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Google Maps per aiutare i non vedenti

Non è facile per la persone con disabilità visiva riuscire a muoversi in città. Alcuni hanno diritto ad un accompagnatore. Altri più fortunati un cane addestrato appositamente. I più usano un bastone. Non solo in Italia. Anche negli altri Paesi. Anche a sud est nel Mediterraneo. Come in Turchia. Nel Paese che segna il confine con il continente asiatico un giovane ingegnere ipovedente hanno inventato un bastano che permette alle persone cieche di utilizzare al meglio Google Maps per districarsi nella giungla quotidiana della città in cui vivono.

Kursat Ceylan, Ceo e fondatore della no-profit turca Young Guru Academy, ha deciso di mettere le sue abilità e competenze al servizio delle persone non vedenti. Il giovane ingegnere turco ha deciso di studiare e realizzare nuove tecnologie per aiutare i non vedenti a migliorare la propria quotidianità. Ed ha iniziato da WeWalk, un bastone che si collega alla rete delle mappe di Google e, grazie a degli altoparlanti, dà indicazioni alla persone che lo utilizza. WeWalk è in commercio da più di un anno con un costo per l’utente finale di quasi 500 dollari.

 

Articolo su dalSociale24

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Bologna

img_6026dal Racconto SOTTO I PORTICI di Piero Cancemi

“…andiamo ai Giardini Margherita, andiamo al Parco della Montagnola, andiamo in Via del Pratello, in Via Mascarella, in via Petroni, in Piazza Verdi, fermiamoci in Via Delle Moline, prendiamo un gelato da Gianni, mangiamo una gramigna con la salsiccia all’ Osteria dell’Orsa, mangiamo anche la mortadella di Bologna e il ragù alla bolognese, facciamo aperitivo all’ Osteria del Sole, le crescentine sono pesanti, mangiamo una piadina con crudo e squaquerone, andiamo in Biblioteca Salaborsa, andiamo al concerto, andiamo sui colli, andiamo a San Luca, andiamo al Barazzo…”

Sotto i portici

Racconti Bolognesi vol.1

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Il coperchio del mare

310m3wrf1cl-_bo1204203200_Il coperchio del mare (海のふた Umi no futa?) è un romanzo della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto pubblicato da Feltrinelli nel 2007.

Mari si è appena laureata ed è tornata a vivere nel suo paese natale, dove ha deciso di aprire un piccolo chiosco di granite. Quest’estate sua madre ospita Hajime, la figlia di una cara amica, che sta attraversando un periodo molto difficile a causa della morte della nonna. Mari non è affatto entusiasta: è indaffarata col chiosco appena avviato e pensa di non avere tempo per fare compagnia a una ragazza così piena di problemi. Oltre a brutte cicatrici che le ricoprono il corpo, dopo la morte della nonna Hajime si rifiuta di mangiare e di uscire di casa. Ciononostante le due ragazze a poco a poco diventano amiche e Hajime inizia ad aiutare Mari nel lavoro. Il resto del tempo lo trascorrono tra nuotate in mare, passeggiate sulla spiaggia e lunghe chiacchierate, sempre sullo sfondo di un incantevole paesaggio marino. E il mare sembra essere il vero protagonista del romanzo, con i suoi misteri e le creature che si celano negli abissi, una presenza costante e rassicurante nella vita di Mari, e un balsamo per l’anima ferita di Hajime. Sul finire dell’estate, quando l’acqua diventa di giorno in giorno più fredda e il vento sulla spiaggia solleva i granelli di sabbia nella tiepida luce di settembre, Hajime parte per fare ritorno a casa. Mari è molto triste, ma il ricordo della loro amicizia l’aiuterà a superare anche la solitudine dei lunghi mesi invernali. Forse non è riuscita a risolvere del tutto i problemi dell’amica, ma sicuramente l’ha aiutata a guardare al futuro con maggiore fiducia.

 

Il coperchio del mare – Wikipedia

Il coperchio del mare – libro – Amazon

 

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Non è una città per carrozzine

Articolo di Lila Madrigali – 08 FEBBRAIO 2016

Non è una città per carrozzine (ma non voglio confinarmi al centro commerciale)

Non è giusto auto-ghettizzarsi in spazi sicuri come i centri commerciali, solo perché le città non sono accessibili. Pretendiamo quello che ci spetta!

Centro commerciale, interno giorno
Un viavai di carrelli, persone, musi allungati dalle code e dalla noia, telefonini, acquisti di ogni natura.  In tutta onestà, i centri commerciali con la loro baraonda di musica pessima sparata nell’aria, i soliti negozi in franchising tutti uguali, l’immancabile fast food ed i bar dal caffè a tutti i gusti tranne quello del caffè a me vanno in uggia anche se ammetto che siano comodi.Fai shopping, spesa alimentare e quant’altro, barriere zero -o quasi-, accessibilità garantita -o quasi-.
Insomma, una spesa in ambiente protetto alla quale è molto semplice abituarsi.
Forse troppo semplice, un’abitudine che ha l’odore di una resa.

Mi guardo attorno: toh, un ragazzo con la carrozzina.
Toh, un altro, fra l’altro la sua quattro ruote è simile alla mia.
Una ragazza in carrozzina elettrica, un nonnino che spinge una nonnina, ancora un’ altra ragazza con una sedia a rotelle supertecnologica.
Mi viene da chiedermi se non ci sia un evento in programma, ma non c’è nessun evento.
Lentamente apro gli occhi e mi rendo conto di ciò che già sospetto da quando ho iniziato ad utilizzare una sedia a rotelle: noi quattroruotati ci riduciamo tutti nei centri commerciali ed abbiamo abbandonato le città.
E’ ovvio che accada una cosa del genere quando in città il parcheggio non è assicurato nonostante gli stalli, i marciapiedi sono un’utopia, le strade un incubo di buche, i negozi inaccessibili e magari ci si metta di contro anche la meteorologia.
Nei centri commerciali non piove e non fa freddo, non ci sono ostacoli, il posteggio è meno difficile da reperire e non ci sono rischi.

Avete mai sentito parlare di “Comfort zone” o zona di comfort? Wikipedia definisce la zona di comfort come “lo stato comportamentale entro cui una persona opera in una condizione di assenza di stress e ansia”  Quindi, l’esatto contrario di ciò che ci offre la città. La soluzione sembrerebbe in tasca: che ci andiamo a fare nelle città quando ci sono i centri commerciali ad accoglierci?
Una parola mi risuona nella mente ed ha una voce assordante: autoghettizzazione.
Nel nostro centro commerciale siamo comodi, conosciamo ciò che andiamo a trovare e non corriamo nessun pericolo. Sfugge però una variabile essenziale per l’esistenza di tutti, che è determinata dall’ignoto. La nostra vita senza ignoto si spegne, lo spirito di avventura si perde e con lui viene a decadere quell’entusiasmo necessario per non piombare in una routinaria tristezza.

Una negoziante mi confessò, il mese scorso: “eh, onestamente non ho tanti clienti in sedia a rotelle”. Anche nella palestra che frequento ci sono solo io. In molte strutture pubbliche non c’è traccia di chi usa una sedia a rotelle:eppure siamo tanti ed esistiamo.
Ci rinchiudiamo all’interno del nostro mondo sicuro perché siamo stanchi di sfide continue, perché non ne possiamo più di lottare persino per fare la spesa o andare al cinema, perché la nostra vita è già dannatamente difficile senza aggiungere altre spezie a questa indigesta pietanza.
Ma così facendo si perde completamente la libertà. E chi può darcela, se non noi stessi? Se non alziamo la voce noi, chi lo farà per noi? Vogliamo essere ascoltati? Iniziamo a parlare.

Riprendiamoci le città, sbattiamo le porte in faccia a chi non ce le apre, piantiamoci davanti ad ogni gradino e chiediamo, chiediamo, chiediamo ad alta voce finché tutti si renderanno conto che la città è un patrimonio che appartiene a tutti.

In disabili.com:

Io non posso entrare (ma il cane sì)

Vita in carrozzina e gli ostacoli “minori”

 

Articolo su Disabili.com

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Milano città più accessibile d’Europa

di Beatrice Credi – 08.12.2015

E’ Milano la città più accessibile d’Europa

È Milano la regina dell’accessibilità europea del 2016. Ha, infatti, vinto il prestigioso Access City Award. Scalzando dal podio Wiesbaden (Germania), Tolosa (Francia), Vaasa (Finlandia) e Kapsovár (Ungheria). Oltre ai suoi eccellenti e costanti sforzi per garantire l’accessibilità – ha detto la Commissione europea – Milano è inoltre impegnata a sviluppare progetti volti a sostenere l’occupazione delle persone con disabilità e incoraggiare la loro vita indipendente. Le sue norme edilizie garantiscono, poi, non solo l’accessibilità e l’usabilità, ma promuovono anche gli standard universali di progettazione, che mirano a concepire prodotti e spazi in modo che possano essere utilizzati dal maggior numero di persone possibili. Wiesbaden riceve, invece, il secondo premio in riconoscimento dei suoi sforzi per creare una città accessibile a tutti i suoi cittadini, ad esempio stabilendo obiettivi ambiziosi per il centro della città e per i suoi spazi aperti, parchi e campi da gioco. Tolosa si classifica al terzo posto per il suo impegno nel migliorare la vita delle persone con handicap, sia nel settore dei trasporti come metropolitana, tram e autobus, sia nel settore culturale dove la maggioranza delle opere hanno una descrizione audio e i programmi sono disponibili in grandi caratteri o in braille.

http://www.west-info.eu/it/milano-vince-il-premio-di-citta-piu-accessibile-deuropa/

articolo su  http://www.west-info.eu/