a sorridere mi dice che anche lei ha scritto 2 libri.
È qui che inizia il mio assoluto interesse! Scopro che la fantastica donna con cui sto parlando è Lucia Sabbioni, una partigiana sopravvissuta alla strage di Marzabotto.
Lucia all’epoca aveva 12 anni.
Riconosciuta partigiana dal 15 dicembre 1943.
Io mi commuovo mentre lei parla e racconta con il sorriso sulle labbra.
Io ho già acquistato i 2 libri su Amazon:
Marzabotto. Diario del perdono e della rabbia
Io e Monte Sole

Io aspetto di essere dimesso per essere accompagnato a casa dai miei genitori.

La signora Lucia Sabbioni, 91 anni sopravvissuta alla strage di Marzabotto, viene a piedi dal Meloncello per trovare l’amico Antonio Zambrella per ridere insieme a lui e mangiare pasticcini al cioccolato (anche se non possono) 😃

SUCCEDE SOLO A BOLOGNA ❤️

 

Resti della chiesa di San Martino di Monte Sole

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«Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana.»
(Salvatore Quasimodo, epigrafe alla base del faro monumentale che sorge sulla collina di Miana, sovrastante Marzabotto)

 

racconto su mEEtale

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Albero di Mimosa

RACCONTO PRESENTE NELL’ANTOLOGIA RACCONTI SICILIANI PUBBLICATA DA HISTORICA EDIZIONI A LUGLIO 2019

Era una luminosa mattina di fine febbraio, il sole splendeva audacemente nel cielo sempre limpido della Sicilia e irradiava le terre desolate della parte occidentale di quest’isola orgogliosa. L’inverno era finito e le piantagioni stavano ricominciando a nutrirsi pienamente della luce solare, la campagna si stava riempiendo nuovamente di profumi mentre il vento glieli sussurrava alle sue foglie. Nonno Giovanni camminava per la campagna ubicata in una zona desolata del paese, tenendo per mano Giovannino, il più piccolo dei suoi nipoti. Gli altri nipoti erano cresciuti e andati via dalla Sicilia: chi al nord Italia, chi in Spagna e chi in Germania; per nonno Giovanni era diventato difficile stare insieme a loro. Giovannino era l’ultimo nipotino rimastogli vicino e quindi era sempre felicissimo quando passava del tempo insieme a lui. I due camminavano lentamente sulla terra arsa e spoglia quando ad un tratto il nonno mostrò al nipotino cosa era stato fatto per lui: un albero di mimosa piantato e cresciuto. Il piccolo Giovannino sorrise anche se non aveva capito, guardava il nonno dal basso dai suoi grandi occhi blu. Nonno Giovanni staccò la mano dal nipote e accarezzandogli i suoi bei capelli castani arruffati gli disse: “Quella è la tua altalena Giovannino”. Il piccolino lanciò uno sguardo verso l’albero di mimosa e in quel momento fece caso alle corde che pendevano dal ramo che terminavano su una tavoletta. All’apice della consapevolezza del regalo appena ricevuto il piccolo Giovannino iniziò a
correre felice, non rallentando neanche quando giunse in prossimità della sua altalena; poggiò le mani sulla base e si lanciò subito sopra. Il piccolo Giovannino non ce la fece a restare in equilibrio, cadde battendo la testolina sul morbido terreno privo di qualsiasi pericolo. Nonostante non avesse provato alcun dolore, iniziò a piangere ugualmente. Nonno Giovanni sorrise ed iniziò a camminare velocemente per giungere vicino al suo nipotino. Lo agguantò dalle piccole braccia, lo rimise in piedi, gli accarezzò la testolina e gli disse con voce calma e tranquilla: “Giovannino non ti sei fatto niente. Non devi piangere ogni volta che cadi, piuttosto devi provare sempre a rimetterti in piedi e sorridere”. Giovannino allora sorrise perché in quel momento si era rimesso in piedi; suo nonno lo afferrò di nuovo e lo poggiò delicatamente sull’altalena che aveva preparato per lui. Da quel giorno Giovannino e suo nonno andavano sempre insieme all’albero di mimosa per giocare con l’altalena. Il nonno lo spingeva piano e Giovannino rideva forte. Quando l’albero iniziava a produrre le prime infiorescenze sferiche il profumo si enfatizzava nell’aria, il bambino sapeva di poter correre verso la sua altalena per divertirsi insieme al nonno. Un giorno di quelli Baldassare, il papà di Giovannino, decise di scattare una foto di quel momento: la foto del suo bambino insieme a suo padre, attorniati solo dal bellissimo albero di mimosa dai rami colmi di fiori gialli. Ma il tempo non è scandito soltanto dall’alba che aspetta il tramonto. Il buio arriva nonostante si voglia solo giocare.
Una luminosa mattina di marzo, mentre il sole splendeva forte nel cielo e scaldava gli animi, il piccolo Giovannino iniziò subito a correre all’impazzata perché sapeva che il nonno lo stava aspettando al loro albero di mimosa. Ma correndo il piccolo Giovannino inciampò sul terreno, il grande sorriso presente sulla sua bocca iniziò a ritirarsi lentamente mentre si schiantava tra i sassi ruvidi presenti tra le sterpaglie. Le sue piccole mani si graffiarono profondamente, se le guardò, si spaventò e quando vide il sangue sulle sue mani non riuscì a placare le lacrime, ed iniziò a piangere a squarciagola. Nonno Giovanni stava aspettando il nipotino a pochi passi dall’altalena che pendeva dall’albero di mimosa, ma quando udì le forti urla iniziò subito a correre per andare incontro al bambino. Giunto in prossimità del piccolo Giovannino vide le sue manine macchiate di sangue. Questo lo scosse talmente tanto che al termine della corsa tutti i ricordi accumulati fino a quel momento esplosero violentemente nel suo labile cuore facendolo arrestare completamente. Il nipotino smise di piangere e poggiò le manine sul volto del caro nonno imbrattandolo di sangue. L’albero di mimosa restò a guardare quella scena che Giovannino non dimenticherà mai. Crescendo Giovannino abbandonò la Sicilia; a 19 anni si trasferì a Milano, si laureò e trovò lavoro, si sposò con una donna conosciuta in America, ebbe due figli e ora vive nel nuovo continente. Ogni anno “Little John” torna in Sicilia insieme alla sua famiglia. Quando attraversa gli alberi di carrubo con i suoi
bambini, poi gli agrumi che sprigionano forti odori, si diletta a raccontare storie di quelle terre ricche di amore. Quando alla fine della passeggiata giunge all’albero di mimosa, che non è mai morto, torna ad essere Giovannino. Adesso quell’altalena, che resiste e che continua a far sorridere, dondola dolcemente i suoi figli. Giovannino conserva gelosamente la fotografia scattata da suo padre Baldassare, fa rivivere ai suoi figli la bellezza della Sicilia, che non è quella che viene mostrata in televisione, la Sicilia è la voglia di esserci e resistere, dove si “deve provare a rimettersi sempre in piedi e sorridere”. Giovanni non dimenticherà mai l’insegnamento del nonno e continuerà a trasmetterlo ai suoi figli. La Sicilia lascia dei segni, si può scappare a Milano, a Berlino, in America, ma l’aria Siciliana scorrerà sempre nelle proprie vene, non mancheranno solo l’infanzia e i ricordi, mancherà la semplicità di una terra povera di ambizioni ma ricchissima di amore. La Sicilia avrà mille problemi, ma le scie di luci che illuminano il mare cristallino, le stelle brillanti che si riflettono sulla lava del vulcano, i profumi, i sapori, faranno dimenticare tutto.

 

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Piero Cancemi

Pubblicato in: Racconti, Validi

Il tacco rosso

Racconto presente nell’antologia RACCONTI EMILIANO-ROMAGNOLI pubblicata da Historica Edizioni a Giugno 2019
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IL TACCO ROSSO

Nella mia attuale vita priva di luce s’illuminava solo l’immagine di lei nell’oscurità della mia mente. Non riuscivo a dimenticarla, né a fuggire dall’odore della sua pelle ancora attaccata prepotentemente al mio corpo. Continuavo a scrutare i suoi occhi tra gli abissi dei ricordi, ma il suo cuore era sempre stato un’utopia per me. Una parte di lei non era mai andata via, era rimasta ad osservarmi mentre provavo a farmi del male. Non riuscivo a stare meglio, neanche dopo il solito alcool, la solita droga, le solite sigarette e il solito valium. Ero stato abbandonato in un periodo di giorni cupi e notti insonni con in bocca solo sigarette raccattate tra le oscure strade di Bologna.

Ma una sera la rividi e sarà difficile dimenticare quella sera maledetta.

Stavo uscendo dalla solita osteria, ero ubriaco, sporco di vino e con i pantaloni sporchi di piscio. Era una sera come tante altre. Scroccavo e accendevo una sigaretta all’uscita, il mio sguardo appannato intravide un tacco rosso tentennante tra la nebbia illuminata solo da una luce bianca sfocata prodotta da un vecchio lampione. Il tacco rosso era solo, la seconda scarpa non si vedeva, provavo a cercarla con gli occhi ma non riuscivo a trovarla. Forse ero troppo sbronzo o forse la nebbia era troppo fitta, non capivo; ma poi sbucò un piede nudo fine e delicato, orfano di tacco, privo di smalto e con una libellula tatuata sulla caviglia. Io mi pietrificai: conoscevo quella libellula che provava a volare sull’asfalto bagnato. Decisi di incamminarmi verso quella libellula perché ricordavo di averla amata. Lentamente ricostruivo quello che veniva proposto al mio sguardo curioso e speranzoso. Era lei: Emma.

Poteva essere un miraggio tra la nebbia, ne ebbi la certezza quando vidi come destreggiava la sigaretta tra le dita dallo smalto rosso, conoscevo solo lei che faceva quelle giocolerie con la sigaretta. Mi avvicinai mestamente e lento, quando lei si voltò riuscì anche a catapultarsi fuori dalla mia mente, trafiggendomi con i suoi occhi dal trucco sbavato colmi di lacrime e stupore.

Emma mi guardò senza dire niente e poggiando la sigaretta tra le labbra sporche di rossetto mi domandò:

“Che vuoi?”.

“Te!…Da sempre!” le risposi con la mia solita sicurezza balbettante.

Lei mi guardò dalla sua ammaliante iride azzurra in continuo movimento, senza dire una parola.

In quel momento non riuscii a interrompere lo scorrimento dei ricordi nella mia testa di quando vivevamo insieme.

Ricordavo che quando mi svegliavo lei non era mai accanto a me, ma la trovavo in salotto nuda coperta solo da un cardigan lungo che riusciva a coprire solo il suo seno privo di curve e parte del suo culo. Emma aveva un bel culo, era magrissima, senza tette, costole avidamente in mostra, ma aveva un bel culo con delle curve. Ricordo che durante quei risvegli lei mi guardava con il solito sguardo stralunato e spento. Gli occhi azzurri non bastavano a farle sembrare lo sguardo più acceso. Solo le lunghe occhiaie davano segni di vita al suo bianchissimo volto, facevano da contorno alle sue pupille che fissavano il pavimento per cercare qualcosa. Io restavo sempre in mutande sul divano, e mentre cercavo le sigarette Emma cercava i suoi amati psicofarmaci. Quando provava a stare ferma il fumo prodotto dalla sigaretta penzoloni sulle labbra le offuscavano lo sguardo; questa mancanza di realtà forse riusciva a rasserenare la sua agitazione catatonica. Approfittavo di quei momenti per chiederle di preparare un caffè. Lei mi guardava e mi mandava a fanculo. Io preparavo il caffè e una spada da iniettare in vena.

Dopo il nostro buco eravamo già arrivati al giorno dopo, poi a quello dopo, poi all’altro, poi a quello ancora.

Quanti bei ricordi quando cercavamo il tempo perso.

Facevamo le marchette per procurarci da vivere, ma dopo avevamo smesso. Eravamo scappati l’uno dall’altra per non essere continuamente tentati dalle nostre dipendenze.

Io avevo smesso di drogarmi ma non avevo smesso di fare marchette, mi facevo solo di alcool, fumo, morfina, valium, xanax, uomini e donne. Niente di così insolito, mi autogiustificavo nella mente.

Bologna riusciva ad accontentarmi.

Ma quella sera Emma mi scaraventò nuovamente nella sua palude.

Lei era su una scarpa col tacco rosso, con il rossetto sbavato, colma di lacrime che aiutavano la matita sugli occhi a sporcarle l’intero volto; un vestito rosso succinto strappato mentre i capelli castani erano pettinati solo grazie allo sperma che ancora contenevano.

Eri sempre bellissima Emma, ma forse eri peggiorata.

“Da dove esci fuori Emma?” le chiesi aiutato dal mio sguardo arreso.

“Esco fuori da un gioco di gruppo tra persone nude e felici” spiegò sogghignando.

Emma si interruppe, ruotava le orbite degli occhi, poi aggiunse sottovoce “Sicuramente quei fottuti negri e musi gialli mi stanno cercando”.

Sbarrai leggermente gli occhi piegando la testa di lato, la fissai per qualche secondo e riuscii solo a chiederle:

“Pagano bene?”.

Lei mi guardò e non mi rispose. Emma non era cambiata.

Era lì davanti a me, vestita con abiti non suoi ma strappati, con una sola scarpa al piede, i capelli sporchi di sperma, trucco sbavato sulle guance e mi fissava come un cane abbandonato in autostrada sotto la pioggia. Allora feci quello che faccio sempre in questi casi: pensai di prendermene cura.

Mi avvicinai lentamente e lei riuscì solo a domandarmi “La borsa?”.

“Da quando una borsa è così importante per te?” le domandai.

“Da quando è piena di soldi, coglione!” rispose con aria seria.

Quelle parole mandarono in tilt il mio cervello e mi proiettarono in un futuro ipotetico fatto di eroina, sesso multi etnico, clown, cavalli, cocaina, pianoforti elettrici, ukulele, telefoni satellitari, Ferrari a forma di panda, panda a forma di Ferrari, pernacchie, ingoi, buchi, buchi dell’ozono…e su buchi dell’ozono mi fermai a riflettere per domandarle:

“Ma riusciamo a riparare il buco dell’ozono con quei soldi?”.

Emma mi guardò con aria basita senza dire una parola, si voltò e zoppicando sul suo tacco rosso sotto la pioggia andò a prendere il grande borsone, adagiato sulla pozzanghera formatasi di lato. Lo prese, lo aprì e mi fece vedere le banconote che conteneva.

“Questi sono soldi cinesi…o giapponesi…o negri…o che cazzo ne so, ma sono un sacco soldi e noi li prendiamo. Ora sono nostri, miei, tuoi, della mia bocca e del mio culo”.

“Va bene” risposi serenamente.

“Andiamo via!” mi ordinò.

“Va bene” risposi di nuovo provando ad asciugarle il volto dalla pioggia.

Io ed Emma fuggimmo quella sera. Ancora una volta le nostre strade si erano incrociate, come se il suo desiderio intrinseco di chiedere aiuto fosse caduto nel bicchiere di vino che stavo bevendo. Pensavo che non l’avrei mai più rivista ma invece era lì. Pensavo tornasse a Reggio-Emilia…o a Modena…o a Forlì. Da dove cazzo veniva Emma? Non lo so, io la amavo, l’amore non chiede i documenti.

Nel frattempo cominciai a dubitare su quello che vedevo, non volevo confondere ancora una volta le immagini reali da quelle presenti solo nella mia testa.

In ogni caso volevo fuggire con lei, il mio unico vero amore.

Quella sera scappammo mano nella mano sotto la pioggia e con tanti soldi. Avremmo costruito il nostro futuro, la nostra casa, i nostri bambini, il nostro cane San Bernardo con gli occhiali da sole che fuma crack tra le vie del centro, cucinato lo zucchero filato con il rum, guidato l’automobile cinquanta per andare in centro, mangiato caramelle ricoperte di vodka; poi avremmo fatto l’assicurazione sanitaria, timbrato il cartellino tutte le mattine, non facendo mai annoiare le nostre lingue ubriache neanche quando andremo a messa la domenica mattina. Che bel futuro! Quello che ho sempre desiderato. Mi battezzo…o sono già battezzato? In quale Dio credo?

Quella notte la pioggia provava a cancellare i miei dubbi.

Io ascoltavo tutto quello che diceva Emma, anche quando disse di acquistare tanta eroina e bucarci tra i vicoli nascosti, negli atri aperti nei condomini senza custodi. Andiamo in via San Vitale, mi disse, io la seguii. Quanta felicità quella notte. Quanta felicità mentre ci abbandonavamo sdraiati sugli orgasmi che ci procuravamo senza essere avidi tra le vene. Quanta felicità quella notte sotto la pioggia martellante che provava a tenerci svegli.

Ma quella notte la pioggia non riuscì a tenere Emma sempre sveglia. La mattina, o il pomeriggio, o il giorno dopo, mi svegliai, guardai Emma che non respirava. Era rimasta intossicata dal suo stesso vomito da chissà quante ore. Non dimenticherò mai quella notte, continuerò a riviverla costantemente quando chiuderò gli occhi e la mente.

Sarò sempre sicuro che un giorno la rivedrò in sella a un tacco rosso, e nella mia attuale vita priva di luce, continua a scuotersi solo l’immagine di lei che danza con una sola scarpa nell’oscurità dei miei pensieri, che adesso alloggiano in questa clinica, con me, dove continuo a raccontare la mia triste storia a voi che mi ascoltate e che mi leggete.

Piero Cancemi

Il tacco rosso su mEEtale

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Scooter Italiano\Inglese Elettrico (invalidi)

Voglio raccontare una storia italiana, il protagonista sono io: Piero Cancemi.

Questa non è una storia del mio passato, né un racconto che ho pubblicato in qualche libro, né una delle solite stronzate che scrivo. Questa è una storia sul mio presente. Una storia triste? Non credo. Una storia felice? Neanche. Allora che minchia di storia è? Se non lo sapevate io sono siciliano, ma vivo a Bologna da 15 anni, quindi qual è la cosa strana in tutto questo? Nessuna.

La storia italiana che voglio raccontare inizia quando decido di comprare l’ennesimo scooter. Decido di comprarlo online.

Io sono invalido\disabile da 18 anni, la mia situazione fisica peggiora lentamente ma inesorabilmente. Ho la patente speciale per l’automobile con le opportune modifiche effettuate. Avevo uno scooter 50 che usavo per recarmi a lavoro o per uscire saltuariamente con gli amici. Poi ho venduto questo scooter perché la mia situazione fisica peggiorava, quindi decisi di acquistare uno scooter elettrico per disabili e persone anziane.

E quindi? Qual è il problema? Caro Piero Cancemi quello che hai detto è la cosa più normale del mondo.

COL CAZZO!

Ho comprato lo scooter 4 mesi fa, esattamente questo Electric Mobility Scooter ZT-63. 3 ruote, elettrico, non supera i 25 km\h.

scooter italiano

accanto la foto –>

Indosso il casco e cammino piano.

Volevo mettere la targa per poter fare l’assicurazione, come ho sempre fatto con tutti i veicoli che ho avuto (2 macchine, 3 scooter).

Ed è proprio qui che inizia il calvario:

La Motorizzazione di Bologna non sa che pesci prendere. Non sanno la risposta ma pur di non ammetterlo preferiscono far fare avanti e indietro a me, e successivamente ai miei genitori.

A giorni alterni mi chiedono cose diverse:

Certificato Europeo di Conformità

Fattura

Li porto e mi dicono: manca Timbro e Firma

Scrivo al venditore, spedisco in fabbrica, dopo altri giorni i documenti tornano indietro timbrati e firmati.

La Motorizzazione ha le cose richieste, quindi mi chiede

documento d’identità del proprietario della fabbrica.

Lo porto.

Il venditore dello scooter mi dice via mail: Abbiamo venduto questi scooter in tutta Europa.

Il capo dei capi della Motorizzazione di Bologna non è mai raggiungibile. Nessuno sa qualcosa, l’omertà regna sovrana tra gli uffici.

Troppo difficile dire: prendi una carrozzina elettrica così tutti sanno cos’è. Uno scooter elettrico con 3 ruote nessuno lo conosce. Qui a Bologna noi sappiamo tutto, le cose che non conosciamo non esistono. Se avessero detto così sarebbero stati più onesti.

Ma a Bologna l’onestà intellettuale purtroppo è diventata un’utopia: capoluogo di una regione stupenda, ricca ed efficiente, ma accalappiata per metà dalla Lega. Che tristezza. Ancora Bologna Resiste, spero continuerà per sempre.

Ma io so anche come sarebbe stato in Sicilia:

Non è scritto da nessuna parte che non puoi portare questo scooter, quindi puoi fare quello che minchia vuoi, non arrivi neanche a 25 km\h, a cu a fari mali?

E’ questa per me la differenza tra nord e sud. Ma questo è un altro discorso politico e regionale, lo svilupperò successivamente, adesso continuo la storia.

Dopo 2 mesi trascorsi senza mai usare lo scooter, ma solo a perdere tempo tra Motorizzazione, ACI e Vigili Urbani, decido di prendere lo scooter per andare a lavoro la mattina: distanza 800 metri.

Sono senza targa perché la Motorizzazione mi ha detto NO, sono senza assicurazione perché le Poste italiane mi hanno detto NO. Se dovessi investire un gattino dovrai pagare in contanti. La signora delle Poste mi ha detto così.

Prendo il misterioso scooter elettrico, durante gli 800 metri mi ferma la polizia municipale perché sono senza targa. Spiego l’odissea. Vedono che sotto la sella ho il bastone pieghevole come ausilio per deambulare. Mi lasciano andare, mi dicono di non correre, certo, superare 25 km\h negli ultimi 300 metri mi verrebbe pure difficile, però per trasmettere fiducia mostro il pollice in su.

Il giorno dopo una nuova esperienza, dallo specchietto retrovisore del mio scooter elettrico vedo un SUV dei carabinieri che mi segue lentamente. Io cammino radente al lato destro, ma loro se ne fregano, i Carabinieri mi superano guardando stupiti il mio scooter, come se guidassi la Gioconda o una Ferrari. Mi piace pensarla così. Poi dicono che fanno le barzellette sui Carabinieri.

Altri episodi che mi sono successi: un signore si è stupito perché ho uno scooter elettrico e si complimenta con me perché salverò il pianeta. Un signore fa una stima senza senso e senza averlo chiesto:

l’hai pagato 10.000 euro?

No, l’ho pagato 1800.

Conoscevi il proprietario?

No, l’ho preso su Amazon da una fabbrica inglese https://velobike.co.uk/

Costa poco.

Lo so.

La cosa divertente è che alcune ragazze si complimentano con me come se avessi un Harley-Davidson.

Quindi la mia domanda è:

CHI SA COME COMPORTARSI?

COSA DEVO FARE?

IO VOGLIO SOLO PAGARE PER METTERMI IN REGOLA, O SONO GIA’ IN REGOLA?

IO SO CHI SA QUESTA RISPOSTA IN ITALIA: NESSUNO!

Chiederei aiuto al Ministro dei Trasporti Toninelli, ma al momento è troppo impegnato con il tunnel del Brennero.

Potrei chiedere aiuto anche al ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, ma al momento è impegnato a essere sessista o contro l’aborto.

POVERA ITALIA!

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La storia di u Sceccu

C’era una volta il signor Cannizzaro che con i pochi soldi che aveva accumulato nella vita un giorno decise di comprare un asinello, u sceccu, in un piccolo paese siciliano, per spostarsi con più facilità insieme a suo figlio.

Un giorno il signor Cannizzaro acchiana n’capu u sceccu ed inizia ad andare avanti, mentre il bambino cammina s’agguanta a un armiggio di la sella.

La gente in paese vide passare u sceccu c’avia n’capu u vecchiu, mentri u piccirriddu caminava a peri.

La gente osservava e commentava sottovoce: U vecchiu s’arriposa n’capu u sceccu e lassa a peri u picciriccu. Mischinu u picciriddu! Chi viogna.

Al signor Cannizzaro le voci giunsero a casa sua, così il giorno dopo decise di cambiare.

La matina dopu, u signor Cannizzaro dici a u picciriddu di mettisi iddu n’capu u sceccu. U signor Cannizzaro vulia caminari a peri.

La gente in paese vide passare u sceccu c’avia n’capu u picciriddu, mentri u vecchiu caminava a peri.

La gente osservava e commentava sottovoce: U picciriddu un’avi rispettu pi u vecchiu. Mischinu u vecchiu! Chi viogna.

Al signor Cannizzaro le voci arrivarono a casa sua e il giorno dopo decise di cambiare ancora.

La matina dopu u signor Cannizzaro e u picciriddu si mettunu tutti ru n’capu u sceccu e caminavanu tranquilli.

La gente osservava e commentava sottovoce: U picciriddu e u vecchiu tutti ru n’capu u sceccu. Poviru armalu! Chi viogna.

Al signor Cannizzaro le voci arrivarono a casa sua e il giorno dopo decise di cambiare ancora.

La mattina dopo, il signor Cannizzaro e il bambino decidono di camminare a piedi come il loro asinello.

La gente osservava e commentava sottovoce: U picciriddu e u vecchiu caminanu a peri, puru chi hannu u sceccu. Chi viogna!

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Ci sarà sempre qualcuno che avrà da ridire sulle nostra scelte, anche se noi proveremo a cambiarle.

Ci sarà sempre qualcuno che pensa di avere ragione, ma noi dobbiamo fare quello che vogliamo e non quello che pensano gli altri. Dobbiamo imparare a ragionare solo con la nostra testa.

Un insegnamento di Caterina Alagna, mia Nonna, che mi ha sempre insegnato tanto.

Non abbiamo mai avuto u sceccu, ma abbiamo e continuiamo ad avere tanto amore.

Piero Cancemi

La storia di u sceccu – mEEtale

Pubblicato in: Libri, Racconti, Validi

Vent’anni

svolteCiao Francesco,
Non so niente di te ma ti ho pensato tanto in questi anni, costantemente, incessantemente. Solo oggi ho deciso di dare una svolta alla mia vita ammettendo la mia verità. Quella verità che non sono stato in grado di affrontare negli anni e che ho tenuto nascosta per troppo tempo. La verità che non mi faceva dormire la notte e non mi faceva stare bene durante tutto il giorno, mentre i miei pensieri si confondevano tra loro, sperando solo di terminare le mie giornate in un abisso di sonno perenne.
Forse non avrai voglia di leggere quello che è scritto su questo foglio e con una pessima calligrafia.
Mi chiamo Antonino, ma tutti mi chiamano Nino. Forse avrai già capito chi è l’autore di queste banali chiacchiere di presentazione prive di interesse. Ma forse invece non lo sai.
Io so chi sei tu, conosco tua madre, la conosco bene, ma sono tanti anni che non la vedo e che non la sento, esattamente vent’anni, la tua età.
So che vivi a Milano e che anche tua madre sta ancora lì. Non sono uno stalker e neanche un assassino, ma forse qualcosa di altrettanto schifoso e ingiustificabile. Sono un inutile uomo che alla tua età è stato solo in grado di scappare, di andare via da una responsabilità che non ha voluto assumersi. Non capivo niente e ho preferito fuggire da una gioia che tua madre aveva appena iniziato a tenere in grembo.
Io non ho genitori, non li ho mai avuti. Penso che la realtà in cui sono cresciuto, tra comunità per minori e affetto ricevuto solamente da estranei, abbia influenzato il mio modo di fare delle scelte. Oppure sono sempre stato una persona di merda incapace di prendere le giuste decisioni e che sta solo provando a giustificarsi. Ma ormai non ho più niente per cui giustificarmi.
Mi sono costruito tante immagini di te nella mia testa. A volte ti ho pensato con i capelli castani e gli occhi marroni come tua madre, a volte con i capelli neri e gli occhi cerulei come il sottoscritto. Ormai i miei capelli sono quasi tutti bianchi, però ti ho immaginato spesso simile a me quando avevo la tua età. Spero solo che non avrai il mio stesso carattere. A diciannove anni ero un poco di buono, mi facevo trascinare in brutti giri e brutte situazioni troppo facilmente. Non andavo a scuola, ma ogni tanto svolgevo umili lavoretti per potermi mantenere. Conobbi tua mamma a quell’età: era bellissima. All’inizio provava a ignorarmi, ma lei mi piaceva troppo. Io ero solo un mascalzone che aveva smesso di andare a scuola mentre lei era una bravissima e bellissima studentessa di famiglia borghese, una storia che si ripete dai tempi della proiezione di Lilli e il Vagabondo. Ma in questo caso non è andata a finire come in quel film. Ci siamo conosciuti, ci siamo frequentati e ci siamo innamorati. Ma l’amore a volte fa fare delle sciocchezze. Nel mio caso mi aveva solo dato una grande felicità, e io l’ho interpretato in maniera opposta. Ero giovane, ero impreparato e nella mia inadeguatezza a quel nuovo ruolo ho deciso, da immaturo, di scappare. I genitori di tua madre non mi sopportavano, e quando mi vedevano insieme a lei mi guardavano con disprezzo. Tuo nonno mi odiava, me lo diceva anche tua madre. Io ero un pesce fuor d’acqua in quella famiglia, ma non davo peso alla cosa; in realtà a me non interessava niente. Io volevo solo stare con tua madre, me ne infischiavo di tutto il resto.
Poi è arrivato quel giorno, quel maledetto giorno che non ho mai dimenticato. Ho incontrato lei e mi ha spiegato tutto. Mi ha detto che aspettava un bambino, che tua nonna l’aveva saputo, ma tuo nonno non sapeva niente. Una storia del cazzo che dovevo capire. Boh! Capire cosa? Cosa cazzo dovevo capire? Capire che aspettavamo un figlio e non lo doveva sapere nessuno? Capire che forse dovevamo fuggire per costruire una famiglia, ma con niente in mano? Che cazzo ne sapevo io? Avevo vent’anni. Nella vita ero solo riuscito a scappare da scuola, e in quel momento ho pensato di scappare anche da quella famiglia borghese del cazzo. Ho avuto solo questo pensiero. Ho pensato che i soldi li avrebbero tirati fuori loro. Tua madre era in gamba e se la sarebbe cavata. Io non volevo chiedere niente a nessuno. All’inizio ho deciso di cambiare città per dare una svolta alla mia vita, magari con un lavoro stabile. Pensavo che un giorno sarei tornato, ma purtroppo non è andata così, Francesco. Mi sono trasferito a Bologna. Ho cercato lavoro e ho provato a darmi una regolata. Ma niente. Ho trovato diversi lavori, guadagnavo dei soldi e poi li spendevo tutti nel peggiore dei modi facendomi del male. Ma solo quel male mi faceva stare bene.
Non so cosa ti abbia detto tua madre di me. Magari non te ne ha mai parlato. Magari dopo di me ha avuto subito un nuovo compagno, che ricopre ancora quello che doveva essere il mio ruolo. Sicuramente sarà una persona migliore di me. Immagino sia una persona benestante a cui non manca niente, anzi, che sia molto più ricco di una persona a cui non manca niente, e che non abbia fatto mancare nulla neanche a te. Vivete in una grande casa; avete l’aspirapolvere automatica che lucida tutto il parquet; la vostra governante utilizza l’apriscatole elettrico; il vostro chef vi cucina piatti contenenti panna acida e caviale; in garage è parcheggiata una De Lorean volante. Me la immagino così, una persona più ricca di una a cui non manca niente. Io invece sono solo uno squattrinato a cui manca tutto. Non ho una casa e non ho un aspirapolvere. Pago l’affitto e spazzo con la scopa. Apro i barattoli girando la manopola dell’apriscatole, mi cucino solo la pasta e in strada è parcheggiata la mia vecchia Fiat Panda. Sono riuscito ad arrivare solo a questo.

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San Valentino

Aspetto questo giorno da un anno intero. Ho organizzato tutto nei minimi dettagli. Per San Valentino ho prenotato un tavolo nel miglior ristorante di Bologna. Mi sono permesso di acquistare tutti i posti disponibili e utilizzare per noi due solo il tavolo posto al centro della sala. Andremo vestiti come al solito, come faccio tra un aperitivo e l’altro. Io indosserò il nuovo vestito Gucci, ma indosserò la cravatta Cavalli, anche se a te non piace dato che gli abiti Cavalli sono sempre troppo colorati ed eccentrici, ma io sono trasgressivo lo sai bene. Tu sarai bellissima come al solito, con decolletè dal tacco 12 e il tuo vestitino attillato Louis Vuitton, abbellito dal solito Chanel su tutto il corpo. Sicuramente avrai ciglia finte che faranno pan-dan con le tue sopracciglia tatuate. Io mi farò le sopracciglia ad ali di gabbiano come piacciono a te. Ormai ti conosco troppo bene. Per la serata non volevo sperperare, ho ingaggiato un quartetto d’archi che ci accompagneranno durante la cena composta da un cracker integrale adagiato su un piatto in vetro di Murano. Mentre con il gruppo di strumenti a fiato pensavo di farti la proposta di matrimonio inginocchiandomi e piangendo dalle mie lenti a contatto colorate verde smeraldo, offrendoti l’anello di diamanti dalle dimensioni di un pugno costato solo una manciata di decine di migliaia di dollari.

Quanto romanticismo per questo San Valentino. Sai quanto ci tengo.

Oppure…oppure…oppure…

Restiamo in pigiama, ordiniamo una pizza dal Pakistano sotto casa, ci smezziamo un paio di Moretti da 66 e scopiamo come se non ci fosse un domani.

Quanto romanticismo per questo San Valentino. Sai quanto ci tengo.

Piero Cancemi

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