Pubblicato in: Articoli, Validi

Biotestamento: i notai spiegano come fare le Disposizioni Anticipate di Trattamento

biotestamento-datLe risposte ai dubbi più diffusi in materia di DAT in un vademecum a domande-risposte, che vuole sanare i dubbi più comuni sulle novità introdotte dalla nuova legge

Come avevamo avuto modo di riportarvi, lo scorso 14 dicembre è stata approvata in Italia la prima Legge sul Testamento  Biologico pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.12 del 16 gennaio 2018 ed entrata in vigore il 31 gennaio scorso.

Tra le novità principali introdotte dalla normativa, la possibilità per chi è maggiorenne di stabilire delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), ovvero delle indicazioni sui trattamenti sanitari che si vogliono ricevere o meno nel caso in cui ci si trovasse in condizioni di incapacità di decidere per la propria vita.
Per facilitare la conoscenza di tutte le possibilità e la stesura delle DAT a chi fosse interessato a scriverle, il Consiglio Nazionale del Notariato ha pubblicato nel suo sito ufficiale un vademecum in cui sono sintetizzati i dubbi più diffusi e le novità in questo campo introdotte dalla nuova legge. Il vademecum è strutturato con una serie di FAQ con le relative risposte,  in modo da renderne più facile l’utilizzo e la consultazione.

LE FAQ DEL VADEMECUM – Riportiamo qui sotto il vademecum per intero:

Che cosa sono le DAT?
Sono delle disposizioni/indicazioni che la persona, in previsione della eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può esprimere in merito alla accettazione o rifiuto di determinati:
· Accertamenti diagnostici
· Scelte terapeutiche (in generale)
· Singoli trattamenti sanitari (in particolare) Continua a leggere “Biotestamento: i notai spiegano come fare le Disposizioni Anticipate di Trattamento”

Annunci
Pubblicato in: Libri, Validi

Un volo di farfalla. Come la fede mi ha ridato il sorriso

31ygs2bprd-l-_bo1204203200_Un volo di farfalla. Come la fede mi ha ridato il sorriso è un libro di Rita Coruzzi pubblicato da Piemme nel 2010.

In seguito alla nascita prematura, Rita si trova ad avere gravi problemi alle gambe, unitamente a una fragilità diffusa in tutte le membra. La mamma non si arrende, la piccola nemmeno, ed è l’inizio di un calvario fatto di una serie interminabile di esercizi fisici e sedute di fisioterapia. Fino all’intervento chirurgico, all’età di dieci anni, che pare prometterle di risolvere per sempre il problema di mobilità. E invece. Invece l’operazione non va come sperato e Rita si trova costretta su una sedia a rotelle. Crollate tutte le illusioni di quella vita “normale” che neppure aveva avuto nei primi anni dell’infanzia, Rita cade nella disperazione, finché un giorno ficca gli occhi in quelli di sua mamma e le chiede: “Perché Dio mi ha abbandonata?”. “Dio non ti ha abbandonato, se ti è accaduto questo significa che Lui ha progetti per te sulla carrozzina, gli servi così.” Questa risposta è stata la sua salvezza, l’inizio di un cammino che ha portato Rita a ritrovare la fede e, soprattutto, a ritrovare la vita, scoprendo in sé una insospettata forza interiore che l’ha aiutata a librarsi in volo, vivendo ogni giorno in modo assoluto e profondo, come se fosse l’ultimo, liberandosi da ogni ansia di guarigione e scoprendo finalmente il suo posto nel mondo.

 

Un volo di farfalla. Come la fede mi ha ridato il sorriso – libro su Amazon

Pubblicato in: Articoli, Validi

Leucemia. Primo bambino italiano curato con cellule “riprogrammate” contro il tumore

cellule-terapia-leucemiaGrazie all’infusione dei linfociti T modificati il bambino, di quattro anno, oggi sta bene ed è stato dimesso

E’ possibile far sì che il sistema immunitario divenga in grado, da solo, di riconoscere e attaccare il tumore che le sta colpendo, manipolandolo geneticamente? A quanto pare sì: È quello che hanno fatto i medici e i ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma con un bambino di 4 anni, affetto da leucemia linfoblastica acuta, per il quale le terapie convenzionali non erano sufficienti.
Si tratta del primo paziente italiano curato con questo approccio rivoluzionario all’interno di uno studio accademico, promosso dal Ministero della Salute, Regione Lazio e AIRC. Ad un mese dall’infusione delle cellule riprogrammate nei laboratori del Bambino Gesù, il piccolo paziente sta bene ed è stato dimesso: nel midollo non sono più presenti cellule leucemiche.

Infografica manipolazione dei linfociti T

I LINFOCITI T MODIFICATI –  Alla base di questo risultato, una tecnica di manipolazione delle cellule del sistema immunitario del paziente che rientra nell’ambito della cosiddetta terapia genica o immunoterapia, una delle strategie più innovative e promettenti nella ricerca contro il cancro. I medici e i ricercatori del Bambino Gesù hanno prelevato i linfociti T del paziente – le cellule fondamentali della risposta immunitaria – e li hanno modificati geneticamente attraverso un recettore chimerico sintetizzato in laboratorio. Questo recettore, chiamato CAR (Chimeric Antigenic Receptor), potenzia i linfociti e li rende in grado – una volta reinfusi nel paziente – di riconoscere e attaccare le cellule tumorali presenti nel sangue e nel midollo, fino ad eliminarle completamente.
Continua a leggere “Leucemia. Primo bambino italiano curato con cellule “riprogrammate” contro il tumore”

Pubblicato in: Articoli, Validi

Davide Cantoni

Articolo di Gloria Giavaldi

Lo scoppio di un petardo e la mia nuova vita da cieco, fra calcio e impegnodavide-cantoni

«Amo vivere, anche a luci spente». Poi sorride, Davide Cantoni, 31enne cremasco, cieco dall’età di 13 anni in seguito allo scoppio di un petardo. Nonostante la sua vita sia cambiata totalmente, Davide non si è mai arreso, ha conseguito il diploma ed è attualmente impiegato. «Ho realizzato i miei sogni, anche grazie al buio».

Lo scoppio di un petardo e poi il buio. Quali sono i tuoi ultimi ricordi prima dell’incidente e come hai vissuto gli istanti immediatamente successivi?
«Sono diventato cieco il 1 gennaio 2000. Quel giorno ero uscito di casa, come di consueto, per incontrare gli amici, quando alcuni residui di petardi fatti scoppiare la sera prima in occasione dei festeggiamenti catturarono la mia attenzione. Ne vidi uno più grosso degli altri ed evidentemente inesploso, con una miccia fatta con un foglio di giornale, bruciacchiata sulla punta. Provai ad accenderlo, senza risultato. Lo portai nei pressi di casa mia e ritentai. Niente. Dispiaciuto, decisi di abbandonarlo, dirigendomi verso l’oratorio con un amico. Poi, consapevole del fatto che potesse rappresentare un pericolo per gli altri, tornai verso casa per allontanarlo dalla strada con un calcio. In quell’istante esplose. Persi i sensi. Venni ricoverato per trentacinque giorni in ospedale a Brescia e sottoposto a diverse operazioni. Mi sono aggrappato alla vita con tutta la forza che avevo, fortunatamente ho perso solo la vista».

Com’è cambiata la tua vita?
«La mia vita è cambiata totalmente. All’età di 13 anni volevo divertirmi, non certo dedicarmi nottetempo alla scuola e allo studio. Ci vedevo bene, potevo copiare alla grande. Dopo l’incidente ero consapevole di dover investire sulla cultura per avere una buona posizione lavorativa ed un’approvazione maggiore. Conseguita la licenza media, mi iscrissi alle scuole superiori. Lì cominciai a relazionarmi con il mio handicap, ad acquisire autonomia e a farmi conoscere dagli altri per quel che ero, nonostante la disabilità. Per i miei amici, non era cambiato nulla, questa esperienza ci ha fortificati. Solo crescendo, mi sono scontrato con i pregiudizi degli sconosciuti ed ho iniziato a capire che il mondo non mi sarebbe stato sempre amico. Nonostante ciò, non mi piace allontanare una persona semplicemente perché ignora la realtà in cui vivo. Preferisco escluderla dalla mia vita quando, avendo compreso ciò che sono, non mi accetta perché non riesce a superare le barriere mentali che la rinchiudono nel suo mondo di perfetta imperfezione».  
Continua a leggere “Davide Cantoni”

Pubblicato in: Libri, Validi

Vedere voci

51e1swggabl-_sx317_bo1204203200_Vedere voci. Un viaggio nel mondo dei sordi è un libro di Oliver Sacks pubblicato da Adelphi  nel 1990.

In questo libro Oliver Sacks abbandona il terreno dei disturbi neurologici per indagare un altro mondo, che generalmente viene ignorato: il mondo dei sordi. Qui, come in altri casi di menomazione, Sacks riesce a scoprire che il meno può anche nascondere un più: per esempio, una capacità acutissima di sviluppare l’esperienza visiva – base, questa, su cui si è formato un affascinante linguaggio visivo, i «Segni», che permette ai sordi di costituire comunità. Ancora una volta, è l’enorme dono di empatia, in Sacks, a guidare l’indagine, che toccherà alcuni problemi fondamentali del rapporto fra parola, immagine e cervello, ma anche renderà conto di esperienze dirette dell’autore, sino alla sua partecipazione alla rivolta nell’unica università per sordi al mondo, la Gallaudet University, nel marzo 1988. Per questa nuova edizione italiana, Sacks ha scritto una prefazione nella quale delinea la storia dei sordi in Italia, e racconta della sua visita, nel novembre 1990, alla comunità dei sordi e alla scuola di via Nomentana a Roma.

 

Vedere voci. Un viaggio nel mondo dei sordi – Amazon

Vedere voci. Un viaggio nel mondo dei sordi – Adelphi

Pubblicato in: Libri, Validi

Tempo di imparare

41garhtttbl-_sx324_bo1204203200_Tempo di imparare è un libro di Valeria Parrella pubblicato da Einaudi nel 2014.

Fare il nodo ai lacci delle scarpe, colorare dentro i contorni, lavare bene i denti (anche quelli in fondo), salire scale sempre nuove senza stringere per forza il corrimano. E poi: avere lo sguardo lungo, separare l’ansia dal pericolo vero, vincere, perdere, aspettare, agire, confidarsi, farsi valere, rassegnarsi. A dover imparare tutto ciò, in questo romanzo colmo d’energia e dal potere medicamentoso, sono una donna e il suo bambino. Lei ha l’esperienza, mentre lui per capire mira all’essenziale; lei ha occhi pronti a cogliere ogni spigolo, mentre lui da dietro gli occhiali le insegna a leggere il mondo a due dimensioni. Davanti a loro si stagliano tutti gli ostacoli possibili, e per fronteggiarli hanno a disposizione molta paura e altrettante armi. La paura è quella di non farcela, e le armi a ben guardare sono le stesse della letteratura: nominare le cose, percorrerle, trasfigurarle, lasciarle andare. Tenendosi per mano – ma chi reggendo chi è difficile dirlo si muovono tra fisioterapisti e burocrati, insegnanti e compagni di classe, barcollando o danzando, ma sempre stringendo nel pugno una parola difficile che comincia per “H”, e che sembra impossibile far germogliare. Perché se hai tatuato addosso il numero 104 – quello della legge sulla disabilità – e vivi in un mondo “che non ha proprio la forma della promessa”, mettere un passo dopo l’altro diventa ogni giorno più difficile. Ma c’è chi prima di loro e insieme a loro ha solcato lo stesso mare impetuoso…

«E io mi preparo.
La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda.
Fucile e quaderno a quadretti grandi.Marca da bollo e penna con
l’impugnatura facilitata.
Vestito buono e cuore cattivo.
Mi preparo – ma accettare, quello ancora non riesco»

 

Tempo di imparare – Amazon

Pubblicato in: Articoli, Validi

No, la depressione non è tristezza. E non si combatte “dandosi una mossa”

worried-girl-by-pixabay-ryanmcguire

Una “perturbazione dolorosa, più forte di ogni istanza moderatrice del volere”: così Carlo Emilio Gadda ne La cognizione del dolore descrive lo stato depressivo. Una rappresentazione che prenderemo per buona, perché una definizione soddisfacente di “depressione” ancora non esiste, e l’arte, in casi come questo, può venirci in aiuto, considerato che metà del suo scopo è proprio dare corpo agli stati d’animo più emblematici.

«Un errore che si fa spesso in buona fede con le persone affette da depressione è sollecitarli a reagire», spiega la psichiatra Cristina Toni, durante la conferenza La depressione: in cerca di una definizione (tra tristezza e malinconia). «Nella depressione c’è una fissità dello stato di dolore che non è influenzabile dalla volontà. Ciò che viene a mancare è proprio la volontà».

In buona sostanza chi – più o meno bonariamente – incita una persona depressa a darsi da fare («perché io ho avuto lo stesso problema e mi sono rimboccato le maniche» e via dicendo…) semplicemente non considera un fatto: la depressione non è la tristezza e il suo contrario non è la felicità, ma la vitalità. Lo spiegava già bene Gadda: “Più forte di ogni istanza moderatrice del volere”.

Distinguere depressione e tristezza – e ancora: malinconia, blues, spleen, lutto – è di fondamentale importanza secondo la dottoressa Toni. Perché la tristezza è uno stato d’animo connaturato nell’individuo, un’emozione fisiologica con una funzione adattativa importantissima, motivazionale e di analisi. La depressione invece è totalizzante e si traduce in un generale rallentamento, sia fisico che cognitivo ed emotivo. Tanto che, in alcuni casi, non si è più nemmeno in grado di fare le cose banali, dall’andare al lavoro a farsi la doccia.

Semplicemente, tutto diventa incredibilmente impegnativo. Alzarsi dal letto e lavarsi i denti è paragonabile a un’escursione in montagna, tutta in salita e sotto il sole (e senza borraccia d’acqua o barretta di cioccolato per darsi energia). Ogni azione si scompone nel cervello in tante micro azioni, tutte con un proprio peso specifico, tutte dispendiose di energia. E, soprattutto, tutte senza senso.

In una società attiva e molto prestazionale come la nostra, una persona che soffre di depressione è ancora soggetta a uno stigma fortissimo. A parte qualche emo superstite e certe ragazzine che su Instagram postano selfie dolenti accompagnati dalla posologia dei propri farmaci, le persone non amano pubblicizzare questa condizione, perché pensano che allontani le persone e che peggiori la propria immagine pubblica.

E hanno ragione. Lo confermano due studi condotti dal professor Guy A. Boysen della McKendree University (in uno, ad esempio, i partecipanti dovevano indovinare la bellezza fisica di alcune persone a partire da indicazioni caratteriali), che provano in buona sostanza che nella percezione comune le persone con disturbi mentali – come depressione e schizofrenia – hanno meno probabilità di avere successo nelle relazioni.

La depressione non è la tristezza e il suo contrario non è la felicità, ma la vitalità

Provoca vergogna, dunque. Eppure è incredibilmente diffusa. “Ora so che la depressione è il segreto di famiglia di ognuno di noi” ha detto lo scrittore Andrew Solomon durante un brillante Ted Talk sull’argomento.

Se le nostre case fossero, come nei film americani, tutte dotate di seminterrato, è lì che probabilmente si troverebbe: nella tana dell’uomo-topo di Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.

Per Solomon la depressione può essere evocata solo da metafore(l’abisso, il bordo, l’oscurità). O, per Dickens, il tarlo che erode lentamente. Continua a leggere “No, la depressione non è tristezza. E non si combatte “dandosi una mossa””

Pubblicato in: Articoli, Validi

Ridete! Fa bene alla salute, aiuta a bruciare calorie e ad essere più efficienti sul lavoro

articolo di Valentina Arcovio
È scientificamente dimostrato: migliora la circolazione del sangue, previene le malattie cardiovascolari, tiene il cervello allenato, contrasta ansia e depressione e contribuisce alla salute del sistema immunitario
C’è un modo semplice ed economico per vivere di più e meglio: ridere. E’ infatti scientificamente dimostrato che ridere è una sorta di elisir che allunga e migliora la nostra vita. E non c’è giorno migliore di questo, che è la Giornata mondiale della risata, per imparare o riprendere a farlo. Proprio come se fosse una medicina o almeno così la considerano esperti e scienziati provenienti da ogni parte del mond o, il cui parere è stato analizzato da uno studio condotto da Espresso Communication su oltre 70 testate internazionali.
RIDERE ALLENA IL CERVELLO E PREVIENE LE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

La Giornata mondiale della risata è nata nel 1998 come manifestazione a favore della pacesu iniziativa del medico indiano Madan Kataria, fondatore dello «Yoga della Risata».

Oggi però ha assunto un valore diverso e cioè ricordare che ridere fa davvero bene al fisico e alla mente. Sono molteplici infatti i benefici di una risata: migliora la circolazione del sangue, aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari, tiene il cervello allenato, contrasta ansia e depressione e contribuisce alla salute del sistema immunitario. Ma soprattutto, migliora il rapporto con gli altri e con se stessi, influenzando positivamente le relazioni a livello privato e, soprattutto, lavorativo. Basti pensare che gli studiosi della St. Edwards University di Austin, in Texas, conducendo uno studio su 2500 impiegati, hanno scoperto che l’81% si dichiara maggiormente produttivo se inserito in un contesto lavorativo dove regna il buonumore.

Uno studio della Mayo Foundation for Medical Education and Research, riportato da Huffington Post, ha rivelato che ridere riduce drasticamente gli ormoni dello stress: il cortisolo del 39%, l’epinefrina del 70% e la dopamina del 38%. Allo stesso modo un’indagine della Loma Linda University, in California, riportata da Nature, ha evidenziato come, alla vista di un video comico, le beta-endorfine, che alleviano la depressione, aumentino del 27%.

I BENEFICI DI UNA RISATA INTUITI DA PERSONAGGI DEL PASSATO E POI DIMOSTRATI SCIENTIFICAMENTE

Il primo a comprendere l’importanza della risata e il suo potere di influenza sul benessere delle persone fu Ippocrate, che nei suoi trattati affermò che «Da un sorriso nasce sempre un altro sorriso».

Addirittura Susumo Tonegawa, Premio Nobel per la Medicina nel 1987, affermò «Chi è triste e depresso non riesce a tener lontane le malattie».

Non solo scienziati, ma anche attori e comici compresero già negli scorsi decenni la forza della risata: Audrey Hepburn, in una famosa intervista rivelò “Amo le persone che mi fanno ridere. Ridere cura una moltitudine di malattie, ed è la cosa più importante in una persona”. Continua a leggere “Ridete! Fa bene alla salute, aiuta a bruciare calorie e ad essere più efficienti sul lavoro”

Pubblicato in: Articoli, Validi

Giornata delle persone con disabilità 2017. “Sosteniamo la piena inclusione. No a barriere sociali e architettoniche”

Articolo di Renato La Cara su IlFattoQuotidiano.it

Giornata delle persone con disabilità 2017. “Sosteniamo la piena inclusione. No a barriere sociali e architettoniche”

Dalla scuola alle barriere architettoniche e sociali: dal 1981 il 3 dicembre è diventato un giorno per promuovere la conoscenza della disabilità. Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico: “Anche lo sport è uno strumento per affermare il diritto alla felicità”

La Giornata internazionale delle persone con disabilità nasce per dare voce a chi voce, spesso, non ce l’ha. E quest’anno ha come tema La trasformazione verso una società sostenibile e resiliente per tutti. “Dal 1981 ogni 3 dicembre – spiega Fabio Pirastu, presidente di Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità) e Uildm (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) Pavia – le organizzazioni dei disabili promuovono la conoscenza sui temi della disabilità, per sostenere la piena inclusione dei disabili sia fisici che psichici in ogni ambito della vita e per allontanare ogni forma di discriminazione e violenza”. Tanti i diritti calpestati, come quello il diritto allo studio. “Anche quest’anno la scuola italiana per gli oltre 240mila alunni disabili è cominciata con le carenze di organico e con il vuoto formativo degli insegnanti. Nonostante le ripetute richieste delle associazioni di fornire una formazione adeguata e obbligatoria agli insegnanti curriculari, da parte del Miur non c’è stato ascolto”, denuncia Antonio Nocchetti, presidente dell’associazione Tutti a scuola e blogger de ilfattoquotidiano.it. La situazione, soprattutto al centro-sud, è gravissima. Di fronte a un “bisogno crescente” e a “una situazione emergenziale”, ci sono almeno 400 docenti di sostegno specializzati e vincitori di concorso lasciati a casa.

“Lo sport come diritto alla felicità. Ma in Italia non è così’”– Grazie ai trionfi alle Paralimpiadi di Rio 2016 di campioni come Alex ZanardiFederico Morlacchi e Bebe Vio, qualcosa si sta muovendo nella percezione dell’opinione pubblica sulle “reali capacità delle persone disabili di fare sport ad altissimi livelli. Lo sport è integrazione, socialità, benessere fisico e spirituale”, spiega Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico. “Per una persona con disabilità è qualcosa di più: è lo strumento per affermare il diritto alla felicità, alle pari opportunità, a una vita migliore. E’ un diritto fondamentale, non ancora pienamente riconosciuto in Italia”.

La mission del movimento paralimpico è proprio la massima diffusione dello sport per le persone con disabilità. “Ma c’è ancora molto da fare da questo punto di vista. Le grandi vittorie dei nostri campioni paralimpici hanno innescato un meccanismo virtuoso basato sull’imitazione e la partecipazione. Ma serve – aggiunge Pancalli – ancora maggiore informazione da parte dei media e programmi più mirati all’interno dei presidi sanitari e delle scuole dove va avviato uno specifico programma di formazione degli insegnanti. Troppo spesso l’unica opzione per le persone disabili nelle scuole è l’esonero dall’attività sportiva. Nonostante i tanti spazi di visibilità conquistati dai nostri straordinari atleti, le nostre città continuano ad essere inaccessibili. Qualche passo in avanti è stato fatto – sostiene il presidente del CIP -, come il finanziamento condiviso e sostenuto dal Ministro per lo Sport per l’acquisto di protesi sportive per persone con disabilità meno abbienti. Ma è ancora lunga la strada per cambiare la cultura del nostro Paese su questi temi”.

“Eliminare barriere sociali e fisiche” – I genitori delle persone con disabilità sono in prima linea nella lotta alle discriminazioniGiovanni Barin è padre di una ragazza con sordità e vice-presidente dell’associazione Genitori Tosti che fa parte del CLEBA (Comitato lodigiano per l’abbattimento delle barriere architettoniche), ente che rappresenta organizzazioni e professionisti e che, da oltre dieci anni, è operativo nella battaglia per l’eliminazione delle barriere tra i cosiddetti normodotati e i disabili. “Oggi sono alla Gran Guardia di Verona per raccontare – dice Barin – l’esperienza che il CLEBA sta conducendo a Lodi per sensibilizzare sui temi della disabilità e delle barriere. Che sono culturali, sociali, comunicative, sensoriali e, infine, architettoniche”. Barin spiega che “l’attività che svolgiamo è rivolta soprattutto ai giovani, con un percorso di alternanza scuola-lavoro con la collaborazione dell’Istituto Tecnico per Geometri Bassi, a Lodi. Eravamo certi che offrire una prospettiva innovativanella quale noi, gli studenti e la scuola lavoriamo sullo stesso piano, avrebbe reso più coeso il gruppo, che sta lavorando con responsabilità e passione. A dimostrazione che, quando ben diretta, la scuola può trovare gli spunti per raccogliere qualsiasi sfida e vincerla, anche quella dell’inclusione. Vedere l’impegno e la sensibilità dei ragazzi ci dà una motivazione eccezionale”.

“Devono essere garantiti i progetti di vita indipendente” – “Dobbiamo poter scegliere quale tipo di vita intraprendere. Il percorso di molti ragazzi con disabilità – spiega Fabio Pirastu, ragazzo disabile e presidente dell’Uildm Pavia – spesso inciampa in una iper protezione da parte di genitori o sociale. L’articolo 19 della convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità ci ricorda però che la libertà di ognuno è un fattore intrinseco della persona”. Fabio ha trovato in un paese in provincia di Pavia la possibilità di sperimentare l’autonomia anche nelle piccole cose. “L’appoggio ai servizi è sempre stato richiesto il minimo possibile proprio per costruire un’indipendenza reale. Chiunque voglia affrontare un percorso di indipendenza, prima di tutto, si deve staccare dalla famiglia. Superato questo primo ostacolo c’è quello del lavoro“. Per Piratsu “resta quindi fondamentale un’educazione precoce alla vita indipendente che vada a formare i diretti interessati e le loro famiglie”.

 

Articolo su IlFattoQuotidiano.it