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Né giusto né sbagliato

34a6d1132274cf65301fc91341c49e3c_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyNé giusto né sbagliato. Avventure nell’autismo è un libro di Paul Collins, traduzione di Carlo Borriello, pubblicato da Adelphi nel 2005.

Il piccolo Morgan Collins ha tre anni. Legge tutto quello che gli capita a tiro, dalle annate di vecchi giornali ai manuali di medicina. Ma se qualcuno gli chiede come si chiama non risponde, e le frasi più ovvie sono per lui un rompicapo insolubile. Per descrivere questo comportamento i medici sono soliti usare una parola semplice e definitiva: autismo. In realtà, come dimostra Paul Collins in questo affettuoso, disarmato e toccante ritratto dal vero di suo figlio, quella parola, prima che una diagnosi, è la soglia d’accesso a un continente misterioso e affascinante, con i suoi primi abitanti (il Ragazzo Selvaggio che sconcertò l’Europa del Settecento), i suoi cartografi (da Freud ad alcuni coraggiosi ricercatori di oggi, spesso non meno eccentrici dei loro pazienti), le sue imprevedibili propaggini (ad esempio i programmatori della Microsoft, che invece di guardarti in faccia seguono quello che dici sullo schermo del loro computer). Una volta chiuso a malincuore questo libro necessario e incantevole, intessuto di storie lontanissime fra loro, i lettori non sapranno probabilmente dire che cosa abbiano letto. E avranno una ragione di più per amare Collins quando afferma: «E comunque non è come pensano loro: non è una tragedia, non è una triste storia, e neppure il film della settimana. È la mia famiglia».

 

N̩ giusto n̩ sbagliato РAdelphi

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Mio figlio ha le ali. Storie di quotidiana disabilità

31ypsrkedil-_bo1204203200_Mio figlio ha le ali è un libro di Mauro Ossola, pubblicato da Erickson nel 2007.

Cosa possono raccontare delle storie di quotidiana disabilità? Dipende da cosa ci si aspetta di trovare. Solo lacrime, disperazione o rassegnazione? No, non in questo libro. Raccontano determinazione, rabbia, fede e forza indicibile; raccontano i sorrisi di bambini che non sono sventure, di madri non dipinte in nero, di papà a volte un po’ strani, ma tutti uniti da un unico “credo”: la diversità allontana solo al primo approccio. Dopo subentra il desiderio di conoscere – quello che ha permesso all’uomo di arrivare fin sulla Luna – e a quel punto la disabilità affascina, seduce, perché si scoprono differenze, accanto a somiglianze, in un miscuglio che si prova invano a separare scoprendo poi, invece, che è perfetto così: come una gemma incastonata in una roccia che riluce il doppio proprio grazie al contrasto.

 

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Mio figlio ha le ali – Erickson

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Vent’anni

Dal racconto Vent’anni scritto da Piero Cancemi presente nell’antologia Svolte.

svolteNon so cosa ti abbia detto tua madre di me. Magari non te ne ha mai parlato. Magari dopo di me ha avuto subito un nuovo compagno, che ricopre ancora quello che doveva essere il mio ruolo. Sicuramente sarà una persona migliore di me. Immagino sia una persona benestante a cui non manca niente, anzi, che sia molto più ricco di una persona a cui non manca niente, e a che non abbia fatto mancare nulla neanche a te. Vivete in una grande casa; avete l’aspirapolvere automatica che lucida tutto il parquet; la vostra governante utilizza l’apriscatole elettrico; il vostro chef vi cucina piatti a base di panna acida e caviale; in garage è parcheggiata una DeLorean volante. Me la immagino così, una persona più ricca di una a cui non manca niente. Io invece sono solo uno squattrinato a cui manca tutto. Non ho una casa e non ho un’aspirapolvere. Pago l’affitto e spazzo con la scopa. Apro i barattoli girando la manopola dell’apriscatole, mi cucino solo la pasta e in strada è parcheggiata la mia vecchia Fiat Panda. Sono riuscito ad arrivare solo a questo.

Ho anche pensato che forse tua madre non ha ancora trovato il compagno giusto. Non lo so, magari inizialmente ti avrà detto che tuo padre era fuori per lavoro e che presto sarebbe tornato a casa. Faceva un lavoro per cui non gli era permesso telefonare agli altri, tipo per i servizi segreti, e non poteva farsi sentire. Allora tu aspettavi e aspettavi fiducioso il giorno in cui il tuo papà avrebbe varcato la porta d’ingresso. Lo avresti abbracciato forte, ridendo felice. Gli avresti dato tutti i regali che avevi preparato per la festa del papà e che avevi sempre conservato per quel fatidico momento.

Magari immaginavi tuo padre come un uomo alto e grosso che non aveva paura di niente. Un vero eroe. Magari un eroe di guerra morto in un conflitto a fuoco per difendere la sua patria e la sua famiglia. Il suo corpo però era stato sepolto lontano, in Cina, oppure in Indonesia, oppure in Canada, non lo so. Comunque in qualsiasi posto dove non saresti potuto andare: in quel caso sarebbe stato veramente un eroe. Credo sia bello pensare di avere un papà eroe.

Tua madre non era stupida, anzi, il contrario, non si meritava di stare con me. Magari ti avrà semplicemente detto che tuo padre è un pezzo di merda. Spero ti abbia detto così perché è questa la verità. Non so cosa ti abbia detto e non so se sta con qualcuno. Non so un cazzo. Non so se ti è mancato qualcosa nella vita o solo una figura paterna, anche senza lavoro e senza quattrini, solo quella figura umana che bastava indicare per identificare un genitore.

Sono stato un ragazzino che non conosceva la vita e che ha abbandonato la sua donna mentre aspettava il loro bambino. Ora che sono un uomo continuo a non capire niente di questa vita.

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A mia discolpa

41hw6dvw4nl-_sx333_bo1204203200_A mia discolpa è un libro di Fiammetta Colapaoli pubblicato da Edizioni del Cerro nel 2005.

Questo volume si colloca nell’ambito di un Progetto dell’Associazione “Tuttinsieme”, il cui obiettivo è la sensibilizzazione sui temi legati alla disabilità e la promozione della tutela per le famiglie in difficoltà. Si tratta dell’autobiografia di una madre, che con la sua famiglia ha dovuto porsi di fronte al particolare percorso di vita del figlio, affetto dalla sindrome della X Fragile; l’autrice esprime l’insieme di sentimenti contrastanti, talvolta anche dolorosi (la solitudine, il senso di colpa), che la accompagnano dal momento della diagnosi, alla certificazione, all’inserimento nella scuola. Una testimonianza diretta e toccante che ha spinto altre donne a confrontarsi per iscritto con la propria esperienza.

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Pubblicato in: Poesie

Picciriddru

Quannu eri picciriddru
ti piacia iucari,
ti piacia curriri,
però a voti carii.

Ti facii mali,
chiancii forti,
sempri chiù forti.
Allura iu vinia subbitu i tia.

Ti cugghia rin terra
e t’abbrazzava figghiu me.
Annacava u me picciriddru,
accussì a chiantava i chianciri.

Ora si fattu ranni figghiu me,
si un omo oramai.
Tu rici chi un ti scanti i nenti.
Ma socchè stu scantu chi vo riri?

Tu ora un curri chiù,
ma cari in terra u stessu figghiu me,
tu un nici nenti,
ma ora sugnu iu ca mi scantu.

Un scurdari chi iu sugnu sempri to patri,
un ti scantari i chianciri cu mia,
iu sugnu sempri insemmula a tia,
picchì iu t’abbrazzu puru ora.

E’ veru che tu si un omo forti,
ma vogghiu viriri u stessu
si a finisci i chianciri
comu quannu eri picciriddru.

 

Piero Cancemi

Picciriddru – LOPCom