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Roma, al via a settembre la prima cattedra universitaria per formare “manager della disabilità”

A presiederla è la professoressa Ileana Argentin che in Parlamento ha lavorato affinché fossero approvate nuove norme sul Terzo Settore. L’Università Niccolò Cusano è il primo ateneo ad attivare un ciclo di lezioni focalizzato sulle norme circa l’integrazione a scuola e nel lavoro, mobilità e barriere architettoniche

ROMA – Per la prima volta in Italia un ateneo attiverà una cattedra dedicata alla giurisprudenza sul Terzo Settore. A proporla è l’università Niccolò Cusano che, grazie all’esperienza e alla professionalità di Ileana Argentin, presenta agli studenti il ciclo di incontri in “Normativa sulle disabilità”, le cui lezioni inizieranno a settembre 2019.

A seguire la nuova materia potranno essere tutti gli iscritti a Giurisprudenza, Scienze politiche ed Economia e commercio. Con un passato alla Camera dei Deputati e una doppia laurea in legge e Scienze politiche, la nuova professoressa dell’Unicusano è la figura  adatta a tenere lezioni sul tema. Nella veste di deputato infatti, Ileana Argentin si è seduta a quei tavoli dove sono nate le norme sulla disabilità.

Non solo barriere. La formazione prevede nove moduli in cui si approfondiranno il senso delle leggi vigenti e la necessità, in quanto società civile, che esse trovino piena applicazione. “Abbiamo una serie di norme importanti come quella sull’integrazione a scuola e nel lavoro, sulla mobilità e sulle barriere architettoniche – sottolinea Argentin –  La persona, però, non viene considerata in tutti i suoi aspetti: dalla sessualità alla gestione del tempo libero, dal godimento del verde al poter essere consumatori come gli altri”.
A livello legislativo, nonostante i passi in avanti, c’è ancora molto da fare perché, attualmente, non sono previste quasi mai sanzioni per chi viola o non applica le regole, rendendo inutile la normativa. Una mancanza che però in futuro necessiterà di essere colmata. Per questo l’università ha deciso di giocare anticipare una necessità futura del mercato: formare dei manager della disabilità in grado di operare a più livelli e in situazioni diverse. “Per la prima volta viene proposto agli studenti una formazione di questo tipo – continua Argentin – credere che i giovani, attraverso lo studio, possano cambiare l’approccio al sociale e abbattere le barriere culturali è davvero importante”.

 

Articolo su Repubblica.it

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Quando danza vuol dire integrazione diventa “danceability”

Improvvisazione, relazione, contatto, coreografie e musica per un’arte adatta a tutti. Perché si può ballare e saltare anche solo con un dito. Da Nord a Sud, ecco le principali esperienze italiane di un metodo che viene da lontano

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ROMA – Non si tratta di curare né di voler mettere a confronto l’uno con l’altro, ma di accettare ognuno così com’è. Sta qui la radice di un’idea che, grazie a tanta determinazione e a una rete continuamente in espansione, ha portato la danceability di Alito Alessi in tutto il mondo, con un marchio registrato e circa 500 insegnanti certificati in oltre 40 Paesi. Ne racconta Elisabetta Proietti sulle pagine di SuperAbile Inailrivista sui temi della disabilità pubblicata dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Portare tutti a danzare. Danzatore e coreografo statunitense, dagli anni Ottanta Alessi si pone la questione: portare a danzare tutti; far sperimentare a tutti, nessuno escluso, la bellezza dell’arte coreutica, per troppo tempo chiusa nello scrigno di una magia avverabile per pochi eletti, dai corpi perfetti e dalle movenze già scritte. Alessi rovescia il punto di vista: tutta l’umanità, anche quella che non risponde ai canoni precostituiti della perfezione fisica o mentale, può danzare, può instaurare una relazione, respirare, variare lentezza e velocità, sperimentare anche con una sola parte del corpo ogni emozione possibile. Per esempio, chi l’ha detto che non si può saltare con un dito, cogliendo e sentendo tutto il significato del “saltare”? Fondamentale è, dice Alessi, “partire dalla persona: da come essa è dipende la danza che ne scaturirà. Il metodo cambia a seconda di chi si incontra”.

E il metodo potenzia lo sviluppo delle proprie possibilità espressive e creative senza mai isolare nessuno. Possono partecipare persone cieche, sorde, sulle sedie a ruote, con problemi cardiaci o motori, persone che apparentemente non rispondono al mondo esterno, amanti del mondo dello spettacolo o danzatori professionisti. Ognuno può lavorare in modo collaborativo e si può esprimere con quello che trae e che apporta al gruppo. La danceability, che lo stesso suo fondatore definisce “studio dell’improvvisazione del movimento”, anche in Italia conta insegnanti certificati e viene praticata in diverse città e contesti, messa in pratica da singoli docenti o team, associazioni, compagnie.

La forza sta nell’inclusione. Eleni Tsili è danzatrice, educatrice di movimento artistico e insegnante certificata di danceability, lavora tra Roma, Grecia e Germania: “La forza di questo lavoro sta nell’inclusione. La cosa più importante è trovare modi di comunicazione, capire che le cose invisibili che ci limitano sono molte di più delle disabilità evidenti”. E non ci sono differenze, quando si tratta di superare i propri limiti, tra persone disabili e non: “Ci mettono in difficoltà i nostri limiti personali, che scopriamo e non sapevamo di avere”. Danzando, il movimento fa aprire verso gli altri e quello che si sperimenta, in sostanza, è la gioia: “Avere uno spazio in cui relazionarsi con gli altri attraverso il movimento è gioia enorme”.

Chi può partecipare ai corsi di danceability? “Tutti a partire dai 15 anni in su”, risponde Eleni Tsili. Si formano gruppi integrati di sette-dodici persone e percorsi che vanno dai tre mesi a un anno. “Lavoriamo con un gruppo satellite, anch’esso costituito da persone con disabilità e non, che collaborano al progetto”. Aggiunge Tsili: “Il mio compito è di agevolare una possibilità. È un progetto artistico fatto di improvvisazione, esplorazione. Poi man mano insieme si costruiscono sequenze, piccole coreografie”. E, grazie a specifiche modalità e con la collaborazione dell’altro, anche chi ha problemi mentali o di memoria può ricordare le coreografie. Ancora nella capitale l’associazione culturale Fuori Contesto insegna e promuove teatro e danceability per tutte le fasce di età e organizza festival in spazi urbani aperti, coinvolgendo il pubblico in strada. “Il corpo è strumento di educazione all’incontro e alla relazione”, chiarisce Emilia Martinelli che di Fuori Contesto è fondatrice oltre che direttrice artistica, autrice e regista. La scelta della danceability per Emilia è scaturita dalla partecipazione a un laboratorio della Uildm Lazio. “Insegno a circa 200 persone a settimana e ogni incontro mi emoziona, mi stupisco sempre”. Spiega: “La danceability è un codice che permette a tutti di danzare in relazione. Il suo fondatore ha “spacchettato” i codici della danza contemporanea. È molto importante che ci si ascolti reciprocamente, perché l’azione dell’uno dipende dall’azione dell’altro. Ed è uno strumento che facilita tutti, dai bambini agli anziani”. Quale difficoltà riscontra più spesso? “La difficoltà per tutti, persone disabili e non, è approcciarsi a un linguaggio differente. Nella danceability i ruoli si ribaltano di continuo. Tutti colgono che sono persone con la stessa dignità degli altri”.

Tra le diverse altre esperienze italiane di danceability a cui ci si può rivolgere ci sono il centro Oriente Occidente del Trentino Alto Adige, “Ottavo giorno” di Padova, “Deos Danse Ensemble” di Genova, “Choronde” di Roma con Sarah Silvagni, “Let’s dance” a Reggio Emilia. Infine la rete internazionale Danceability.com dà conto delle principali esperienze nei vari Paesi. Ognuna di esse mette al centro l’impegno per un mondo più libero da pregiudizi e barriere.

 

Articolo su Redattore Sociale

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La riabilitazione cognitiva adesso è digitale, una startup palermitana vince 50mila euro

A vincere l’Eit Health InnoStarsLa è la Restorative Technologies, spinoff dell’Università di Palermo che ha dato vita a Mindlenses Professional, un progetto che permette di gestire i pazienti con disabilità attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie

Una start-up palermitana è stata premiata dal programma Europeo Eit Health InnoStars, ospitato dall’Istituto Europea dell’innovazione e della tecnologia. Fra le 15 start-up premiate a livello comunitario nel 2019 per le proprie idee innovative in materia di salute e sanità, ben due sono scelte per la Sicilia, una di Palermo e l’altra di Caltanissetta.

Le aziende selezionate, provenienti da Italia, Polonia, Portogallo e Grecia, riceveranno finanziamenti per portare le loro innovazioni sul mercato. Tra queste 15 eccellenze nel settore salute selezionate in Europa, due sono siciliane: Restorative Technologies e Moodika. Le due start-up riceveranno un contributo di 50.000 euro ma soprattutto il supporto, curato dal Consorzio Arca che è manager regionale di Eit Health, per la creazione di un network sanitario locale ed internazionale entro cui far circolare i propri prodotti.

Le startup premiate

La palermitana è la Restorative Technologies. Spinoff dell’Università degli Studi di Palermo, che ha dato vita a Mindlenses Professional, un progetto per la riabilitazione cognitiva. Mindlenses è una combinazione completa di strumenti per la riabilitazione digitale, la stimolazione cognitiva e la gestione di pazienti con disabilità attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie.

La startup di Caltanissetta invece si chiama Moodika che ha realizzato SmartDonor, un’applicazione creata per migliorare il sistema di donazione del sangue, rendendo più efficiente e consapevole l’attività dei donatori e supportanto tutte le attività di promozione della cultura della donazione del sangue.

Il finanziamento di Headstart

Il programma di finanziamento Headstart è rivolto a startup e Piccole e medie imprese che hanno un prototipo ben sviluppato, pronto ad essere lanciato sul mercato nei settori della salute, della vita sana, dell’invecchiamento attivo e del miglioramento dell’assistenza sanitaria. Il programma permette quindi ai vincitori di entrare in un circuito che favorisce la commercializzazione dei loro prodotti innovativi, supportandone la produzione, la promozione e la tutela brevettuale.

“Al concorso Innostars – spiega il manager Nuno Viegas – hanno preso parte oltre 1000 idee di tecnologie innovative e prototipi, fra cui sono stati selezionate le migliori e più promettenti start-up. Si tratta di progetti brillanti, che operano nelle diverse fasi di sviluppo del business, che col nostro supporto possono diventare prodotti e soluzioni pronte per il mercato, che possano rivoluzionare il settore sanitario Europeo e favoriscono un miglioramento della qualità della vita dei cittadini”.

 

Articolo su Palermotoday

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Il sogno di Virginia e Martina: una scuola di danza per ragazzi disabili

Articolo di IRMA D’ARIA

Hanno raccolto i finanziamenti a tempo di record il loro progetto. C’è tempo fino al 14 luglio per partecipare.

Virginia e Martina Di Carlo sono sorelle ed hanno un sogno: quello di dar vita ad una scuola di danza per ragazzi con disabilità. Per tentare di realizzarlo hanno partecipato all’iniziativa MSD CrowdCaring, un progetto di ‘crowdfunding’ dedicato alla salute, in partnership con la piattaforma di crowdfunding Eppela. Che cos’è? Un modo muovo per finanziare dal basso idee, sogni e progetti dedicati alla salute. Per la sua innovatività, il progetto è stato anche premiato al Web Marketing Festival svoltosi di recente a Rimini con l’Award Innovation for People.

Che cos’è e come funziona il CrowdCaring

Tra tutti i progetti che vengono presentati per ogni raccolta fondi (chiamata “call”) vengono selezionati i più meritevoli. A quel punto ci sono 40 giorni di tempo nei quali i progetti, grazie alla piattaforma Eppela (https://www.eppela.com/it/mentors/msd-crowdcaring ) sono messi all’attenzione della Community per essere finanziati. Quelli che riceveranno almeno il 50% del finanziamento totale richiesto da parte degli utenti, quindi un finanziamento collettivo ‘dal basso’, riceveranno un co-finanziamento di MSD Italia fino ad un massimo di 5.000 euro a progetto. A giorni si chiuderà la seconda campagna di raccolta fondi per i progetti già online ma c’è tempo fino al 14 luglio per candidare nuovi progetti e partecipare quindi alla terza raccolta.

Il sogno di Virginia e Martina 

Virginia è la sorella grande e da quando è nata è affetta da tetraparesi spastica con disturbi motori a tutti e quattro gli arti. I medici non avevano molte speranze che potesse andare oltre la maggiore età. Ma non sapevano che da lì a qualche anno nella vita di Virginia sarebbe entrata la sorella più piccola, Martina, che negli anni scopre la danza e la fa diventare la sua ragione di vita. E quella di Virginia. Sì, perché con tenacia e grande forza d’animo le due sorelle iniziano a danzare insieme.

La scuola sta per diventare realtà

Dopo anni di successi (Virginia è atleta paralimpica, Martina campionessa italiana e medaglia d’argento mondiale di danza) hanno deciso di condividere il loro sogno con altri ragazzi diversamente abili e dare vita alla Special Angels Dance School #liberidivolare. Ma avevano bisogno di aiuto. Ed è proprio grazie a questa iniziativa di CrowdCaring che in questi giorni Virginia e Martina hanno visto finanziata la loro idea di dare vita alla ‘Special Angels Dance School’ ancora prima che scadessero i 40 giorni a disposizione per la raccolta fondi. Infatti, il progetto di una scuola di danza per ragazzi con disabilità è stato finanziato dagli utenti Eppela al 102% dell’obiettivo prefissato raccogliendo €15.400 ai quali si aggiungerà il contributo di cinquemila euro da parte di MSDCrowdcaring.

Sogni in attesa di finanziamenti

Oltre al progetto delle Sorelle Di Carlo che è stato già interamente finanziato, resta aperta la call per due iniziative. “Il Cinema – Dove il Cinema non arriva”: un’iniziativa per portare i film nei grandi ospedali, piccole case di cura o accoglienza per offrire ai pazienti momenti di condivisione e intrattenimento. L’altra proposta è “Psichronicle”, un progetto di prevenzione e cura del disagio psicologico nelle patologie croniche, grazie al coinvolgimento di specialisti psicologi che presteranno servizio di psicoterapia con un sportello (a Roma e a Bari) a disposizione degli utenti, attivo per 6 mesi.

Articolo su Repubblica.it

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Per disabili, ma non solo: nasce il primo orto-giardino terapeutico italiano

Articolo di Laura Solieri

Il progetto pilota si basa sul modello diffuso nei paesi anglosassoni e sarà realizzato nella campagna di Correggio (RE) grazie alla collaborazione tra l’Università di Modena e Reggio Emilia e la cooperativa sociale TICE

Nasce nelle campagne reggiane ed è nel suo genere, secondo i promotori, il primo orto-giardino terapeutico in Italia. Il progetto, che si svilupperà nell’arco di tre anni, è ispirato al modello diffuso da diversi anni nei paesi anglosassoni. L’orto-giardino sarà dotato di percorsi accessibili a tutti, compreso chi si muove in carrozzina, con accessi sensoriali per utenti di ogni età, stazioni per una pausa solitaria e stazioni per conversazioni di gruppo o colloqui più ristretti.

Tutto questo sarà possibile grazie alla collaborazione tra la cooperativa sociale TICE e un dottorato in alta formazione in Scienze, tecnologie e biotecnologie agro-alimentari affidato a Giulia Elena Trentini, con tutor didattico Laura Arru, ricercatrice nel Dipartimento di Scienze della vita dell’università di Modena e Reggio Emilia.

“Sin dalla sua nascita TICE, che si occupa di servizi, consulenza e ricerca nell’ambito della salute mentale e dell’apprendimento, ha investito molto nel rapporto con l’università del territorio, al fine di nutrire l’innovazione e la qualità dei servizi e degli interventi proposti, – spiega la psicologa e psicoterapeuta Maria Chiara Sacchetti, responsabile della sede di Correggio della cooperativa. – Questo caso rappresenta per noi la prima occasione per un dottorato interdisciplinare e siamo davvero entusiasti di ampliare le nostre prospettive mescolando competenze che potranno creare stimoli e reciproche contaminazioni”.

Sempre crescente è l’attenzione sull’antica pratica dell’ortoterapia, intesa come utilizzo di piante e giardini nella terapia di persone con disabilità fisiche, intellettive e relazionali o con disagio emozionale, ma anche, più generalmente, nel benessere di tutti: bambini, ragazzi, adulti e anziani. L’azione terapeutica si esplica con attività pratiche nel verde di questi orti-giardino, curando una singola pianta da interno, camminando, riposando o conversando.

“La collaborazione con TICE – dichiara Laura Arru – nasce dalla consapevolezza che è necessario un forte intreccio tra competenze in ambito terapeutico ed in ambito vegetale. Non basta un architetto del paesaggio come non basta uno psicoterapeuta”. Il progetto coinvolge infatti, in una virtuosa complementarietà, fisiologi vegetali e professionisti con competenze psicologiche e umanistiche.

Il luogo su cui si sta realizzando questa esperienza pilota è situato in via Ronchi San Prospero, nel comune di Correggio, dove una antica casa colonica, con il suo podere, è stata oggetto di un restauro rispettoso della sua storia e dell’ambiente. Attualmente TICE vi svolge la propria attività con bambini, ragazzi con difficoltà di apprendimento emotive, cognitive e sociali, nonché adulti che si trovano ad affrontare momenti critici del loro percorso di vita.

 

Articolo su csvnet.it

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film Avatar

Avatar è un film del 2009 scritto, diretto e co-montato da James Cameron.

È un film di fantascienza interpretato da Sam WorthingtonStephen LangZoe SaldanaSigourney WeaverGiovanni Ribisi e Michelle Rodriguez. Con un budget di produzione di circa 237 milioni di dollari, Avatar ha incassato quasi 2,8 miliardi di dollari in tutto il mondo, diventando il film con più incassi della storia del cinema. È stato distribuito nei cinema di tutto il mondo tra il 16 e il 18 dicembre 2009 (l’Italia e la Svizzera italiana, dove è uscito il 15 gennaio 2010, sono i penultimi Paesi al mondo in cui è stato distribuito, a causa della consistente concorrenza cinematografica durante il periodo natalizio). Il film è stato proiettato nel tradizionale formato 2D, ma ha visto anche un’ampia diffusione in 3D e in 3D IMAX. Lo stesso Cameron, in quanto forte sostenitore del 3D come futuro del cinema, ha dichiarato che si avrebbe un’esperienza più completa guardando Avatar in tre dimensioni, poiché il film è stato da lui appositamente pensato per essere visto in quel modo. Avatar è inoltre il primo film a utilizzare il nuovo logo della 20th Century Fox, animato dagli Blue Sky Studios (creatori de L’era glaciale).

Il film si è aggiudicato tre Premi Oscar 2010: per la miglior fotografia, la miglior scenografia e i migliori effetti speciali. Continua a leggere “film Avatar”

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Paralizzato dopo un ictus, inventa il ‘TripAdvisor’ per disabili

Articolo di di Patricia Peiró, El Pais (Spagna)

Willy Ruiz è stato il marketing manager di Apple Spagna per 10 anni prima di sentirsi male. Ora sta cambiando la vita di molte persone.

La vita di Willy Ruiz è cambiata quando ha avuto un ictus. Si sveglia dal coma e trova il mondo che conosceva trasformato in un territorio ostile. Cinque anni dopo lancia un’applicazione chiamata Mapcesible, per favorire l’inclusione delle persone disabili.
L’ictus di Willy Ruiz si è verificato mentre faceva una presentazione su iPhone, iPad e iPod. «Me ne sono andato con gli stivali addosso», scherza. Ruiz era il marketing manager di Apple in Spagna da 10 anni, ma la sua vita è cambiata quella mattina del 2013. «Tutto andava molto velocemente, e si è fermato. Poi tutto ha cominciato ad andare molto lentamente», dice. Si è svegliato da un coma in un mondo che ora era un territorio ostile, e dove si è dovuto abituare ad avere un cervello che non controllava più. «La prima notte in cui ho dormito a casa dopo l’ictus, sono caduto dal letto», ricorda.

Ma la sfida più grande è stata quella di affrontare il mondo fuori da casa sua. Una notte, Ruiz stava tornando a casa dopo aver cenato con alcuni amici in un ristorante nel centro di Madrid, quando ha avuto bisogno di usare un bagno. In una strada piena di bar, non è riuscito a trovarne uno con accesso per sedie a rotelle. Quando finalmente l’ha fatto, c’erano tre scale che portavano al bagno. «Perché non c’è un’applicazione che mi permette di sapere dove posso andare in bagno?», ha pensato.
Fu allora che ebbe l’idea di Mapcesible, un’applicazione che funziona come una sorta di Trip Advisor per le persone a mobilità ridotta. Gli utenti valutano i posti, dai ristoranti alle spiagge, in base alla loro accessibilità. Rispondono a un questionario progettato da Ilunion, la fondazione dell’Organizzazione Spagnola per la Cecità (Organización Nacional de Ciegos Españoles, o Once), e possono anche caricare immagini. Un’altra fondazione spagnola, la Fundación Telefónica, ha fornito supporto tecnico e finanziario.
«I primi test sono stati condotti dai volontari della fondazione e abbiamo aggiunto informazioni integrando i dati di dozzine di banche dati pubbliche, come quelle dei comuni», dice Luis Rojo, direttore delle relazioni istituzionali della fondazione. La piattaforma ha finora raccolto informazioni su più di 20mila posti.

«Si vede la città con occhi diversi. Il giorno in cui abbiamo presentato l’app, un kick scooter (scooter elettrico a quattro ruote per disabili) era parcheggiato davanti alla porta principale della fondazione», commenta Rojo. L’applicazione non risponde solo alle esigenze dei disabili, ma è utile anche per gli anziani o per le persone con passeggini.

Nel 2003, la Spagna ha approvato la legge sulle ‘Pari opportunità, non discriminazione e accessibilità universale per le persone con disabilità, che prevede che “edifici, aree, strumenti, attrezzature e tecnologia, beni e prodotti” siano tutti inclusivi. La legge prevede anche “la rimozione delle barriere architettoniche di accesso e l’adattamento delle attrezzature e degli strumenti”. Nel 2011, le principali agenzie spagnole per la disabilità hanno lavorato con la Federazione di Comuni e Province per produrre il più grande rapporto sulla mobilità, analizzando 70 paesi e città. Lo studio ha mostrato, ad esempio, che il 90 % dei comuni aveva scale pubbliche non conformi alla normativa, il 67,6 % dei semafori non aveva un dispositivo di avvertimento, e le griglie di protezione ai piedi degli alberi erano rotte o sconnesse per il 70 % del tempo.

«Un numero crescente di strumenti tecnologici mirano ad aiutare con la mobilità, ma un’applicazione non rende un luogo accessibile se le barriere fisiche sono ancora lì», commenta Jesus Hernandez, direttore dell’accessibilità universale e dell’innovazione presso la fondazione Once, aggiungendo che stanno lavorando per aggiornare i dati dello studio. «Stiamo assistendo a un cambiamento nelle città, ma è molto lento», dice. Once e il provider spagnolo di telefonia mobile Vodafone hanno co-sviluppato Tur4all, un’applicazione che elenca le risorse accessibili per i turisti. L’azienda catalana Mass Factory ha lanciato nel 2016 un altro strumento che guida le persone disabili attraverso la rete di trasporto pubblico, e Google maps ha integrato un’opzione per mostrare luoghi accessibili ai disabili. «Ogni piccolo contributo conta, ma un edificio senza ascensore è ancora una prigione per persone disabili – aggiunge Hernandez –. Il problema inizia nelle università dove ai laureati in architettura non viene insegnato a pensare a progetti adattabili».

Rimuovere le barriere e adattare gli spazi non è solo una questione di inclusione per le persone con disabilità fisiche. David Lopez è coordinatore del progetto per Afanías, un’organizzazione che sostiene le persone con condizioni di salute mentale. «Tutti, disabili o meno, possono avere difficoltà a muoversi in città, e a tutti noi piace poter arrivare a destinazione in sicurezza senza perdersi», dice.

Afanías e la ricercatrice Berta Brusilovsky hanno sviluppato il progetto Easy Space, in cui disabili e architetti lavorano insieme per valutare l’adattabilità dei luoghi. «Ci sono elementi di base da cercare – un ingresso facilmente riconoscibile, un punto focale per aiutare le persone a orientarsi in un edificio, percorsi accessibili, un elenco all’ingresso, informazioni dove due corridoi si intersecano in modo che le persone non si perdano e possano trovare l’uscita», rileva Brusilovsky.

Ruiz cita una sfida che la maggior parte delle persone dà per scontata: «Ho bisogno di sapere cosa posso aspettarmi quando esco per strada, e che non ci saranno sorprese».

 

Articolo su laRegione

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Vietato essere disabili: le avventure quotidiane di chi è costretto a muoversi in carrozzina

Articolo di Roberto Schifari

Se la disabilità da risorsa diventa un impaccio alla società si crea un pericoloso cortocircuito.

Avete mai provato a mettervi nei panni di un disabile? Non lo auguriamo a nessuno, eppure a volte servirebbe vestire i panni dell’altro per provare cosa significa ogni giorno trovarsi davanti alla miopia della politica, al menefreghismo dei cittadini e ad una sana strafottenza italica.

Abbiamo fatto un giro per Monreale, ma potrebbe essere qualunque altra città d’Italia, per vedere cosa deve affrontare ogni giorno un disabile per vedere riconosciuti i propri diritti. Di strada se n’è fatta tanta, ma tanta ancora se ne dovrà fare se ancora non è possibile accedere ad un palazzo comunale perché non c’è una pedana di accesso per le carrozzine. Stesso discorso vale per tanti altri uffici comunali sprovvisti di tutte quegli accessori necessari per l’abbattimento delle barriere architettoniche, oppure per la mancanza di bagni nelle strutture comunali.
La storia di oggi è quella del signor Antonino, una vita al lavoro in giro per l’Italia per l’Europa, poi la perdita di una gamba a causa di una serie di complicanze al cuore. La necessità di ripartire con una nuova vita a bordo di una piccola carrozzina elettrica. “Purtroppo non riesco ad andare da solo al Comune, all’acquedotto o al comando di polizia municipale – racconta al Giornale.it -, perché spesso mi trovo davanti ad una serie infinita di scale e scalini. Se invece, non ci sono barriere architettoniche magari mancano i servizi igienici adatti ai disabili e così sono costretto a tornare a casa. Noi non chiediamo nulla se non una maggiore attenzione da parte delle Istituzioni. Basterebbe poco, a partire dall’inaccessibilità di molti uffici comunali, oppure, in molti non comprendono che parcheggiare la propria auto davanti ad uno scivolo o ad un accesso riservato ai disabili non ci permette di muoverci liberamente. Un’auto sopra ad un marciapiede, oltre che essere un gesto incivile, ci costringe a restare tappati in casa”.

La storia di Antonino è simile a tante altre. Eppur qualcosa si muove, nonostante la miopia di molti. La polizia municipale di Palermo per esempio ha deciso di girare in città, insieme ad un gruppo di disabili, per sanzionare tutti gli automobilisti incivili. Un modo per capire le esigenze di chi ha una mobilità ridotta. A Santa Flavia, in provincia, è nata la prima spiaggia libera attrezzata senza barriere architettoniche. L’Ars ha destinato 200mila euro l’anno per il trasporto pubblico tramite taxi dei cittadini con disabilità motoria. Piccoli gesti che però si scontrano con alcuni paradossi in salsa sicula. A Belmonte Mezzagno per mesi hanno atteso un servizio bus per gli studenti disabili A Misilmeri i disabili proprio non li vogliono. Dato che le barriere architettoniche – come denuncia un cittadino – sono ovunque: dalle Poste all’ufficio comunale per i Servizi sociali, dal comando di polizia municipale all’Anagrafe, dallo stesso Municipio – inaccessibile per un disabile – all’ufficio locale dell’Asp. Il paese è lo stesso che lo scorso gennaio ha inaugurato il nuovissimo Palazzetto della Cultura. Una struttura moderna e destinata alla città, ma solo per una parte dei cittadini, perché nella nuova palazzina non ci sono accessi per i disabili.

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A Torino parte servizio handbike sharing, prima città ad averlo

Bici a pedalata manuale, Appendino ‘orgogliosi sperimentarle’

Torino, prima città in Italia, sperimenta il sevizio di bike sharing per persone con disabilità. Il progetto, avviato nel 2015, arriva oggi a compimento grazie alla collaborazione fra Comune, Associazione Italiana Paralisi Spastica e Tobike, che mettono a disposizione 6 handbike e 2 easybike, quelle da attaccare alla carrozzina; potranno essere usate gratuitamente per i primi 3 giorni di noleggio e a 3 euro al giorno per i successivi.

Iscrivendosi a ToBike è possibile prenotare una bici a ‘pedalata’ manuale, che sarà recapitata a domicilio. “Il servizio – sottolinea la sindaca Chiara Appendino – è possibile grazie alla cooperazione fra soggetti diversi, che ha incluso chi vive la disabilità. Siamo orgogliosi di sperimentarlo per primi”. “Vogliamo far sì – dice il presidente Aips, Angelo Catanzaro – che tutte le persone, anche quelle con disabilità, possano usufruire del servizio di bike sharing. È un progetto di inclusione per tutti – conclude – e vuole abbattere le barriere culturali”.

 

Articolo su Ansa.it

 

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Scooter Italiano\Inglese Elettrico (invalidi)

Voglio raccontare una storia italiana, il protagonista sono io: Piero Cancemi.

Questa non è una storia del mio passato, né un racconto che ho pubblicato in qualche libro, né una delle solite stronzate che scrivo. Questa è una storia sul mio presente. Una storia triste? Non credo. Una storia felice? Neanche. Allora che minchia di storia è? Se non lo sapevate io sono siciliano, ma vivo a Bologna da 15 anni, quindi qual è la cosa strana in tutto questo? Nessuna.

La storia italiana che voglio raccontare inizia quando decido di comprare l’ennesimo scooter. Decido di comprarlo online.

Io sono invalido\disabile da 18 anni, la mia situazione fisica peggiora lentamente ma inesorabilmente. Ho la patente speciale per l’automobile con le opportune modifiche effettuate. Avevo uno scooter 50 che usavo per recarmi a lavoro o per uscire saltuariamente con gli amici. Poi ho venduto questo scooter perché la mia situazione fisica peggiorava, quindi decisi di acquistare uno scooter elettrico per disabili e persone anziane.

E quindi? Qual è il problema? Caro Piero Cancemi quello che hai detto è la cosa più normale del mondo.

COL CAZZO!

Ho comprato lo scooter 4 mesi fa, esattamente questo Electric Mobility Scooter ZT-63. 3 ruote, elettrico, non supera i 25 km\h.

scooter italiano

accanto la foto –>

Indosso il casco e cammino piano.

Volevo mettere la targa per poter fare l’assicurazione, come ho sempre fatto con tutti i veicoli che ho avuto (2 macchine, 3 scooter).

Ed è proprio qui che inizia il calvario:

La Motorizzazione di Bologna non sa che pesci prendere. Non sanno la risposta ma pur di non ammetterlo preferiscono far fare avanti e indietro a me, e successivamente ai miei genitori.

A giorni alterni mi chiedono cose diverse:

Certificato Europeo di Conformità

Fattura

Li porto e mi dicono: manca Timbro e Firma

Scrivo al venditore, spedisco in fabbrica, dopo altri giorni i documenti tornano indietro timbrati e firmati.

La Motorizzazione ha le cose richieste, quindi mi chiede

documento d’identità del proprietario della fabbrica.

Lo porto.

Il venditore dello scooter mi dice via mail: Abbiamo venduto questi scooter in tutta Europa.

Il capo dei capi della Motorizzazione di Bologna non è mai raggiungibile. Nessuno sa qualcosa, l’omertà regna sovrana tra gli uffici.

Troppo difficile dire: prendi una carrozzina elettrica così tutti sanno cos’è. Uno scooter elettrico con 3 ruote nessuno lo conosce. Qui a Bologna noi sappiamo tutto, le cose che non conosciamo non esistono. Se avessero detto così sarebbero stati più onesti.

Ma a Bologna l’onestà intellettuale purtroppo è diventata un’utopia: capoluogo di una regione stupenda, ricca ed efficiente, ma accalappiata per metà dalla Lega. Che tristezza. Ancora Bologna Resiste, spero continuerà per sempre.

Ma io so anche come sarebbe stato in Sicilia:

Non è scritto da nessuna parte che non puoi portare questo scooter, quindi puoi fare quello che minchia vuoi, non arrivi neanche a 25 km\h, a cu a fari mali?

E’ questa per me la differenza tra nord e sud. Ma questo è un altro discorso politico e regionale, lo svilupperò successivamente, adesso continuo la storia.

Dopo 2 mesi trascorsi senza mai usare lo scooter, ma solo a perdere tempo tra Motorizzazione, ACI e Vigili Urbani, decido di prendere lo scooter per andare a lavoro la mattina: distanza 800 metri.

Sono senza targa perché la Motorizzazione mi ha detto NO, sono senza assicurazione perché le Poste italiane mi hanno detto NO. Se dovessi investire un gattino dovrai pagare in contanti. La signora delle Poste mi ha detto così.

Prendo il misterioso scooter elettrico, durante gli 800 metri mi ferma la polizia municipale perché sono senza targa. Spiego l’odissea. Vedono che sotto la sella ho il bastone pieghevole come ausilio per deambulare. Mi lasciano andare, mi dicono di non correre, certo, superare 25 km\h negli ultimi 300 metri mi verrebbe pure difficile, però per trasmettere fiducia mostro il pollice in su.

Il giorno dopo una nuova esperienza, dallo specchietto retrovisore del mio scooter elettrico vedo un SUV dei carabinieri che mi segue lentamente. Io cammino radente al lato destro, ma loro se ne fregano, i Carabinieri mi superano guardando stupiti il mio scooter, come se guidassi la Gioconda o una Ferrari. Mi piace pensarla così. Poi dicono che fanno le barzellette sui Carabinieri.

Altri episodi che mi sono successi: un signore si è stupito perché ho uno scooter elettrico e si complimenta con me perché salverò il pianeta. Un signore fa una stima senza senso e senza averlo chiesto:

l’hai pagato 10.000 euro?

No, l’ho pagato 1800.

Conoscevi il proprietario?

No, l’ho preso su Amazon da una fabbrica inglese https://velobike.co.uk/

Costa poco.

Lo so.

La cosa divertente è che alcune ragazze si complimentano con me come se avessi un Harley-Davidson.

Quindi la mia domanda è:

CHI SA COME COMPORTARSI?

COSA DEVO FARE?

IO VOGLIO SOLO PAGARE PER METTERMI IN REGOLA, O SONO GIA’ IN REGOLA?

IO SO CHI SA QUESTA RISPOSTA IN ITALIA: NESSUNO!

Chiederei aiuto al Ministro dei Trasporti Toninelli, ma al momento è troppo impegnato con il tunnel del Brennero.

Potrei chiedere aiuto anche al ministro per la Famiglia e la Disabilità Lorenzo Fontana, ma al momento è impegnato a essere sessista o contro l’aborto.

POVERA ITALIA!