Pubblicato in: Pensieri e Citazioni, Validi

Non lo so

La mia vita la immaginavo così?

forse Sì

forse No

forse non lo so

Continuo ad avere soddisfazioni?

Continuo ad Amare?

Continuo a pensare che la vita è la cosa più importante che ho?

Continuo ad arrancare?

Strepitosamente Sì

Continuo insieme a tutti i problemi?

Mi fermo?

Mai

Credo che l’anima continua a mettermi alla prova?

Continuo a bere?

No, Sì, Forse

Mi manca?

Tornerò a brindare per la mia felicità?

Non ho mai smesso

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Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo di una bella vacanza

downloadVivi ogni giorno come se fosse l’ultimo è un libro scritto da Patrick J. Hughes, Patrick H. Hughes e Bryant Stamford, pubblicato da Sperling & Kupfer editori nel 2008.

Raccontata dalla penna del giornalista Bryant Stamford, che ha raccolto le testimonianze di Patrick Henry e del suo papà, è la storia straordinaria del modo attraverso cui un ragazzo davvero speciale vuole trasmetterci quello che ha imparato. Il dono più prezioso che ci possa fare.

Da piccolo preferivano chiamarlo bambino «speciale», invece di dire le cose come stavano. Patrick Henry Hughes è nato con una combinazione di malformazioni e patologie rarissime che lo ha condannato alla cecità e all’immobilità. Adesso, diventato adulto, tutti hanno capito che Patrick speciale lo è veramente. Nonostante un’esistenza difficile, al limite dell’impossibile, non ha mai mollato ed è riuscito a realizzare grandi sogni di felicità: suonare il pianoforte, andare all’università, giocare a football, e perfino trovare l’amore. Alla famiglia, che lo ha sempre incoraggiato, Patrick dona ogni giorno una formidabile lezione di vita e ottimismo. Questo libro è il suo modo di raccontarci quello che ha imparato.

 

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No, la depressione non è tristezza. E non si combatte “dandosi una mossa”

worried-girl-by-pixabay-ryanmcguire

Una “perturbazione dolorosa, più forte di ogni istanza moderatrice del volere”: così Carlo Emilio Gadda ne La cognizione del dolore descrive lo stato depressivo. Una rappresentazione che prenderemo per buona, perché una definizione soddisfacente di “depressione” ancora non esiste, e l’arte, in casi come questo, può venirci in aiuto, considerato che metà del suo scopo è proprio dare corpo agli stati d’animo più emblematici.

«Un errore che si fa spesso in buona fede con le persone affette da depressione è sollecitarli a reagire», spiega la psichiatra Cristina Toni, durante la conferenza La depressione: in cerca di una definizione (tra tristezza e malinconia). «Nella depressione c’è una fissità dello stato di dolore che non è influenzabile dalla volontà. Ciò che viene a mancare è proprio la volontà».

In buona sostanza chi – più o meno bonariamente – incita una persona depressa a darsi da fare («perché io ho avuto lo stesso problema e mi sono rimboccato le maniche» e via dicendo…) semplicemente non considera un fatto: la depressione non è la tristezza e il suo contrario non è la felicità, ma la vitalità. Lo spiegava già bene Gadda: “Più forte di ogni istanza moderatrice del volere”.

Distinguere depressione e tristezza – e ancora: malinconia, blues, spleen, lutto – è di fondamentale importanza secondo la dottoressa Toni. Perché la tristezza è uno stato d’animo connaturato nell’individuo, un’emozione fisiologica con una funzione adattativa importantissima, motivazionale e di analisi. La depressione invece è totalizzante e si traduce in un generale rallentamento, sia fisico che cognitivo ed emotivo. Tanto che, in alcuni casi, non si è più nemmeno in grado di fare le cose banali, dall’andare al lavoro a farsi la doccia.

Semplicemente, tutto diventa incredibilmente impegnativo. Alzarsi dal letto e lavarsi i denti è paragonabile a un’escursione in montagna, tutta in salita e sotto il sole (e senza borraccia d’acqua o barretta di cioccolato per darsi energia). Ogni azione si scompone nel cervello in tante micro azioni, tutte con un proprio peso specifico, tutte dispendiose di energia. E, soprattutto, tutte senza senso.

In una società attiva e molto prestazionale come la nostra, una persona che soffre di depressione è ancora soggetta a uno stigma fortissimo. A parte qualche emo superstite e certe ragazzine che su Instagram postano selfie dolenti accompagnati dalla posologia dei propri farmaci, le persone non amano pubblicizzare questa condizione, perché pensano che allontani le persone e che peggiori la propria immagine pubblica.

E hanno ragione. Lo confermano due studi condotti dal professor Guy A. Boysen della McKendree University (in uno, ad esempio, i partecipanti dovevano indovinare la bellezza fisica di alcune persone a partire da indicazioni caratteriali), che provano in buona sostanza che nella percezione comune le persone con disturbi mentali – come depressione e schizofrenia – hanno meno probabilità di avere successo nelle relazioni.

La depressione non è la tristezza e il suo contrario non è la felicità, ma la vitalità

Provoca vergogna, dunque. Eppure è incredibilmente diffusa. “Ora so che la depressione è il segreto di famiglia di ognuno di noi” ha detto lo scrittore Andrew Solomon durante un brillante Ted Talk sull’argomento.

Se le nostre case fossero, come nei film americani, tutte dotate di seminterrato, è lì che probabilmente si troverebbe: nella tana dell’uomo-topo di Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.

Per Solomon la depressione può essere evocata solo da metafore(l’abisso, il bordo, l’oscurità). O, per Dickens, il tarlo che erode lentamente. Continua a leggere “No, la depressione non è tristezza. E non si combatte “dandosi una mossa””

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Felicità

Lui sperava che i momenti in cui la stringeva tra le braccia durassero all’infinito, desiderava che la lancetta dell’orologio andasse indietro anziché in avanti quando la testa di lei era poggiata sulla sua spalla. Era felice quando i loro corpi si univano, quando le loro gambe si attorcigliavano, la abbracciava sempre quando erano distesi sul letto, si stringevano come se non potessero mai staccarsi, le labbra si fondevano le une alle altre, la fronte di lui poggiava su quella di lei, poggiando il naso al suo e scavandole gli occhi con lo sguardo. Quando facevano sesso, Riccio viveva quegli attimi con il corpo in simbiosi con la mente, con i sensi che diventavano autonomi di piacere potendo osservare la bellezza della nudità di lei, ascoltando i suoi sospiri e i suoi gemiti. Istrice sfiorava le cicatrici sparse sul corpo di Riccio, restava in silenzio senza dire niente e, accarezzandogliele semplicemente con le dita, provocava in lui un senso di piacere innescato dall’essere sfiorato e l’essere ascoltato.

Riccio riusciva sempre a fare sorridere Istrice e a offrirle tutto il rispetto che merita una donna nei minimi dettagli. Lei iniziò ad amarlo per quello che era e non per quello che cercava di rappresentare.

[Piero CancemiLa bestia non corre]

La bestia non corre – Unilibro