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Vent’anni

svolteCiao Francesco,
Non so niente di te ma ti ho pensato tanto in questi anni, costantemente, incessantemente. Solo oggi ho deciso di dare una svolta alla mia vita ammettendo la mia verità. Quella verità che non sono stato in grado di affrontare negli anni e che ho tenuto nascosta per troppo tempo. La verità che non mi faceva dormire la notte e non mi faceva stare bene durante tutto il giorno, mentre i miei pensieri si confondevano tra loro, sperando solo di terminare le mie giornate in un abisso di sonno perenne.
Forse non avrai voglia di leggere quello che è scritto su questo foglio e con una pessima calligrafia.
Mi chiamo Antonino, ma tutti mi chiamano Nino. Forse avrai già capito chi è l’autore di queste banali chiacchiere di presentazione prive di interesse. Ma forse invece non lo sai.
Io so chi sei tu, conosco tua madre, la conosco bene, ma sono tanti anni che non la vedo e che non la sento, esattamente vent’anni, la tua età.
So che vivi a Milano e che anche tua madre sta ancora lì. Non sono uno stalker e neanche un assassino, ma forse qualcosa di altrettanto schifoso e ingiustificabile. Sono un inutile uomo che alla tua età è stato solo in grado di scappare, di andare via da una responsabilità che non ha voluto assumersi. Non capivo niente e ho preferito fuggire da una gioia che tua madre aveva appena iniziato a tenere in grembo.
Io non ho genitori, non li ho mai avuti. Penso che la realtà in cui sono cresciuto, tra comunità per minori e affetto ricevuto solamente da estranei, abbia influenzato il mio modo di fare delle scelte. Oppure sono sempre stato una persona di merda incapace di prendere le giuste decisioni e che sta solo provando a giustificarsi. Ma ormai non ho più niente per cui giustificarmi.
Mi sono costruito tante immagini di te nella mia testa. A volte ti ho pensato con i capelli castani e gli occhi marroni come tua madre, a volte con i capelli neri e gli occhi cerulei come il sottoscritto. Ormai i miei capelli sono quasi tutti bianchi, però ti ho immaginato spesso simile a me quando avevo la tua età. Spero solo che non avrai il mio stesso carattere. A diciannove anni ero un poco di buono, mi facevo trascinare in brutti giri e brutte situazioni troppo facilmente. Non andavo a scuola, ma ogni tanto svolgevo umili lavoretti per potermi mantenere. Conobbi tua mamma a quell’età: era bellissima. All’inizio provava a ignorarmi, ma lei mi piaceva troppo. Io ero solo un mascalzone che aveva smesso di andare a scuola mentre lei era una bravissima e bellissima studentessa di famiglia borghese, una storia che si ripete dai tempi della proiezione di Lilli e il Vagabondo. Ma in questo caso non è andata a finire come in quel film. Ci siamo conosciuti, ci siamo frequentati e ci siamo innamorati. Ma l’amore a volte fa fare delle sciocchezze. Nel mio caso mi aveva solo dato una grande felicità, e io l’ho interpretato in maniera opposta. Ero giovane, ero impreparato e nella mia inadeguatezza a quel nuovo ruolo ho deciso, da immaturo, di scappare. I genitori di tua madre non mi sopportavano, e quando mi vedevano insieme a lei mi guardavano con disprezzo. Tuo nonno mi odiava, me lo diceva anche tua madre. Io ero un pesce fuor d’acqua in quella famiglia, ma non davo peso alla cosa; in realtà a me non interessava niente. Io volevo solo stare con tua madre, me ne infischiavo di tutto il resto.
Poi è arrivato quel giorno, quel maledetto giorno che non ho mai dimenticato. Ho incontrato lei e mi ha spiegato tutto. Mi ha detto che aspettava un bambino, che tua nonna l’aveva saputo, ma tuo nonno non sapeva niente. Una storia del cazzo che dovevo capire. Boh! Capire cosa? Cosa cazzo dovevo capire? Capire che aspettavamo un figlio e non lo doveva sapere nessuno? Capire che forse dovevamo fuggire per costruire una famiglia, ma con niente in mano? Che cazzo ne sapevo io? Avevo vent’anni. Nella vita ero solo riuscito a scappare da scuola, e in quel momento ho pensato di scappare anche da quella famiglia borghese del cazzo. Ho avuto solo questo pensiero. Ho pensato che i soldi li avrebbero tirati fuori loro. Tua madre era in gamba e se la sarebbe cavata. Io non volevo chiedere niente a nessuno. All’inizio ho deciso di cambiare città per dare una svolta alla mia vita, magari con un lavoro stabile. Pensavo che un giorno sarei tornato, ma purtroppo non è andata così, Francesco. Mi sono trasferito a Bologna. Ho cercato lavoro e ho provato a darmi una regolata. Ma niente. Ho trovato diversi lavori, guadagnavo dei soldi e poi li spendevo tutti nel peggiore dei modi facendomi del male. Ma solo quel male mi faceva stare bene.
Non so cosa ti abbia detto tua madre di me. Magari non te ne ha mai parlato. Magari dopo di me ha avuto subito un nuovo compagno, che ricopre ancora quello che doveva essere il mio ruolo. Sicuramente sarà una persona migliore di me. Immagino sia una persona benestante a cui non manca niente, anzi, che sia molto più ricco di una persona a cui non manca niente, e che non abbia fatto mancare nulla neanche a te. Vivete in una grande casa; avete l’aspirapolvere automatica che lucida tutto il parquet; la vostra governante utilizza l’apriscatole elettrico; il vostro chef vi cucina piatti contenenti panna acida e caviale; in garage è parcheggiata una De Lorean volante. Me la immagino così, una persona più ricca di una a cui non manca niente. Io invece sono solo uno squattrinato a cui manca tutto. Non ho una casa e non ho un aspirapolvere. Pago l’affitto e spazzo con la scopa. Apro i barattoli girando la manopola dell’apriscatole, mi cucino solo la pasta e in strada è parcheggiata la mia vecchia Fiat Panda. Sono riuscito ad arrivare solo a questo.

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San Valentino

Aspetto questo giorno da un anno intero. Ho organizzato tutto nei minimi dettagli. Per San Valentino ho prenotato un tavolo nel miglior ristorante di Bologna. Mi sono permesso di acquistare tutti i posti disponibili e utilizzare per noi due solo il tavolo posto al centro della sala. Andremo vestiti come al solito, come faccio tra un aperitivo e l’altro. Io indosserò il nuovo vestito Gucci, ma indosserò la cravatta Cavalli, anche se a te non piace dato che gli abiti Cavalli sono sempre troppo colorati ed eccentrici, ma io sono trasgressivo lo sai bene. Tu sarai bellissima come al solito, con decolletè dal tacco 12 e il tuo vestitino attillato Louis Vuitton, abbellito dal solito Chanel su tutto il corpo. Sicuramente avrai ciglia finte che faranno pan-dan con le tue sopracciglia tatuate. Io mi farò le sopracciglia ad ali di gabbiano come piacciono a te. Ormai ti conosco troppo bene. Per la serata non volevo sperperare, ho ingaggiato un quartetto d’archi che ci accompagneranno durante la cena composta da un cracker integrale adagiato su un piatto in vetro di Murano. Mentre con il gruppo di strumenti a fiato pensavo di farti la proposta di matrimonio inginocchiandomi e piangendo dalle mie lenti a contatto colorate verde smeraldo, offrendoti l’anello di diamanti dalle dimensioni di un pugno costato solo una manciata di decine di migliaia di dollari.

Quanto romanticismo per questo San Valentino. Sai quanto ci tengo.

Oppure…oppure…oppure…

Restiamo in pigiama, ordiniamo una pizza dal Pakistano sotto casa, ci smezziamo un paio di Moretti da 66 e scopiamo come se non ci fosse un domani.

Quanto romanticismo per questo San Valentino. Sai quanto ci tengo.

Piero Cancemi

San Valentino su mEEtale

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Lettera a Babbo Natale

15446335169733020_maxiCaro Babbo Natale,

a Natale ti chiedo l’ignoranza. Sì, proprio l’ignoranza. Vorrei credere a tutte quelle cose che pensa la gente che non ha dubbi e che non si pone domande. L’ignoranza trasmette serenità. Ne sono convinto. Vorrei credere che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Vorrei credere a un bambino nato in una capanna in Palestina, poi venerarlo, ma essere anche razzista odiando i suoi conterranei. Non ha senso ma tanti fanno così. Vorrei credere che la terra è piatta buttando nel cesso tremila anni di studi. Vorrei credere che la mafia non esiste e che non siamo noi, insieme allo stato, ad alimentarla e mantenerla, uccidendo chi ha la fantastica idea di pensare. Vorrei credere che le malattie esistono solo per gli altri e mai per me. Vorrei credere che il grande fratello è solo una trasmissione televisiva importante, e non un riferimento distopico ma assolutamente realistico di un libro di Orwell. Vorrei credere che si stava meglio quando si stava peggio, e che quando c’era lui i treni arrivavano in orario, anche dove non c’era una stazione, ma se c’era lui si prendevano i treni per scappare dalla guerra. Merda! Se avessero fatto così avrebbero fatto come quelle povere persone che scappano sui barconi rischiando la vita per trovare pace e serenità. Quindi no, quando c’era lui i treni arrivavano in orario e la gente viaggiava in prima classe.

Caro Babbo Natale vorrei credere anche che la madonna era vergine quando era incinta e che suo figlio poi è resuscitato, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Vorrei credere anche che cannabis legale vuol dire droga libera, e non marijuana con il minimo contenuto di thc ma solo con il cbd rilevante totalmente incapace di provocare alterazione. Vorrei credere che la droga la regalano e che gli sconosciuti la mettono sempre nei bicchieri a tua insaputa. Vorrei credere a tutto quello che dice la televisione, vorrei imparare a guardarla, ma in modo ignorante, magari stimola la diuresi e combatte la costipazione. Vorrei credere che le donne devono solo cucinare e allattare, al massimo saper anche cucire. NO! Questa non ce la faccio, vivo in una splendida città dove la differenza lavorativa tra uomo e donna è quasi inesistente, anzi, conosco alcune donne che cucinano, allattano, lavorano, puliscono, scrivono, riescono a cucire e si prendono cura di sé. Un uomo deve solo prendere esempio da una donna, per me è così. Ci sono donne che attraversano l’oceano su un barcone pericolante per dare un futuro migliore ai loro figli che ancora non sono nati.

Babbo Natale ci ho ripensato, voglio solo che le persone abbiano l’aiuto che meritano per vivere onestamente. Io non voglio niente, neanche l’ignoranza, al massimo regala la memoria alla gente ignorante che ha dimenticato quello che hanno vissuto le persone prima di loro. Io sono nipote di un emigrato che ha lavorato in Germania per mantenere onestamente una famiglia in Sicilia composta da moglie e 4 figli.

Regala alle persone gli aiuti che meritano, regalali a chi scappa per provare ad avere un futuro migliore, ma anche un presente.

Posso aspettare per essere ignorante, non ho fretta. Regala anche il coraggio alle donne per denunciare, ai bambini per chiedere aiuto e agli uomini per essere onesti.

Buon Natale Babbo Natale.

E quando un giorno esisterai presentami Gesù bambino, che ormai avrà più di 2000 anni. Se non ce la farai allora presentami un Re Magio a scelta.

Buon Natale Piero Cancemi

 

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Respiri Sessuali

(racconto presente nell’antologia RACCONTI EMILIANI pubblicato nel 2018 da Historica Edizioni)

RaccontiEmilianiQuello che state per leggere è un racconto privo di morale e interesse, quindi vi consiglio di passare al prossimo, magari sarà più interessante o più tollerante.

Mi chiamo Piero, sono Siciliano e vivo a Bologna da 13 anni. Di questo non frega un cazzo a nessuno dato che non è una cosa tanto difficile da trovare. Ma forse a qualcuno potrebbe interessare quali ragazze provenienti da tutta Italia ho conosciuto condividendo…“Respiri”. Meglio dire “Respiri” anziché orgasmi, urla, schiaffi e saliva, qualcuno potrebbe offendersi e qualcun altra potrebbe anche riconoscersi. Meglio dire “Respiri” così sono tutti contenti.

Se avete ancora voglia di farvi una manciata di cazzi miei allora vi accontento, proverò a raccontarvi brevemente i miei duri anni di “Respiri” sessuali in Emilia-Romagna.

Avevo diciannove anni quando abbandonai il mio ridente paese siciliano per dirigermi a Bologna, andavo in treno portando con me solo un fagotto pieno di sogni. Dire che avevo ventidue anni e che i miei genitori avevano pagato il biglietto aereo farebbe di me solo un ragazzo siciliano qualunque che ha deciso di vedere oltre lo stretto di Messina.

Inizialmente, ovviamente, è stato bellissimo: conoscevo nuova gente e non lavoravo. All’università studiavo al DAMS e conoscevo tante ragazze. Dopo due mesi non ero ancora stato a letto con nessuna.

Un giorno conobbi Maria1 in via Petroni all’interno di un negozietto Pakistano dove compravo una birra.

Le ragazze dei “Respiri” si chiameranno tutte Maria.

La prima era Calabrese, provincia di Reggio Calabria e studiava Scienze della Formazione. Maria1 non era bella ma era interessante. Maria1 beveva e si faceva le canne, forse si faceva anche di eroina, ma nessuno è perfetto.

Le dico “È due mesi che sono a Bologna e non sono stato con nessuna ragazza”.

Mi risponde “Scopiamo” con assoluta indifferenza e leggerezza.

Scopo con Maria1 a casa sua con indifferenza e leggerezza, minimalista, dove lingue e genitali svolgono le loro funzioni educatamente e senza strafare.

Dopo Maria1 ero diventato predisposto a osare, Bologna per me era il paese dei balocchi e cominciai a scoprirla lentamente. Continua a leggere “Respiri Sessuali”

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Il caffè della Nonna

racconto presente nell’antologia NON BASTANO LE INTUIZIONI pubblicato nel 2018 da Senso Inverso Edizioni

9022528Sono nato in Sicilia, nella ridente cittadina di Petrosino, ubicata tra i comuni di Marsala e Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Sono nato nella casa di mia Nonna; potevo nascere in uno degli ospedali presenti nei due paesi vicini, ma a casa mia le vecchie abitudini sono sempre state difficili da eliminare. Io sono cresciuto lì, ho imparato a dire le prime parole, poi a camminare e subito dopo a correre. A Petrosino avevo tanti posti dove poter correre, tra le campagne e le strade prive di asfalto. Cadevo spesso a terra, anzi, spessissimo; quando succedeva tornavo a casa mestamente, con ginocchia sbucciate, mani lacerate e occhi colmi di lacrime. Con le labbra imbronciate andavo da mia madre, lei si agitava, mi rimproverava, poi mi medicava e mi spediva subito nella mia stanza. A volte però, quando tornavo a casa dopo essermi fatto male, era presente mio padre. Con lui gli occhi colmi di lacrime e le labbra imbronciate non avevano lo stesso effetto; mio padre mi sgridava urlando ad alta voce ed io piangevo ancora più forte.

Da bambino imparai a cavarmela da solo, cioè smisi di tornare a casa quando mi succedeva qualcosa di spiacevole. Decisi di recarmi da mia Nonna, che viveva nell’appartamento al piano inferiore. Mia Nonna diventò presto una sicurezza per me, la mia “ancora di salvezza”. Ogni pensiero, ogni dubbio e ogni incertezza la sfogavo su mia Nonna senza avere alcuna paura. Lei raccoglieva tutto e si sedeva accanto a me, mi dava consigli, mi accarezzava la nuca e mi raccontava del suo passato. Per ogni cosa che dicevo, a lei venivano in mente episodi della sua vita e ne parlava con allegria. Io stavo sempre ad ascoltarla con lo sguardo pieno di fascino e curiosità, le ponevo domande perché ogni cosa era come se l’avesse vissuta insieme a me, anche se nei suoi episodi di vita non c’erano strade, treni o automobili. Nei suoi episodi c’era anche la guerra e c’era ancora mio Nonno, ma i suoi modi di raccontarmi le storie trasformavano i brutti episodi in esperienze di vita divertenti che imparai ad ammirare.

Mia Nonna era diventata la mia migliore amica ed io ne ero orgoglioso.

A lei raccontavo del compagnetto delle scuole elementari che mi faceva i dispetti e mi consigliava: “Iunciti cù chiddri megghiu ri tia e perdici li spisi”1.

Le feci leggere il tema che avevo scritto sul mio migliore amico durante le scuole medie e, quando capì che parlavo di lei, mi esclamò sorridendo: “Masculu e beddru pi ghiunta”2.

Quando le confessai della mia attrazione verso la ragazzina del Liceo che frequentavo, sorridendo mi ordinò: “Assettàti e pìgghiamu un café”3. Continua a leggere “Il caffè della Nonna”

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Momenti

racconto presente nel libro LA BESTIA NON CORRE pubblicato nel 2013 da Vertigo Edizioni

(2° posto al concorso “Urbe Parthenicum”)

Featured Image -- 3451Era successo qualcosa nel corpo di Riccio, ma non riusciva a capire cosa, non riusciva a darsi una spiegazione. Dopo cinquecento metri di cammino iniziava a zoppicare e dopo altri cinquecento metri non riusciva più a reggersi in piedi. La sua vita stava iniziando a cambiare, i suoi pensieri prendevano il sopravvento. Non capiva cosa cazzo fosse. Si ritrovò nuovamente a rigirarsi nei pensieri, a riflettere su cose che aveva fatto, su cose che avrebbe potuto fare se i suoi pensieri fossero stati giusti. Quello che sapeva con certezza era che non sapeva che cazzo stesse accadendo.

Si chiedeva il “Perché”, faceva domande che non esistevano; si chiedeva “Quando”, elaborava progetti che avrebbe cambiato o cancellato; si chiedeva “Dove”, quando sapeva benissimo che la risposta era semplicemente “qui”. Insomma, chiedeva tante cose, ma, solo quando era troppo tardi, si accorgeva che si stava rivolgendo a se stesso senza coinvolgere nessuno, quando in realtà era giusto chiedere alle persone che gli stavano vicino.

Erano momenti strani per lui, momenti in cui passava di inseguire qualcosa, ma non sapeva cosa; momenti in cui credeva di avere un’intuizione, ma che in realtà era solamente una banalità.

Erano solo momenti di debolezza in cui credeva di essere invincibile. Momenti in cui pensava che tutto sarebbe passato e che sarebbe ricominciato dall’inizio, che tutto sarebbe stato migliore e più bello.

C’erano momenti del cazzo, invece, in cui pensava che tutto questo non sarebbe mai finito, che non sarebbe cambiato mai niente, che tutto sarebbe peggiorato.

Erano momenti in cui Riccio aveva rimpianti e ripensamenti, urlava a se stesso di essere forte e che era impossibile tornare indietro, ormai doveva solo cercare di reagire.

Riccio si chiedeva cosa fosse quel “Qualcosa”, cosa fosse quel malessere, cosa stesse cercando e soprattutto perché lo stava cercando. Ma anche quella volta restarono solo punti interrogativi sospesi nell’aria e che non avevano risposte. Continuava a fare capriole nella mente e a voltarsi dal lato opposto delle riflessioni, ma poi si accorgeva che aveva solo voglia di gridare ad alta voce senza essere ascoltato.

Sapeva che mancava qualcosa, ma non sapeva cosa. Iniziavano nella sua mente, mentre si guardava allo specchio, una serie infinita di immagini che a sua volta si riflettevano in un altro specchio che si trovava di fronte e così all’infinito; quell’infinito in cui cercava la forma esatta di se stesso che ancora non conosceva.

Riccio rifletteva per qualche secondo su quello che desiderava, ma è inutile porgersi domande quando si pensa di sapere la risposta. Cercava figure nella mente solo per avere un punto di riferimento o una semplice immagine del traguardo da raggiungere. Non era questo che voleva. I punti interrogativi potevano causare grandi eventi, ma solo se si trovava la forza di trasformarli in punti esclamativi; erano sempre quelle le domande a cui tentava di dare una risposta, ma non fu mai in grado di farle diventare una realtà concreta. Continua a leggere “Momenti”

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Pakhet

racconto presente nel libro LA BESTIA NON SI FERMA pubblicato nel 2016 da Eretica Edizioni

(Menzione d’onore per il Premio Culturale Nazionale “Gian Galeazzo Visconti”; Attestato di Merito al concorso “Luce dell’Arte”)

unicamilano

CopertinaLe onde si rompevano delicatamente sulla riva come se la accarezzassero, il sole splendeva e un soffio di vento rinfrescava l’aria. Riccio era a petto nudo e in costume da bagno, giunse al bancone di un chiosco sulla spiaggia e chiese due birre. Il suo amico Lupo, anche lui con addosso solo un costume da bagno, afferrò di scatto le birre e sorridendo puntò l’amico dai suoi grandi occhi celesti. I due si diressero verso il tavolino e si sedettero sulle sedie che giacevano intorno; accesero una sigaretta ciascuno, brindarono senza dire una parola e iniziarono a sorseggiare la birra.

«Oggi la spiaggia è deserta. Dove è finita la gente?» domandò Riccio guardandosi intorno.

«Non lo so, però a volte è bello non incontrare persone, si evitano pedanti domande prive d’interesse in cui si è costretti a dare banali risposte» rispose Lupo.

«Sì hai ragione. Spiaggia vuota, mare cristallino, le onde che terminano lentamente sulla riva accompagnate da un vento lento quasi cullante, poi la birra fresca in mano, io me lo immagino così il paradiso».

Lupo lo guardò accennando un sorriso.

Ad un tratto una figura attirò il loro sguardo: nella spiaggia deserta una ragazza si stava avvicinando al bancone e i due amici cominciarono a osservarla attentamente. Era una ragazza di colore che indossava uno stretto bikini cobalto e un paio d’infradito nere, aveva due lunghe gambe dalle caviglie sottili, il ventre piatto e un seno prosperoso, retto dagli elastici della parte superiore del bikini, in viso comparivano due labbra carnose e un paio di occhiali da sole le coprivano gli occhi. I due la osservavano cercando di non essere troppo invadenti, ma lei notò di essere scrutata e ricambiò con un sorriso e aria compiacente. La ragazza arrivò al bancone, poggiò i gomiti mettendo in mostra il sedere, coperto solo da un tanga cobalto che divideva le due natiche, artefici di curve perfette. I due ragazzi spalancarono gli occhi con aria felice.

Arrivò il barista e lei, sorridendo, gli chiese:

«Una bottiglia di birra per favore». Poi aggiunse: «Gentilmente mi può dare la stessa bottiglia che hanno preso quei due ragazzi che mi stanno guardando il culo?» e si voltò di scatto verso Riccio e Lupo. I due non si mossero ma passarono lo sguardo malizioso dal fondo schiena al volto.

La ragazza agguantò la bottiglia dal bancone e andò a sedersi al tavolo con i due ragazzi.

«Ciao, io sono Pakhet» disse lei porgendo la mano. Continua a leggere “Pakhet”

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Una Settimana e un Sorriso

racconto presente nel libro LA BESTIA NON CORRE pubblicato nel 2013 da Vertigo Edizioni
(3° posto al concorso “Salvatore Quasimodo”; Attestato di Merito al concorso “Luce dell’Arte”; Segnalazione di Merito al concorso “LeggiadraMente”)

Featured Image -- 3451Un giorno come tanti per Riccio. Ritornò a casa molto stanco dal lavoro, si sdraiò sul letto e mise le mani dietro la testa poggiata sul cuscino. Fissava la parete bianca sguarnita sopra di lui e cominciò, come al solito, a pensare, scontrandosi con vortici di immagini che avrebbero rappresentato i probabili futuri che desiderava, quei futuri formati da possibili combinazioni, senza che mai si fosse presentata alcuna occasione per poterli trasformare in qualcosa di concreto. Si accontentava di pensare ai suoi progetti e ai suoi desideri, non riuscendo mai a farli diventare qualcosa di reale.

Riccio viveva da solo in appartamento e con il passare del tempo era diventato una persona noiosa e abitudinaria. Aveva fatto tante scelte importanti nella sua vita, ascoltando esclusivamente la sua impulsività ed evitando i compromessi presentati nel percorso della sua crescita. Aveva avuto una vita disordinata e molto movimentata ma, a causa della sua malattia, si era tranquillizzato così tanto e così pesantemente che, sporadicamente, pensava di non essere più in grado di reggerne il peso.

Riccio stava male perché aveva smesso di sperare, aveva smesso di credere e aveva smesso di sorridere. Per attenuare le sue tristi notti insonni ricominciò a fumare marijuana solo per assentarsi mentalmente prima di dormire, per vivere sogni che continuavano il cammino dei suoi pensieri che lo vedevano correre felice.

1. Una sera come tante si sporse in piedi dalla finestra della sua stanza, per fumarsi la solita mezza canna prima di andare a letto. Notò che dalla finestra di fronte, ma del piano superiore, si era alzata la tapparella e a seguire si era accesa una luce nella stanza. Lui fumava la sua canna e guardava incuriosito. Erano le 23:40 e non aveva mai visto quella luce accesa a quell’ora. A un tratto vide affacciarsi una persona. Capì che era una donna, ma non vedeva bene il volto, a causa dell’oscurità della notte e dalla distanza di circa dieci metri che li separava, vedeva solo lunghi capelli scuri ondulati. Vide la donna accendersi una sigaretta; lui nel frattempo era giunto a mezza canna, diede un’ultima boccata e la spense a metà nel posacenere, chiuse la finestra e si mise a letto assuefatto dal thc.

2. Il mattino seguente Riccio andò in ufficio, si sedette alla sua postazione e procedette con il suo semplice lavoro davanti al Pc. Come al solito prestava poca attenzione alle futili chiacchiere dei colleghi e continuava a lavorare, ligio al dovere. Al termine della giornata tornò a casa e seguì la solita sequenza di azioni che lo portarono davanti alla finestra, allo stesso orario della sera precedente, con lo scopo di terminare la mezza canna lasciata nel posacenere. Erano le ore 23:45 e la luce della finestra di fronte si accese. Si ripeté la stessa scena della sera prima, lui fumava mezza canna e la misteriosa persona di fronte, una sigaretta. Questa volta il tempo di condivisione dedicato a fumare aumentò di qualche minuto e ogni tanto uno dei due lanciava uno sguardo verso l’altro. Al termine della canna Riccio diede l’ultima boccata e spense la cicca nel posacenere. Questa volta Riccio non fece i soliti pensieri autolesionisti sulla vita, questa volta si addormentò con una nuova curiosità. Continua a leggere “Una Settimana e un Sorriso”

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Prova Costume

Sta arrivando una nuova estate e ancora una volta la prova costume non è andata a buon fine. Ahimè! Che amarezza!

macho

Avevo provato a mangiare meno, forse anche meglio. Avevo provato ad andare in palestra, mi sono iscritto e non sono mai andato, ma questo vale lo stesso. Volevo arrivare a questo momento presentandomi allo specchio con il fisico scolpito, addominali in mostra, pettorali fieri, bicipiti entusiasti e zigomi orgogliosi.

Cos’è andato storto questa volta? Dove ho sbagliato? Perché?

Non riesco a spiegarmelo, credevo di aver fatto tutto per il meglio.

Da gennaio ho iniziato a mangiare solo due uova a colazione, solo due cornetti alla crema, solo mezzo pacco di biscotti al cioccolato, solo mezza busta di latte da un litro e solo un panino con la nutella. Avevo smesso con le mie solite colazioni abbondanti. Avevo imparato a ridurre il cibo ingerito.

Forse sarà stata la pausa delle undici di mattina a lavoro a fottermi. Forse non dovevo abusare delle merendine presenti alle macchinette. Oppure non dovevo mangiare sempre due babà quando andavo al bar Campano. Forse il cappuccino al cioccolato non era dietetico, ma io come facevo a saperlo? Nessuno mi aveva avvertito. Sono sempre l’ultimo a sapere le cose.

Forse avrò sbagliato durante le pause pranzo, non lo so, ma avevo imparato a variare la mia alimentazione. Se andavo dall’Abruzzese avevo deciso di mangiare solo duecento grammi di pennette “cac’e ova” e solo dieci arrosticini di pecora. Provavo a non strafare. Anche quando andavo dal Giapponese, con il menù “all you can eat”, avevo imparato a non arrivare sull’orlo dell’esplosione ma solo sull’orlo dell’esagerazione, perchè ci tenevo alla linea.

Dai Napoletani prendevo solo la pizza salsiccia e friarielli con il bordo ripieno di ricotta di bufala. La pizza a pranzo non ha mai fatto male a nessuno, anzi, forse migliora il lavoro. Se andavo dai Pugliesi di Taranto prendevo sempre la solita puccia con gli uccelletti, ma avevo imparato a non aggiungere le patatine fritte. Oppure dai Foggiani prendevo duecentocinquanta grammi di orecchiette artigianali con le cime di rapa. Dai Lucani invece prendevo pappardelle al ragù di cinghiale e solo una decina di Gnummareddi alla griglia, comunque solo fino a saziarmi, non fino a scoppiare. Mentre dai Calabresi era sempre un problema. Ogni volta che andavo da loro la madre del titolare aveva preparato il pane, a volte lo preparava la sorella, a volte la nonna e a volte pure la cugina. Come facevo a resistere, poi non mi sembrava educato rifiutare. Quando dicevo loro “poca ‘Nduja” facevano il contrario; quando dicevo “poca Soppressata” non riuscivo a terminare; quando provavo a non esagerare con il Capocollo, veniva il proprietario a mangiare insieme a me e aggiungeva un Caciocavallo da spartire.

Ma non ho avuto problemi solo con le cucine meridionali.

Se decidevo di mangiare Bolognese avevo deciso che i tortellini artigianali li avrei presi solo in brodo di cappone e non pasticciati con ragù, panna, noce di burro e parmigiano. Avevo imparato a resistere alla cotoletta alla bolognese, cioè, ho provato a resistere solo due, tre, forse quattro volte.

Ma come si fa a resistere a quattrocento grammi di carne di vitello, ricoperta di burro, pan grattato e prosciutto crudo? Sarà stato quello il problema?

Forse è stato quando a cena andavo dai miei genitori Siciliani. Mia madre preparava sempre tante cose. Forse esageravo con gli spaghetti con le sarde, finocchietto e mollica tostata. Ne prendevo solo duecento grammi, ripeto, solo duecento. Il problema era quando mia madre preparava le arancine al ragù o al prosciutto e mozzarella. Ho provato a mangiare solo due arancine quando le preparava, ripeto, solo due. Cazzate, ne mangiavo almeno quattro.

Minchia! A pensare alle arancine mi è venuta fame. Vaffanculo alla prova costume, ritorno a mangiare il cazzo mi pare. Non pubblicherò sul web neanche immagini Photoshoppate, che cazzo me ne frega.

Buona estate! Ci vediamo a Natale!

 

pubblicazione su mEEtale

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Sotto i Portici

3082595Sono nato in Sicilia e all’inizio non sapevo niente della città di Bologna, ma con il tempo questa città ha cominciato ad avvicinarsi lentamente alla mia vita. Quando ero bambino l’unico mezzo di comunicazione a cui avevo accesso era la televisione. I miei genitori mi piazzavano sul divano a guardare i cartoni animati, le cui sigle iniziali erano sempre cantate da Cristina D’Avena, nata a Bologna nel 1964. La sera andavo a letto presto e la televisione la guardavano i miei genitori. Ricordo che guardavano una donna che ballava e cantava: quella donna era Raffaella Carrà, nata a Bologna nel 1943.

Quando cominciai ad andare alla scuola elementare, il posto che mi fu assegnato fu quello accanto a Gianni, un ragazzino dai grandi occhi castani molto simpatico e con lui legai subito, infatti dopo breve tempo diventò il mio migliore amico. Gianni giocava a basket e questa cosa mi attirò molto. Convinsi così i miei genitori ad iscrivermi per praticare anch’io questo sport. Tutte le mattine andavo a scuola e tre pomeriggi a settimana andavo a giocare a pallacanestro insieme al mio amico Gianni. Sognavamo entrambi di diventare un giorno grandi giocatori di basket e le squadre più forti in Italia erano la Virtus Bologna e la Fortitudo Bologna.

Io crescevo e cominciai ad ascoltare la musica che proponeva la radio e questa cosa la facevo sempre insieme al mio amico Gianni. Ascoltavamo le canzoni di Lucio Dalla, nato a Bologna nel 1943 e ascoltavamo Luca Carboni, nato a Bologna nel 1962. I miei genitori, ovviamente, facevano sempre qualcosa di diverso da me e ascoltavano i Pooh, un gruppo che nasceva a Bologna nel 1962, con Dodi Battaglia che vi nasceva nel 1951.

Al termine della scuole medie iniziò una fase cruciale della mia prima adolescenza perché dovevo iscrivermi alle superiori, ma la cosa che mi turbò più di tutte fu che il mio amico Gianni fu costretto ad andare via dalla Sicilia. Suo padre aveva perso il lavoro e si dovettero trasferire per trovarne uno nuovo, in quegli anni si diceva che a Bologna fosse più facile trovare lavoro, era una città assetata di rinascita a seguito della strage di Bologna nel 1980. Gianni era andato via e io nel frattempo crescevo. Cominciai ad avere nuovi amici e tra questi c’era uno che suonava la chitarra che mi fece ascoltare per la prima volta Francesco Guccini. Quello che ricordo è che nella canzone “La locomotiva” lui diceva: “Alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno…un pazzo si è lanciato contro un treno”. Adesso io conoscevo bene il nome di quella città, ma sentirla nominare in una canzone mi faceva un certo effetto. Cominciai ad ascoltare altre canzoni di Guccini che diceva di essere un “modenese volgare” ma affermava in un’altra canzone: “Bologna capace d’amore, capace di morte”. Continua a leggere “Sotto i Portici”