Pubblicato in: Libri, Racconti, Validi

Vent’anni

svolteCiao Francesco,
Non so niente di te ma ti ho pensato tanto in questi anni, costantemente, incessantemente. Solo oggi ho deciso di dare una svolta alla mia vita ammettendo la mia verità. Quella verità che non sono stato in grado di affrontare negli anni e che ho tenuto nascosta per troppo tempo. La verità che non mi faceva dormire la notte e non mi faceva stare bene durante tutto il giorno, mentre i miei pensieri si confondevano tra loro, sperando solo di terminare le mie giornate in un abisso di sonno perenne.
Forse non avrai voglia di leggere quello che è scritto su questo foglio e con una pessima calligrafia.
Mi chiamo Antonino, ma tutti mi chiamano Nino. Forse avrai già capito chi è l’autore di queste banali chiacchiere di presentazione prive di interesse. Ma forse invece non lo sai.
Io so chi sei tu, conosco tua madre, la conosco bene, ma sono tanti anni che non la vedo e che non la sento, esattamente vent’anni, la tua età.
So che vivi a Milano e che anche tua madre sta ancora lì. Non sono uno stalker e neanche un assassino, ma forse qualcosa di altrettanto schifoso e ingiustificabile. Sono un inutile uomo che alla tua età è stato solo in grado di scappare, di andare via da una responsabilità che non ha voluto assumersi. Non capivo niente e ho preferito fuggire da una gioia che tua madre aveva appena iniziato a tenere in grembo.
Io non ho genitori, non li ho mai avuti. Penso che la realtà in cui sono cresciuto, tra comunità per minori e affetto ricevuto solamente da estranei, abbia influenzato il mio modo di fare delle scelte. Oppure sono sempre stato una persona di merda incapace di prendere le giuste decisioni e che sta solo provando a giustificarsi. Ma ormai non ho più niente per cui giustificarmi.
Mi sono costruito tante immagini di te nella mia testa. A volte ti ho pensato con i capelli castani e gli occhi marroni come tua madre, a volte con i capelli neri e gli occhi cerulei come il sottoscritto. Ormai i miei capelli sono quasi tutti bianchi, però ti ho immaginato spesso simile a me quando avevo la tua età. Spero solo che non avrai il mio stesso carattere. A diciannove anni ero un poco di buono, mi facevo trascinare in brutti giri e brutte situazioni troppo facilmente. Non andavo a scuola, ma ogni tanto svolgevo umili lavoretti per potermi mantenere. Conobbi tua mamma a quell’età: era bellissima. All’inizio provava a ignorarmi, ma lei mi piaceva troppo. Io ero solo un mascalzone che aveva smesso di andare a scuola mentre lei era una bravissima e bellissima studentessa di famiglia borghese, una storia che si ripete dai tempi della proiezione di Lilli e il Vagabondo. Ma in questo caso non è andata a finire come in quel film. Ci siamo conosciuti, ci siamo frequentati e ci siamo innamorati. Ma l’amore a volte fa fare delle sciocchezze. Nel mio caso mi aveva solo dato una grande felicità, e io l’ho interpretato in maniera opposta. Ero giovane, ero impreparato e nella mia inadeguatezza a quel nuovo ruolo ho deciso, da immaturo, di scappare. I genitori di tua madre non mi sopportavano, e quando mi vedevano insieme a lei mi guardavano con disprezzo. Tuo nonno mi odiava, me lo diceva anche tua madre. Io ero un pesce fuor d’acqua in quella famiglia, ma non davo peso alla cosa; in realtà a me non interessava niente. Io volevo solo stare con tua madre, me ne infischiavo di tutto il resto.
Poi è arrivato quel giorno, quel maledetto giorno che non ho mai dimenticato. Ho incontrato lei e mi ha spiegato tutto. Mi ha detto che aspettava un bambino, che tua nonna l’aveva saputo, ma tuo nonno non sapeva niente. Una storia del cazzo che dovevo capire. Boh! Capire cosa? Cosa cazzo dovevo capire? Capire che aspettavamo un figlio e non lo doveva sapere nessuno? Capire che forse dovevamo fuggire per costruire una famiglia, ma con niente in mano? Che cazzo ne sapevo io? Avevo vent’anni. Nella vita ero solo riuscito a scappare da scuola, e in quel momento ho pensato di scappare anche da quella famiglia borghese del cazzo. Ho avuto solo questo pensiero. Ho pensato che i soldi li avrebbero tirati fuori loro. Tua madre era in gamba e se la sarebbe cavata. Io non volevo chiedere niente a nessuno. All’inizio ho deciso di cambiare città per dare una svolta alla mia vita, magari con un lavoro stabile. Pensavo che un giorno sarei tornato, ma purtroppo non è andata così, Francesco. Mi sono trasferito a Bologna. Ho cercato lavoro e ho provato a darmi una regolata. Ma niente. Ho trovato diversi lavori, guadagnavo dei soldi e poi li spendevo tutti nel peggiore dei modi facendomi del male. Ma solo quel male mi faceva stare bene.
Non so cosa ti abbia detto tua madre di me. Magari non te ne ha mai parlato. Magari dopo di me ha avuto subito un nuovo compagno, che ricopre ancora quello che doveva essere il mio ruolo. Sicuramente sarà una persona migliore di me. Immagino sia una persona benestante a cui non manca niente, anzi, che sia molto più ricco di una persona a cui non manca niente, e che non abbia fatto mancare nulla neanche a te. Vivete in una grande casa; avete l’aspirapolvere automatica che lucida tutto il parquet; la vostra governante utilizza l’apriscatole elettrico; il vostro chef vi cucina piatti contenenti panna acida e caviale; in garage è parcheggiata una De Lorean volante. Me la immagino così, una persona più ricca di una a cui non manca niente. Io invece sono solo uno squattrinato a cui manca tutto. Non ho una casa e non ho un aspirapolvere. Pago l’affitto e spazzo con la scopa. Apro i barattoli girando la manopola dell’apriscatole, mi cucino solo la pasta e in strada è parcheggiata la mia vecchia Fiat Panda. Sono riuscito ad arrivare solo a questo.

Continua a leggere “Vent’anni”

Pubblicato in: Poesie

Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare

Ho visto gatti farsi selfie e pubblicarli su Instagram
Ho visto bambini scocciati di essere sempre fotografati
Ho visto ragazze spogliarsi per fare una foto e vestirsi per fare una doccia
Ho visto persone fotografare un piatto di pasta caldo e mangiare un piatto di pasta freddo

Ho visto gente attraversare la strada senza guardare a destra e sinistra
Ho visto gente fare di tutta l’erba un fascio
Ho visto persone che promettono di chiamarti e poi non chiamano mai
Ho visto un bacio mandato con la mano che poi è arrivato veramente

Ho visto gente pensare che l’omosessualità sia una moda
Ho visto genitori rinnegare l’omosessualità del figlio perché potrebbe scaturire ilarità nella gente
Ho visto genitori che non conoscono il significato del verbo scaturire e neanche della parola ilarità
Ho visto persone pensare a quello che pensano gli altri e non a quello che penso io di loro

Ho visto genitori ordinare ai figli piccoli di non dire bugie
Ho visto gli stessi genitori ordinare ai figli adulti di non dire la verità
Ho visto donne che ambiscono solo a sposarsi e fare figli
Ho visto donne avvocati divorzisti sostenere la legge sull’aborto

Ho visto persone pentirsi di aver fatto l’amore
Ho visto donne giurare amore eterno al marito e gridarlo forte all’amante
Ho visto mariti trascurare le proprie mogli
Ho visto donne che non hanno mai avuto un vero orgasmo

Ho visto persone stare male perché non vogliono stare sole
Ho visto persone stare male perché desiderano solo stare sole
Ho visto ragazze sposarsi con un ascensore solo perché era libero
Ho visto ragazze riparare ascensori

Ho visto automobili rigate perché parcheggiate troppo a lungo nello stesso posto
Ho visto persone avvelenare un cane perché non erano in grado di avvelenare se stessi
Ho visto persone assetate di denaro che aspettano la morte dei propri genitori
Ho visto gente che per un euro in tasca perde mille euro di dignità

Ho visto volti così belli che non riesco a togliermeli dalla testa
Ho visto pensieri che provano a nascondersi
Ho visto la verità guardandoti negli occhi
Ho visto sapori che non riesco a dimenticare

Ho visto occhi che mostrano paure e perplessità
Ho visto mani che non sanno fare carezze
Ho visto mani che non vogliono manette
Ho visto uomini che mi fanno vergognare di esserlo anch’io

Ho visto sguardi che non meritano nessuna parola
Ho visto lacrime che vogliono tornare indietro
Ho visto l’alcool giustificarsi
Ho visto l’alcool umiliato

Ho visto donne che hanno le palle che un uomo non ha ancora trovato
Ho visto un abbraccio leggero come una carezza
Ho visto il piacere che provo quando varchi la porta
Ho visto gente rubare baci

Ho visto orgasmi che dicono la verità
Ho visto lingue che non ne hanno mai abbastanza
Ho visto occhi che non si nascondono
Ho visto baci che significano addii

Ho visto persone credere in un Dio e non nella fratellanza tra i popoli
Ho visto proteste utili solo a protestare
Ho visto gente che vota persone senza conoscerne il partito
Ho visto gente giudicare gli altri e mai se stessi

Ho visto sorrisi spegnersi
Ho visto occhi ricordare
Ho visto pensieri punirsi
Ho visto scorciatoie dilungarsi

Ho visto il tuo coraggio prendere vita
Ho visto la tua forza non abbandonarti
Ho visto le tue pagine bianche piene di parole
Ho visto la tua rima cercare un ossimoro

Piero Cancemi – Meetale

Pubblicato in: Libri, Validi

Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile

 

41-akijgujl-_sx352_bo1204203200_Zigulì è un libro scritto da Massimiliano Verga, pubblicato da Mondadori nel 2012.

Massimiliano Verga è il padre di Jacopo, Cosimo e Moreno, un bellissimo bambino di otto anni, nato sano e diventato gravemente disabile nel giro di pochi giorni. «Ho raccolto gli odori, i sapori e le immagini della vita con mio figlio Moreno. Odori per lo più sgradevoli, sapori che mi hanno fatto vomitare, immagini che i miei occhi non avrebbero voluto vedere. Ho perfino pensato che fosse lui ad avere il pallino della fortuna in mano, perché lui non può vedere e ha il cervello grande come una Zigulì. Da zero a dieci, continuo a essere incazzato undici. Però mi piacerebbe riuscire a scattare quella fotografia che non mi abbandona mai, quella che ci ritrae quando ci rotoliamo su un prato, mentre ce ne fottiamo del mondo che se ne fotte di noi.
Questo libro è uno dei tanti scatti che ho fatto negli ultimi anni.»
Queste pagine sono una raccolta di pensieri e immagini quotidiane su che cosa significhi vivere accanto a un disabile grave (la rabbia, lo smarrimento, l’angoscia, il senso di impotenza), pensieri molto duri, ma talvolta anche molto ironici, su una realtà che per diverse ragioni (disagio, comodità, pietà) tutti noi preferiamo spesso ignorare. E che forse, proprio perciò, nessuno ha mai raccontato nella sua spietata interezza.

Zigulì – Amazon

Pubblicato in: Libri, Validi

La bambina di vetro

“Le cose si rompono in continuazione. Bicchieri, piatti, unghie. Le promesse. I cuori”

9788863800555_la_bambina_di_vetro

La bambina di vetro (Handle with Care) è un libro scritto da Jodi Picoult pubblicato nel 2009.

Tutti i genitori in attesa vi diranno che non vogliono un bambino perfetto, ma che vogliono un bambino sano. Anche Charlotte e Sean O’Keefe avrebbero chiesto un bambino sano, se avessero potuto scegliere. Invece, la loro vita è fatta di preoccupazioni, di notti insonni, di conti che si accumulano, degli sguardi pietosi dei genitori «più fortunati» e, peggio ancora, di «e se…». E se la loro bambina fosse nata sana? Ma vale la pena di affrontare tutto questo, perché Willow è perfetta, per quanto strano possa sembrare. È intelligente e carina, gentile e coraggiosa e, per avere solo cinque anni, è inaspettatamente e profondamente saggia. Willow è Willow, in salute e in malattia. Ma quel «e se…» scava a fondo nel cuore e nella mente di Charlotte, che proprio in nome di Willow e dell’amore che ha per lei, decide di affrontare un processo contro la ginecologa che non ha diagnosticato prima la malattia della bambina: osteogenesi imperfetta, un termine asettico che descrive una fragilità ossea incompatibile con uno sviluppo e una vita «normali». Questo significa per lei cercare risposta a una serie di domande che forse una madre non dovrebbe mai essere costretta a rivolgersi. E se Sean e Charlotte avessero saputo prima della malattia di Willow? E se la loro amata Willow non fosse mai nata?

La bambina di vetro – Corbaccio

La bambina di vetro – Amazon

Pubblicato in: Racconti

L’uomo più triste del mondo

Ogni giorno andavo in ufficio e ogni giorno si ripeteva la stessa scena, ancora con aria assonnata entravo nel palazzo e lo vedevo: era l’uomo più triste del mondo. Era un uomo di terza età, ma a quanto pare non così anziano da poter andare in pensione, era molto magro e di altezza media, indossava sempre una camicia sgualcita, aveva la schiena gobba e le braccia gli cadevano sempre penzoloni sui due lati del corpo, la testa era perennemente china in avanti, ma non abbastanza da nascondere la tristezza che abissava nel suo sguardo, la bocca chiusa con le labbra imbronciate era protagonista sul suo volto.

La mia giornata lavorativa iniziava quasi sempre con la vista dell’uomo più triste che abbia mai visto. All’inizio non ci facevo tanto caso, dato che non è vietato a nessuno essere tristi, ma l’uomo più triste del mondo attirò la mia attenzione perchè lo incontravo spesso durante la giornata lavorativa: prendevo l’ascensore per andare a prendere una bottiglietta d’acqua e l’uomo triste era lì che prendeva mestamente un caffè da solo; andavo in bagno attraversando l’ingresso del palazzo e l’uomo triste passava di lì; uscivo durante la pausa pranzo e l’uomo triste lo incrociavo all’uscita. L’uomo triste era sempre triste, non parlava con nessuno, non salutava nessuno, camminava gobbo e in silenzio guardava in basso. Passarono i mesi e ogni volta che incappavo nei pressi dell’uomo triste non cambiò mai espressione sul suo volto. Chissà che attività svolgeva nel palazzo? Chissà perchè era sempre triste? Chissà cosa gli sarà capitato nella vita? Povero uomo triste. C’erano giorni in cui pensavo che quella era solo una maschera per mostrare la sua serietà, altri giorni invece pensavo che gli fosse successo qualcosa di brutto, altri giorni che era solo sociopatico e che la presenza di persone lo facevano innervosire. Perchè l’uomo triste era sempre triste?
Un giorno mi diressi all’ascensore per salire e prendere una bottiglietta d’acqua dalle macchinette del sesto piano, entrai, schiacciai il tasto numero 6 e l’ascensore partì.
Al secondo piano l’ascensore si fermò per far salire le persone che l’avevano chiamato, si aprirono le porte e fuori c’era l’uomo più triste del mondo, entrò e l’ascensore ripartì per salire ancora.
Giunti al quarto piano arrivò un tremore nell’ascensore, voltai lo sguardo verso l’uomo triste ma quando lui alzò la testa l’ascensore si fermò.
«Merda!» dissi.
«Succede» rispose l’uomo triste.
Non ero spaventato, anzi, quando l’uomo triste mi rivolse la parola ero quasi contento.
«Suoniamo l’allarme» presi l’iniziativa pigiando il tasto.
L’uomo triste mi guardò e acconsentì con un un movimento del capo.
Suonai l’allarme e provai a rompere il ghiaccio, non volevo stare in silenzio.
«Capita spesso?» domandai.
«Sì capita spesso» mi rispose.
«E’ per caso triste per questo?» domandai ironicamente cercando si essere simpatico.
L’uomo mi guardò, non rispose e abbassò lo sguardo. Io imbarazzato rimasi qualche minuto in silenzio, ma dopo ripresi la parola:
«Mi scusi, non volevo sembrare stupido, ho provato solo a farla sorridere dato la situazione poco felice. Mi scusi, non accadrà più».
L’uomo triste mi guardò in silenzio e mentre stava per pronunciare una parola iniziò a piangere. Lo guardavo con gli occhi sbarrati e non sapevo che fare. Poi domandai:
«Ha paura? Cerchi di stare tranquillo, ci sono anch’io qui, siamo in due, cerchiamo di stare tranquilli entrambi».
L’uomo alzò il viso con le lacrime che scendevano dagli occhi e poi terminò di piangere.
«Mi scusi, mi capita spesso» mi disse.
«Non ha bisogno di scusarsi» risposi. Poi aggiunsi:


«Non abbia paura, ci sono io con lei».
«Questa è una frase che avrei voluto sentire tanto tempo fa» mi rispose guardandomi negli occhi.
«Scusi se sono indiscreto, ma posso chiederle il motivo? Siamo bloccati in ascensore, tanto vale che facciamo due chiacchiere mentre aspettiamo che ci vengano a liberare» proposi accennando un sorriso.
«Va bene» acconsentì l’uomo, «Lei che lavoro svolge in questo palazzo?» mi domandò.
«Io sono un semplice impiegato, smisto documenti e mi occupo di archiviazione dati» risposi, «Lei invece, di cosa si occupa?» domandai successivamente.
«Io lavoro per l’ufficio stampa che si occupa di viaggi».
«Allora è un lavoro piacevole».
«No».
«Perchè no?»
«Perchè nelle foto che devono finire sulle riviste vedo solo gente felice, vedo bambini che ridono e coppie che si baciano».
«Questo non le fa piacere?».
«Mia moglie e i miei due figli sono stati travolti da un camion mentre io ero andato a comprare due gelati per i bambini» mi rispose senza preamboli e senza esitazione.
«Mi dispiace, scusi, non sapevo» risposi imbarazzato.
«Non c’è bisogno di scusarsi, sono abituato alla commiserazione della gente quando racconto quest’aneddoto che mi ha distrutto la vita».
«Adesso capisco perchè è sempre triste».
«Mi dispiace ma non è solo per questo».
«Non voglio domandarle il motivo».
«Ma glielo dico lo stesso» mi rispose bruscamente, «Mi trovavo in un’altra città, non conoscevo nessuno e un giorno per la strada, in preda ai brutti ricordi, mi allontanai e mi poggiai sul marciapiede, mi era scattato quell’attimo in cui i pensieri prendono il sopravvento e cominciai a piangere seduto sul marciapiede con la faccia poggiata sulle mani ben aperte. La gente che passava mi ignorava e sfuggiva con lo sguardo esiliando i propri sensi di colpa, ero inutile alle persone così come ero inutile a me stesso. Ho tentato tante volte il suicidio ma sono un codardo anche in questo».
Terminate le parole l’uomo ricominciò a piangere, io lo abbracciai e lo strinsi forte a me. L’uomo più triste del mondo aveva smesso di credere nelle persone e nella gentilezza, aveva smesso di credere nella felicità.
Dopo qualche minuto l’ascensore ripartì e arrivammo entrambi al sesto piano. Offrii il caffè all’uomo e da quel giorno cominciammo a prendere il caffè insieme alla stessa ora, quando a volte non era presente all’orario andavo a cercarlo in giro per il palazzo fino a trovarlo. Ma quel giorno in cui restai bloccato in ascensore, quando tornai a casa, mi collegai su internet e pensai a quanto è idiota la gente nella vita reale, quella sera notai che sui social network si sprecano un sacco di belle parole, tutti si ricordano i compleanni di tutti e tutti mandano cuoricini e faccine felici, chi è veramente triste non manda le faccine tristi, chi è veramente triste sta semplicemente male, semplicemente come una stretta di mano, un abbraccio, un bacio, un sorriso o un caffè.

 

Racconto su Meetale

Racconto su EWRITERS scrivere per essere letti