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Mio fratello è

Mio fratello mi ha sempre aiutato
Mio fratello mi dava sempre il consiglio giusto
Mio fratello credeva a cose incredibili
Mio fratello credeva in me
Mio fratello diceva di provarci
Mio fratello ribadiva sempre di non arrendermi
Mio fratello non si è mai drogato
Mio fratello non ha mai perso un giorno di scuola
Mio fratello non ha mai ripetuto un anno
Mio fratello non perdeva tempo,
Mio fratello è andato a Bologna prima di me
Mio fratello mi ha sempre spiegato qualcosa
Mio fratello già lo sapeva, io no
Mio fratello studiava
Mio fratello lo ha detto prima, io non l’ho mai pensato
Mio fratello è il più forte
Mio fratello c’è sempre
Mio fratello non si stanca mai
Mio fratello corre più di un treno
Mio fratello è più piccolo di me
Mio fratello per me sarà sempre il fratello maggiore
Mio fratello è mio Fratello

Piero Cancemi

Poesia su mEEtale

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Mia nonna è la più intelligente

zestnow.com_.Mia nonna è la più intelligente
Mia nonna non guarda la televisione
Mia nonna non sa chi è Maria de Filippi e neanche Barbara D’Urso
Mia nonna non sa chi sono Salvini, Renzi e Di Maio
Mia nonna è la più intelligente
Mia nonna è cosciente delle sue azioni
Mia nonna crede alle persone oneste
Mia nonna ascolta i consigli dei figli e dei nipoti
Mia nonna fa finta di non capire
Mia nonna non la freghi
Mia nonna è la più intelligente
Mia nonna conosce tutti i proverbi siciliani
Mia nonna capisce bene quello che vuoi dire ma non te lo dice
Mia nonna sarà sempre la moglie di un grande uomo emigrato in Germania per lavorare
Mia nonna sarà sempre la sorella di un grande uomo tornato a piedi dalla guerra in Russia
Mia nonna è contro la guerra
Mia nonna non augura la morte a nessuno
Mia nonna fa finta di non ricordare
Mia nonna non dimentica le cose più importanti della sua vita
Mia nonna è la più intelligente
Mia nonna non prega
Mia nonna non aspetta di morire anche se dice il contrario
Mia nonna ama parlare con le persone
Mia nonna non vuole stare sola
Mia nonna ha paura, ma lei non lo ammetterà mai
Mia nonna è gentile, ma se qualcuno non lo è con lei non gli rivolgerà più la parola
Mia nonna non ha mai fatto male a nessuno,

Mia nonna al massimo ti ignorava
Mia nonna crede ai valori della famiglia
Mia nonna non ha terminato gli studi
Mia nonna scrive lettere di auguri che ancora conservo gelosamente
Mia nonna non aveva bisogno di studiare
Mia nonna è la più intelligente

Piero Cancemi

Mia nonna è la più intelligente – mEEtale

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Quali mani asciugheranno le mie lacrime?

41k185fvkzl-_bo1204203200_Quali mani asciugheranno le mie lacrime? è un libro di Mariatu Kamara. The Bite of the Mango, è stato pubblicato nel 2008. In Italia, il libro è stato tradotto con il titolo Quali mani asciugheranno le mie lacrime dalla casa editrice Sperling & Kupfer.

Quando in Sierra Leone la guerra civile raggiunge il culmine, la piccola Mariatu ha dodici anni. Da un giorno all’altro le sue giornate spensierate a Magborou, il tranquillo villaggio in cui vive, sono stravolte dalla minaccia rappresentata dai ribelli armati, che incendiano, devastano, torturano e uccidono. Per sottrarsi ai loro attacchi è costretta a cercare rifugio nella boscaglia con la sua famiglia, dove ben presto le provviste iniziano a scarseggiare. Nel disperato tentativo di procurarsi cibo in un villaggio vicino, Mariatu viene sorpresa dagli insorti. Molti di loro sono suoi coetanei, ma non meno spietati degli adulti. I bambini soldato la costringono ad assistere a orrori e violenze inimmaginabili, per poi offrirle la libertà in cambio di un’atroce “punizione”. “Quale mano vuoi perdere per prima?” le chiede il capo dei guerriglieri. E il suo machete scende con violenza sui polsi della bambina amputandole entrambe le mani. Miracolosamente Mariatu riesce a mettersi in salvo in un ospedale, dove scoprirà di portare in grembo – lei, così giovane – il frutto di una violenza sessuale. E solo la prima tappa di un lungo cammino che la farà ricongiungere alla sua famiglia in un campo profughi, che la porterà a mendicare per le strade di Freetown, e poi, finalmente, a fuggire dall’inferno per l’intervento di un’organizzazione umanitaria grazie alla quale volerà fino in Canada.

 

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Né giusto né sbagliato

34a6d1132274cf65301fc91341c49e3c_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyNé giusto né sbagliato. Avventure nell’autismo è un libro di Paul Collins, traduzione di Carlo Borriello, pubblicato da Adelphi nel 2005.

Il piccolo Morgan Collins ha tre anni. Legge tutto quello che gli capita a tiro, dalle annate di vecchi giornali ai manuali di medicina. Ma se qualcuno gli chiede come si chiama non risponde, e le frasi più ovvie sono per lui un rompicapo insolubile. Per descrivere questo comportamento i medici sono soliti usare una parola semplice e definitiva: autismo. In realtà, come dimostra Paul Collins in questo affettuoso, disarmato e toccante ritratto dal vero di suo figlio, quella parola, prima che una diagnosi, è la soglia d’accesso a un continente misterioso e affascinante, con i suoi primi abitanti (il Ragazzo Selvaggio che sconcertò l’Europa del Settecento), i suoi cartografi (da Freud ad alcuni coraggiosi ricercatori di oggi, spesso non meno eccentrici dei loro pazienti), le sue imprevedibili propaggini (ad esempio i programmatori della Microsoft, che invece di guardarti in faccia seguono quello che dici sullo schermo del loro computer). Una volta chiuso a malincuore questo libro necessario e incantevole, intessuto di storie lontanissime fra loro, i lettori non sapranno probabilmente dire che cosa abbiano letto. E avranno una ragione di più per amare Collins quando afferma: «E comunque non è come pensano loro: non è una tragedia, non è una triste storia, e neppure il film della settimana. È la mia famiglia».

 

N̩ giusto n̩ sbagliato РAdelphi

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La sua vita non ha prezzo. Il disabile in famiglia

51jk-bzwj2l-_sx301_bo1204203200_La sua vita non ha prezzo. Il disabile in famiglia è un libro scritto da José Davin, pubblicato da Edizioni Paoline nel 2001.

La problematica che ruota intorno all’handicap/disabilità in famiglia è affrontata in 17 capitoletti, agili nell’esposizione, ricchi di esperienze e di un’umanità che si concretizza in coraggio e amore da parte dei familiari e in solidarietà e aiuto da parte di parenti, amici, conoscenti. Assicurare un posto dignitoso a ogni essere umano, anche quando i suoi limiti fossero enormemente ingombranti: questa è la sfida lanciata dalle persone handicappate, e accettata dalle famiglie e dagli amici, dagli specialisti e dai volontari che si fanno carico dell’ “accompagnamento”. Contro ogni tentazione di prevaricare contro il “diritto alla vita” dei soggetti più deboli e indifesi, un principio incontestabile viene qui asserito: ogni vita umana è un tesoro prezioso, un diritto inalienabile. Dal concepimento alla morte, attraverso l’educazione, il lavoro, l’espressione affettiva e sessuale, l’esistenza di una persona disabile assume tutta la dignità di un progetto umano integrale. Si tratta di accoglierlo, accompagnarlo e realizzarlo in nome di una solidarietà irrinunciabile, di un’autentica e “sacra” opzione a favore della vita. Di fronte alle deviazioni criminali di una interpretazione dell’eugenetica, che non concorda con i principi cristiani, ci pare necessario ribadire il principio irrinunciabile del rispetto di ogni vita da quando comincia fino al suo naturale compimento.

 

La sua vita non ha prezzo – libro – Amazon

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La neve nel cuore

9788874247028_0_0_300_80La neve nel cuore è un libro scritto da Helen Tricks, pubblicato da Aliberti nel 2011.

“Ci è stato detto che L* poteva essere, nell’ordine: ipovedente, sorda, autistica, affetta da lesione cerebrale, da malformazione cerebrale, affetta da reflusso gastroesofageo ma per il resto perfettamente sana, affetta da malattia metabolica, da sindrome genetica, da agnosia visiva. A parte la piccola malformazione del lobo temporale destro, probabilmente responsabile dell’epilessia, nessuna di queste affermazioni ha trovato conferma nelle indagini eseguite. Eppure sono tutte un po’ vere. L* non è cieca, ma non si guarda intorno come un bambino normale e credo che non abbia mai visto quanto è bella la neve o certi tramonti o alcune espressioni di suo fratello. Non è sorda ma non sente come gli altri, non ride quando si fa una battuta e sembra non sentire la magnificenza di una sinfonia di Beethoven. Non avendo mai avuto una vera diagnosi, le risposte alle nostre numerose e pressanti domande sono arrivate da sole, col tempo, vivendo e aspettando. Vivrà? Crescerà? Parlerà? Camminerà? Correrà? Capirà?”. Una storia vera. Il libro è il racconto di un duro percorso di accettazione alla ricerca di una diagnosi che non arriva mai. Ma è anche una testimonianza in cui l’autrice mette a nudo la propria disperazione e l’amore per la propria famiglia, e il modo in cui questi due sentimenti si fondono continuamente, generando un senso di ribellione interiore che solo il tempo potrà smussare. Helen Tricks è uno pseudonimo. L’autrice è una libera professionista e, prima di tutto, una madre.

Il libro è una fotografia, disincantata e senza filtri, di come è cambiata la vita dell’autrice nei tre anni successivi alla nascita della figlia, affetta da grave disabilità psicomotoria. È il racconto di un duro percorso di accettazione che si snoda attraverso l’incontro con altri genitori e con numerosi medici, troppo spesso inadeguati, nei tortuosi meandri della sanità pubblica nazionale, alla ricerca di una diagnosi che non arriva mai. Ma è anche un racconto d’intimità, in cui l’autrice mette a nudo la propria disperazione e l’amore per la propria famiglia, e il modo in cui questi due sentimenti, diversi e contrapposti, si fondono continuamente, generando un senso di ribellione interiore che solo il tempo potrà smussare.

 

La neve nel cuore – laFeltrinelli

La neve nel cuore – IBS

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U Megghiu Amicu

Quannu eramu picciriddri
iucavamu sempri insemmula,
prima n’ammucciavamu
e poi n’attruvavamu.

Crisciamu e u ni spartiamu mai,
iamu a la scola insemmula,
tu caminavi
e iu ti vinia d’appressu.

Tu pallavi e iu riria,
iu pallava e tu ririi,
ti taliava e li to occhi erano sempri addrumati,
mi taliavi tu e li me occhi eranu sempri cuntenti.

Ricordo quannu ti facisti zitu
e tu ricordi quannu iu mi fici zitu.
Eri troppu beddru quannu ti maritasti
e forsi eru beddru puru iu quannu mi marità.

Eru cu tia quannu nascì to figghiu
e tu eri cu mia quannu nascì me figghia.
Ora su fatti ranni li nostri figghi,
un chianciunu chiù quannu hannu fami.

Ora chianciu iu,
tu t’mmucciasti ma
iu ti cercu sempri,
puru chi sacciu runni si.

Iu vegnu sempri sulu i tia,
ti portu li ciuri,
taliu u marmu
e taliu a to fotografia.

Ma un ci si chiù,
tu un ti preoccupari,
a to figghiu e a to mugghieri un ci fazzu mancari nenti,
puru si un mi l’addumannanu.

Canusciu u to cori ranni,
mi lu insignasti tu socchè lu cori.
Sacciu soccu c’era rintra lu to cori
e rintra lu me cori ci si sempri tu.

 

Piero Cancemi

U megghiu amicu – LOPCom

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L’uomo più triste del mondo

Ogni giorno andavo in ufficio e ogni giorno si ripeteva la stessa scena, ancora con aria assonnata entravo nel palazzo e lo vedevo: era l’uomo più triste del mondo. Era un uomo di terza età, ma a quanto pare non così anziano da poter andare in pensione, era molto magro e di altezza media, indossava sempre una camicia sgualcita, aveva la schiena gobba e le braccia gli cadevano sempre penzoloni sui due lati del corpo, la testa era perennemente china in avanti, ma non abbastanza da nascondere la tristezza che abissava nel suo sguardo, la bocca chiusa con le labbra imbronciate era protagonista sul suo volto.

La mia giornata lavorativa iniziava quasi sempre con la vista dell’uomo più triste che abbia mai visto. All’inizio non ci facevo tanto caso, dato che non è vietato a nessuno essere tristi, ma l’uomo più triste del mondo attirò la mia attenzione perchè lo incontravo spesso durante la giornata lavorativa: prendevo l’ascensore per andare a prendere una bottiglietta d’acqua e l’uomo triste era lì che prendeva mestamente un caffè da solo; andavo in bagno attraversando l’ingresso del palazzo e l’uomo triste passava di lì; uscivo durante la pausa pranzo e l’uomo triste lo incrociavo all’uscita. L’uomo triste era sempre triste, non parlava con nessuno, non salutava nessuno, camminava gobbo e in silenzio guardava in basso. Passarono i mesi e ogni volta che incappavo nei pressi dell’uomo triste non cambiò mai espressione sul suo volto. Chissà che attività svolgeva nel palazzo? Chissà perchè era sempre triste? Chissà cosa gli sarà capitato nella vita? Povero uomo triste. C’erano giorni in cui pensavo che quella era solo una maschera per mostrare la sua serietà, altri giorni invece pensavo che gli fosse successo qualcosa di brutto, altri giorni che era solo sociopatico e che la presenza di persone lo facevano innervosire. Perchè l’uomo triste era sempre triste?
Un giorno mi diressi all’ascensore per salire e prendere una bottiglietta d’acqua dalle macchinette del sesto piano, entrai, schiacciai il tasto numero 6 e l’ascensore partì.
Al secondo piano l’ascensore si fermò per far salire le persone che l’avevano chiamato, si aprirono le porte e fuori c’era l’uomo più triste del mondo, entrò e l’ascensore ripartì per salire ancora.
Giunti al quarto piano arrivò un tremore nell’ascensore, voltai lo sguardo verso l’uomo triste ma quando lui alzò la testa l’ascensore si fermò.
«Merda!» dissi.
«Succede» rispose l’uomo triste.
Non ero spaventato, anzi, quando l’uomo triste mi rivolse la parola ero quasi contento.
«Suoniamo l’allarme» presi l’iniziativa pigiando il tasto.
L’uomo triste mi guardò e acconsentì con un un movimento del capo.
Suonai l’allarme e provai a rompere il ghiaccio, non volevo stare in silenzio.
«Capita spesso?» domandai.
«Sì capita spesso» mi rispose.
«E’ per caso triste per questo?» domandai ironicamente cercando si essere simpatico.
L’uomo mi guardò, non rispose e abbassò lo sguardo. Io imbarazzato rimasi qualche minuto in silenzio, ma dopo ripresi la parola:
«Mi scusi, non volevo sembrare stupido, ho provato solo a farla sorridere dato la situazione poco felice. Mi scusi, non accadrà più».
L’uomo triste mi guardò in silenzio e mentre stava per pronunciare una parola iniziò a piangere. Lo guardavo con gli occhi sbarrati e non sapevo che fare. Poi domandai:
«Ha paura? Cerchi di stare tranquillo, ci sono anch’io qui, siamo in due, cerchiamo di stare tranquilli entrambi».
L’uomo alzò il viso con le lacrime che scendevano dagli occhi e poi terminò di piangere.
«Mi scusi, mi capita spesso» mi disse.
«Non ha bisogno di scusarsi» risposi. Poi aggiunsi:


«Non abbia paura, ci sono io con lei».
«Questa è una frase che avrei voluto sentire tanto tempo fa» mi rispose guardandomi negli occhi.
«Scusi se sono indiscreto, ma posso chiederle il motivo? Siamo bloccati in ascensore, tanto vale che facciamo due chiacchiere mentre aspettiamo che ci vengano a liberare» proposi accennando un sorriso.
«Va bene» acconsentì l’uomo, «Lei che lavoro svolge in questo palazzo?» mi domandò.
«Io sono un semplice impiegato, smisto documenti e mi occupo di archiviazione dati» risposi, «Lei invece, di cosa si occupa?» domandai successivamente.
«Io lavoro per l’ufficio stampa che si occupa di viaggi».
«Allora è un lavoro piacevole».
«No».
«Perchè no?»
«Perchè nelle foto che devono finire sulle riviste vedo solo gente felice, vedo bambini che ridono e coppie che si baciano».
«Questo non le fa piacere?».
«Mia moglie e i miei due figli sono stati travolti da un camion mentre io ero andato a comprare due gelati per i bambini» mi rispose senza preamboli e senza esitazione.
«Mi dispiace, scusi, non sapevo» risposi imbarazzato.
«Non c’è bisogno di scusarsi, sono abituato alla commiserazione della gente quando racconto quest’aneddoto che mi ha distrutto la vita».
«Adesso capisco perchè è sempre triste».
«Mi dispiace ma non è solo per questo».
«Non voglio domandarle il motivo».
«Ma glielo dico lo stesso» mi rispose bruscamente, «Mi trovavo in un’altra città, non conoscevo nessuno e un giorno per la strada, in preda ai brutti ricordi, mi allontanai e mi poggiai sul marciapiede, mi era scattato quell’attimo in cui i pensieri prendono il sopravvento e cominciai a piangere seduto sul marciapiede con la faccia poggiata sulle mani ben aperte. La gente che passava mi ignorava e sfuggiva con lo sguardo esiliando i propri sensi di colpa, ero inutile alle persone così come ero inutile a me stesso. Ho tentato tante volte il suicidio ma sono un codardo anche in questo».
Terminate le parole l’uomo ricominciò a piangere, io lo abbracciai e lo strinsi forte a me. L’uomo più triste del mondo aveva smesso di credere nelle persone e nella gentilezza, aveva smesso di credere nella felicità.
Dopo qualche minuto l’ascensore ripartì e arrivammo entrambi al sesto piano. Offrii il caffè all’uomo e da quel giorno cominciammo a prendere il caffè insieme alla stessa ora, quando a volte non era presente all’orario andavo a cercarlo in giro per il palazzo fino a trovarlo. Ma quel giorno in cui restai bloccato in ascensore, quando tornai a casa, mi collegai su internet e pensai a quanto è idiota la gente nella vita reale, quella sera notai che sui social network si sprecano un sacco di belle parole, tutti si ricordano i compleanni di tutti e tutti mandano cuoricini e faccine felici, chi è veramente triste non manda le faccine tristi, chi è veramente triste sta semplicemente male, semplicemente come una stretta di mano, un abbraccio, un bacio, un sorriso o un caffè.

 

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