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Quando danza vuol dire integrazione diventa â€œdanceability”

Improvvisazione, relazione, contatto, coreografie e musica per un’arte adatta a tutti. Perché si può ballare e saltare anche solo con un dito. Da Nord a Sud, ecco le principali esperienze italiane di un metodo che viene da lontano

28 Danceability_PhotoByMariaCardamone

ROMA – Non si tratta di curare né di voler mettere a confronto l’uno con l’altro, ma di accettare ognuno così com’è. Sta qui la radice di un’idea che, grazie a tanta determinazione e a una rete continuamente in espansione, ha portato la danceability di Alito Alessi in tutto il mondo, con un marchio registrato e circa 500 insegnanti certificati in oltre 40 Paesi. Ne racconta Elisabetta Proietti sulle pagine di SuperAbile Inail, rivista sui temi della disabilità pubblicata dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Portare tutti a danzare. Danzatore e coreografo statunitense, dagli anni Ottanta Alessi si pone la questione: portare a danzare tutti; far sperimentare a tutti, nessuno escluso, la bellezza dell’arte coreutica, per troppo tempo chiusa nello scrigno di una magia avverabile per pochi eletti, dai corpi perfetti e dalle movenze già scritte. Alessi rovescia il punto di vista: tutta l’umanità, anche quella che non risponde ai canoni precostituiti della perfezione fisica o mentale, può danzare, può instaurare una relazione, respirare, variare lentezza e velocità, sperimentare anche con una sola parte del corpo ogni emozione possibile. Per esempio, chi l’ha detto che non si può saltare con un dito, cogliendo e sentendo tutto il significato del “saltare”? Fondamentale è, dice Alessi, “partire dalla persona: da come essa è dipende la danza che ne scaturirà. Il metodo cambia a seconda di chi si incontra”.

E il metodo potenzia lo sviluppo delle proprie possibilità espressive e creative senza mai isolare nessuno. Possono partecipare persone cieche, sorde, sulle sedie a ruote, con problemi cardiaci o motori, persone che apparentemente non rispondono al mondo esterno, amanti del mondo dello spettacolo o danzatori professionisti. Ognuno può lavorare in modo collaborativo e si può esprimere con quello che trae e che apporta al gruppo. La danceability, che lo stesso suo fondatore definisce “studio dell’improvvisazione del movimento”, anche in Italia conta insegnanti certificati e viene praticata in diverse città e contesti, messa in pratica da singoli docenti o team, associazioni, compagnie.

La forza sta nell’inclusione. Eleni Tsili è danzatrice, educatrice di movimento artistico e insegnante certificata di danceability, lavora tra Roma, Grecia e Germania: “La forza di questo lavoro sta nell’inclusione. La cosa più importante è trovare modi di comunicazione, capire che le cose invisibili che ci limitano sono molte di più delle disabilità evidenti”. E non ci sono differenze, quando si tratta di superare i propri limiti, tra persone disabili e non: “Ci mettono in difficoltà i nostri limiti personali, che scopriamo e non sapevamo di avere”. Danzando, il movimento fa aprire verso gli altri e quello che si sperimenta, in sostanza, è la gioia: “Avere uno spazio in cui relazionarsi con gli altri attraverso il movimento è gioia enorme”.

Chi può partecipare ai corsi di danceability? “Tutti a partire dai 15 anni in su”, risponde Eleni Tsili. Si formano gruppi integrati di sette-dodici persone e percorsi che vanno dai tre mesi a un anno. “Lavoriamo con un gruppo satellite, anch’esso costituito da persone con disabilità e non, che collaborano al progetto”. Aggiunge Tsili: “Il mio compito è di agevolare una possibilità. È un progetto artistico fatto di improvvisazione, esplorazione. Poi man mano insieme si costruiscono sequenze, piccole coreografie”. E, grazie a specifiche modalità e con la collaborazione dell’altro, anche chi ha problemi mentali o di memoria può ricordare le coreografie. Ancora nella capitale l’associazione culturale Fuori Contesto insegna e promuove teatro e danceability per tutte le fasce di età e organizza festival in spazi urbani aperti, coinvolgendo il pubblico in strada. “Il corpo è strumento di educazione all’incontro e alla relazione”, chiarisce Emilia Martinelli che di Fuori Contesto è fondatrice oltre che direttrice artistica, autrice e regista. La scelta della danceability per Emilia è scaturita dalla partecipazione a un laboratorio della Uildm Lazio. “Insegno a circa 200 persone a settimana e ogni incontro mi emoziona, mi stupisco sempre”. Spiega: “La danceability è un codice che permette a tutti di danzare in relazione. Il suo fondatore ha “spacchettato” i codici della danza contemporanea. È molto importante che ci si ascolti reciprocamente, perché l’azione dell’uno dipende dall’azione dell’altro. Ed è uno strumento che facilita tutti, dai bambini agli anziani”. Quale difficoltà riscontra più spesso? “La difficoltà per tutti, persone disabili e non, è approcciarsi a un linguaggio differente. Nella danceability i ruoli si ribaltano di continuo. Tutti colgono che sono persone con la stessa dignità degli altri”.

Tra le diverse altre esperienze italiane di danceability a cui ci si può rivolgere ci sono il centro Oriente Occidente del Trentino Alto Adige, “Ottavo giorno” di Padova, “Deos Danse Ensemble” di Genova, “Choronde” di Roma con Sarah Silvagni, “Let’s dance” a Reggio Emilia. Infine la rete internazionale Danceability.com dà conto delle principali esperienze nei vari Paesi. Ognuna di esse mette al centro l’impegno per un mondo più libero da pregiudizi e barriere.

 

Articolo su Redattore Sociale

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Monica e il bracciale per i bimbi ciechi: «Così giocano come gli altri»

Lo strumento inventato da Gori, dell’Iit di Genova: «Grazie ai suoni emessi riescono a correre e a giocare a “Un, due, tre, stella!”»

articolo di Elena Tebano

Da piccola Monica Gori non era brava a scuola, tanto che le hanno sconsigliato di fare il liceo. «Più tardi – dice – ho capito che era perché non sono una persona visiva, ma “acustica”: l’apprendimento scolastico privilegia il senso della vista rispetto agli altri, ma io così non riuscivo a imparare». Solo alle superiori, studiando da orafa all’istituto d’arte, si è resa conto di avere comunque «una mente creativa». È grazie anche a quell’esperienza personale però che è stata capace di immaginare lo strumento di una piccola, semplicissima, magia: un braccialetto sonoro sviluppato dal suo team di ricerca all’Istituto italiano di tecnologia (Iit) che permette ai bambini non vedenti di giocare a “Un, due, tre, stella!” o ad acchiappino come tutti gli altri. «Vederli correre liberamente e ridere di gioia – racconta – è una delle cose più belle che mi ha dato il mio lavoro».

Aretina, 38 anni, psicologa di formazione («Alla fine mi sono laureata in 3 anni invece che 5, a Firenze»), dopo un periodo al Cnr di Pisa, ha fatto il dottorato all’Iit di Genova con Giulio Sandini, uno dei padri della robotica, non solo in Italia. «Mi interessava capire il funzionamento del cervello, ma la psicologia da sola, per me, era troppo astratta: volevo qualcosa di più pratico». All’esame di ammissione ancora una volta le è tornato utile l’apprendistato da orafa: «Ero l’unica psicologa con otto ingegneri: a loro hanno chiesto se sapevano saldare circuiti con la microsaldatrice, a me no perché hanno dato per scontato che non ne fossi capace, invece ero l’unica a saperlo fare». Oggi coordina l’U-Vip lab (Unit for visually impaired people) dell’Iit, un gruppo di ricerca di 15 persone, che porta avanti «un’idea di tecnologia che si basa sulla conoscenza scientifica del cervello per creare strumenti al servizio delle persone».

Nello specifico, le persone ipo o non vedenti. Quando lei ha iniziato a occuparsene, erano poco considerate dalla comunità scientifica: «Ancora oggi, nonostante i progressi tecnologici, la maggior parte di loro continua ad affidarsi al bastone o ai cani guida perché la maggior parte delle tecnologie disponibili sono o poco utili, o invasive, o così complicate che necessitano molte ore di addestramento – spiega Gori–. Soprattutto non sono pensate per i bambini: dei 48 dispositivi per non vedenti o ipovedenti che esistono, solo due posso essere usati anche dai bimbi».

L’infanzia invece è un momento cruciale: quello in cui, con gli stimoli adeguati, si sviluppano le capacità che accompagnano le persone per tutta la vita. Chi non vede è privato di una parte di questi stimoli, e quindi ha, per esempio, più difficoltà con la memoria. Mentre non è vero, come si ritiene di solito, che i non vedenti abbiano gli altri sensi acuiti: è stata proprio Monica Gori la prima ad averlo dimostrato, con una serie di esperimenti che l’hanno fatta conoscere agli scienziati di tutto il mondo. Le tecnologie sviluppate dell’U-Vip lab invece sono tutte pensate per favorire l’apprendimento motorio, sensoriale e sociale delle persone non vedenti. Come l’Audiobruch, una sorta di tastiera acustica che permette di «dipingere» dei paesaggi sonori (replicando suoni reali) e di giocare a un memory card dove al posto delle tessere con le immagini, ci sono i rumori. Il dispositivo più versatile però è Abbi («Audio Bracelet for blind interaction»), il «braccialetto audio per l’interazione non mediata dalla vista».

A vederlo sembra quasi elementare: una piccola cassa di plastica attaccata a un cinturino elastico che lo fa assomigliare al vecchio popswatch, e che emette suoni diversi e ritmici a secondo della posizione nello spazio di chi lo indossa. In realtà è basato sulle teorie più avanzate sul ruolo che la visione ha nello sviluppo dei bimbi e permette ai non vedenti di «sostituire» la vista con l’udito, in modo da avere un feedback acustico delle proprie e altrui azioni, capire come è fatto il proprio corpo e come è strutturato lo spazio intorno a loro. Soprattutto permette ai bambini di giocare senza bisogno di vedere. «Se qualcuno si muove dopo lo “stella!”, il braccialetto emette dei suoni, e allora — dice Gori con un sorriso — deve tornare indietro». Un regalo agli altri bambini da parte della ex bambina che non riusciva a imparare solo con la vista.

 

Articolo su Corriere della sera

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Una sedia a rotelle che sale le scale e percorre terreni sterrati: il progetto di uno studente delle superiori

Articolo di Alice Pace

Dal primo schizzo su carta al prodotto finito, passando per stampa 3D, motori trovati su Amazon e kit Arduino. Ecco la storia di un prototipo tutto italiano

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“Scale, ascensori fuori servizio, marciapiedi senza rampa, sentieri sterrati: ogni volta che me li trovavo davanti, mio padre doveva rimboccarsi le maniche, prendermi di peso e proseguire così”

A parlare è Davide Segalerba, fresco di diploma in Meccanica-meccatronica all’Istituto tecnico superiore Galileo Galilei di Genova e autore del progetto per una sedia a rotelle elettrica pronta a sfidare, più di ogni altra al momento, le barriere architettoniche.

“Sono affetto da nanismo e sin da piccolo, ad anni alterni, mi sono dovuto sottoporre a interventi chirurgici che mi impedivano di camminare. In pratica ho trascorso undici anni sulla sedia a rotelle”, racconta. È in quel lungo periodo, trascorso girando per ospedali, che Davide si è reso conto di quante persone si trovassero nella sua stessa condizione, e di quanti ostacoli fossero costrette a superare, a volte anche solo per compiere un breve tratto del percorso. “Per fortuna i miei interventi sono finiti, io oggi cammino e posso andare avanti con la mia vita in modo perfettamente autonomo”, ci dice, “ma non ho dimenticato, perciò ho voluto realizzare proprio questo prototipo”.

Il prototipo in questione è una carrozzina unica nel suo genere. Al posto delle ruote ha una coppia di cingoli e può arrampicarsi sui gradini delle scalinate e dei marciapiedi così come cavarsela su strade dissestate e di campagna con pendenze fino anche al 30 per cento. È telecomandata attraverso un joystick, ma può rispondere benissimo ai comandi vocali, in modo da consentirne l’impiego anche a persone con problemi anche agli arti superiori attraverso una app per dispositivi iOs e Android.

 

Articolo su Wired