Pubblicato in: Articoli, Racconti, Validi

Da seduta: la prospettiva di una vita che cambia con una disabilità

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La disabilità raccontata attraverso le emozioni che suscita il cambiamento del proprio corpo è la protagonista di questo racconto della scrittrice Simona Merlo
Una disabilità che sopraggiunge è anche un’immagine di sé che non risponde più a se stessa. E’ cambiare corpo, è non riconoscersi. E tuttavia anche cambiare, modificarsi, seguire la nuova rotta.
Ne trasmette le sensazioni la scrittrice Simona Merlo nel suo racconto “Da seduta“, dedicato ed ispirato all’amica e collega Elena Casi. Potete leggere il racconto, premiato al concorso letterario nazionale “Albiatum“, qui di seguito. Ringraziamo l’autrice che ci ha dato l’autorizzazione alla pubblicazione.

Guardo il mio cane. È così strano capire chi sono adesso per lui. Non corre più con me, non passeggia, non mi chiede di uscire. Mi guarda con quell’espressione più che umana, con le orecchie un po’ piegate e la testa inclinata da una parte e aspetta, forse, che i miei gesti ritornino come prima. Lo spera in verità. Ma lui è un Jack Russel pensatore e sono certa che dentro i suoi lunghi silenzi cerchi un modo per tornare indietro nel tempo, per fermare quell’attimo di felice normalità in cui ero io la sua padrona. Ero io a gestire lo spazio intorno a noi, senza barriere, ruote, estranei, bastoni, medici, cuscini, farmaci. Senza limiti.

Guardo il mio cane. Da seduta. Ingombrante e straziata dai dolori, lo accarezzo per calmarmi. Il suo battito accompagna la mia lotta quotidiana nella conquista dei metri quadrati. Qualche volta mi spingo fino allo specchio e fisso i dettagli di un corpo che non riconosco: cosa sono queste linee che delimitano i miei fianchi? Chi le ha disegnate così lente? Le mie spalle da tennista costrette dentro spasmi incontrollabili. Le braccia forti e sicure ieri, oggi tremano come un piccolo giunco investito dal vento. A volte, non sempre. A quale invisibile richiamo rispondono i miei muscoli? Ingestibili se non per poco, se non in acqua. Lontani da quello che la mia mente ordina, hanno proclamato un imprevedibile colpo di stato. Una guerra che forse un gene o un virus o elementi traumatici o tutti insieme hanno iniziato contro di me, contro un mero contenitore di carne e sangue che li tiene stretti stretti senza riuscire a mandarli via. Senza riuscire a cacciarne nemmeno uno.

Un sistema immunitario andato a puttane, dicono. Un intero sistema-vita ridotto in frantumi: sintetizzo. Quello che mi stavo costruendo a fatica da venti anni, pezzo dopo pezzo, senza chiedere niente, nel silenzio delle mie scelte.Quello che oggi vorrei indietro, che i pazzi disprezzano, da cui i deboli scappano.
Una vita fatta di errori ma di libertà, di moto da guidare, di posti da vedere; fatta dell’odore dell’erba dopo la pioggia estiva. Di maratone di film senza mal di testa, pause o colliri. Una vita senza nessun obbligo organizzativo, senza la paura che, se sola, potrei morire della mia stessa paura.

Guardo il mio cane. La rabbia monta. Mi assale d’improvviso disgregando ogni briciola di energia raccolta a fatica nonostante il sonno forzato e i pensieri negativi. Mi aggredisce in un moto necessario di violenza. Basta poco: un motorino che per cinque minuti ruba il diritto di un posto agevolato; la cattiveria di uno sconosciuto per il quale sei un lento impiccio da superare; gli amici che ti evitano e quelli che ti parlano come se fossi scema non seduta. Non sei più donna né una professionista. La grande novità del tuo status acquisito è che non sei più tu. Sei un’altra che si guarda dall’alto. Sei sospesa tra sentimenti inattesi da cui è inutile fuggire.

Nel silenzio notturno ascolto il barbagianni, accendo la tv, bevo la mia magica pozione antidolorifica. Riesco a fare qualche passo appoggiandomi al bastone. Forse in un futuro non troppo lontano troveranno una cura. Forse mi alzerò di nuovo e camminerò come prima, fluida, seguendo la corrente fatta di persone che attraversano la strada o in fila ad una fiera. Forse domani sarà diverso ancora una volta: perderò peso, andrò in palestra, farò l’amore senza sentirmi di meno. Di meno della persona che accarezzo, della sua bellezza. Il mio di più non saranno ruote estraibili con un click o scivoli di accesso.

Tuttavia finché il domani dei desideri non diventerà il mio oggi devo provare a sorridere. Sbircio cosa fa il mio cane accigliato e decido: lo porto fuori da sola. Ho comprato online un nuovo straordinario guinzaglio; ho cambiato casa per non avere le scale; ho cambiato città per avere più vicino chi amo; ho trovato un nuovo modo di lavorare; ho la forza per accettare e non darla vinta a questa nuova dimensione. E se mi guardo e non mi riconosco, e se urlo quando vorrei piangere, e se ascolto la musica quando vorrei mixarla in discoteca, e se tutto questo mi spinge dentro gli abissi dell’angoscia, io guardo il mio cane. Da seduta. In fondo è anche una questione di prospettiva.

Questo racconto fa parte dell’antologia pubblicata a seguito del premio “Albiatum”. Per conoscere altri lavori di Simona Merlo: www.facebook.com/MerloScrittrice/

 

Articolo su Disabili.com

Pubblicato in: Poesie

Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare

Ho visto gatti farsi selfie e pubblicarli su Instagram
Ho visto bambini scocciati di essere sempre fotografati
Ho visto ragazze spogliarsi per fare una foto e vestirsi per fare una doccia
Ho visto persone fotografare un piatto di pasta caldo e mangiare un piatto di pasta freddo

Ho visto gente attraversare la strada senza guardare a destra e sinistra
Ho visto gente fare di tutta l’erba un fascio
Ho visto persone che promettono di chiamarti e poi non chiamano mai
Ho visto un bacio mandato con la mano che poi è arrivato veramente

Ho visto gente pensare che l’omosessualità sia una moda
Ho visto genitori rinnegare l’omosessualità del figlio perché potrebbe scaturire ilarità nella gente
Ho visto genitori che non conoscono il significato del verbo scaturire e neanche della parola ilarità
Ho visto persone pensare a quello che pensano gli altri e non a quello che penso io di loro

Ho visto genitori ordinare ai figli piccoli di non dire bugie
Ho visto gli stessi genitori ordinare ai figli adulti di non dire la verità
Ho visto donne che ambiscono solo a sposarsi e fare figli
Ho visto donne avvocati divorzisti sostenere la legge sull’aborto

Ho visto persone pentirsi di aver fatto l’amore
Ho visto donne giurare amore eterno al marito e gridarlo forte all’amante
Ho visto mariti trascurare le proprie mogli
Ho visto donne che non hanno mai avuto un vero orgasmo

Ho visto persone stare male perché non vogliono stare sole
Ho visto persone stare male perché desiderano solo stare sole
Ho visto ragazze sposarsi con un ascensore solo perché era libero
Ho visto ragazze riparare ascensori

Ho visto automobili rigate perché parcheggiate troppo a lungo nello stesso posto
Ho visto persone avvelenare un cane perché non erano in grado di avvelenare se stessi
Ho visto persone assetate di denaro che aspettano la morte dei propri genitori
Ho visto gente che per un euro in tasca perde mille euro di dignità

Ho visto volti così belli che non riesco a togliermeli dalla testa
Ho visto pensieri che provano a nascondersi
Ho visto la verità guardandoti negli occhi
Ho visto sapori che non riesco a dimenticare

Ho visto occhi che mostrano paure e perplessità
Ho visto mani che non sanno fare carezze
Ho visto mani che non vogliono manette
Ho visto uomini che mi fanno vergognare di esserlo anch’io

Ho visto sguardi che non meritano nessuna parola
Ho visto lacrime che vogliono tornare indietro
Ho visto l’alcool giustificarsi
Ho visto l’alcool umiliato

Ho visto donne che hanno le palle che un uomo non ha ancora trovato
Ho visto un abbraccio leggero come una carezza
Ho visto il piacere che provo quando varchi la porta
Ho visto gente rubare baci

Ho visto orgasmi che dicono la verità
Ho visto lingue che non ne hanno mai abbastanza
Ho visto occhi che non si nascondono
Ho visto baci che significano addii

Ho visto persone credere in un Dio e non nella fratellanza tra i popoli
Ho visto proteste utili solo a protestare
Ho visto gente che vota persone senza conoscerne il partito
Ho visto gente giudicare gli altri e mai se stessi

Ho visto sorrisi spegnersi
Ho visto occhi ricordare
Ho visto pensieri punirsi
Ho visto scorciatoie dilungarsi

Ho visto il tuo coraggio prendere vita
Ho visto la tua forza non abbandonarti
Ho visto le tue pagine bianche piene di parole
Ho visto la tua rima cercare un ossimoro

Piero Cancemi – Meetale

Pubblicato in: Racconti

Favola Metropolitana 1

C’era una volta un Punkabbestia,
tipo 2 giorni fa, perchè nella mia favola metropolitana le date di quando accadono le cose si sanno.
cut1292071260187Il punkabbestia era nel parco insieme al suo cane, un bastardino di color beige che si chiamava Ernesto. Il punkabbestia portava un paio di pantaloni penzolanti e malconci privi di cintura e provava a reggerli strattonandoli con una mano mentre stava in piedi, calzava un paio di infradito e mentre camminava a rilento il cane Ernesto gli ruotava intorno scodinzolando felice. Dopo qualche metro il punkabbestia si sedette sulla panchina che scorse durante il cammino, il cane si fermò guardandolo con occhi incuriositi. Lui tirò fuori dalle tasche una busta contenente tabacco, mise un filtro tra le labbra, accarezzò il cane Ernesto sulla testa e, prendendo una cartina dall’interno della busta di tabacco, iniziò a rollarsi una sigaretta.
Il punkabbestia terminò di preparare la sigaretta e proprio in quel momento si accorse che non aveva accendino per poterla accendere, imbronciò le labbra guardando Ernesto che gli rispose tirando in dentro la lingua penzoloni. Il punkabbestia indispettito dalla cosa si guardò intorno e con piacere intravide una persona che camminava sul sentiero che lo avrebbe condotto all’esterno del parco. Il punkabbestia si alzò in piedi e, in sella alle sue infradito di plastica, cominciò ad avvicinarsi all’uomo di bassa statura vestito in giacca e cravatta. L’uomo era rotondetto nelle forme, uomo-a-pomodoro-in-primavera-estate-1aveva una ridotta barba nera pettinata sul volto coperto da un paio di occhiali da sole. Quando l’elegante signore vide il punkabbestia che si avvicinava si fermò e una volta trovatosi di fronte gli disse:
«Salve»
«Ciao» rispose il punkabbestia, «Hai da accendere?» gli domandò.
«Certo!» disse il signore in giacca e cravatta. Mise la mano sinistra nel taschino della giacca e tirò fuori un accendino Zippo. Schioccando le dita della mano destra in prossimità dell’accendino riuscì ad aprire e a dare fuoco alla miccia.
Il punkabbestia lo guardò sorridendo e poi si avvicinò per accendere la sigaretta che teneva tra le labbra.
«Bel giochetto!» disse il punkabbestia una volta accesa la sigaretta.
«Grazie!» rispose il signore ricambiando il sorriso. «Tu sai fare giochetti del genere?» gli domandò.
«Io so far ruotare i birilli».
«Quando è rosso ai semafori chiedi soldi?» chiese il signore con aria presuntuosa.
«Qualche volta vado ai semafori a fare il giocoliere, ma non chiedo mai soldi» rispose il punkabbestia con tranquillità.
«E cosa ci guadagni?».
«Il sorriso delle persone». Continua a leggere “Favola Metropolitana 1”