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La Collega

Racconto presente nell’antologia ‘U SFINCIUNI pubblicata da Senso Inverso Edizioni a Luglio 2019U Sfinciuni

Avevo cambiato ufficio da poco ed iniziai a conoscere i nuovi colleghi; ma solo giorni dopo qualcosa iniziò a cambiare: una collega che non mi era stata presentata il giorno del mio arrivo si diresse con prepotenza verso di me. La puntavo mentre si avvicinava, ma scrutandola attentamente avevo serie difficoltà a ignorare la mia mente impudente. La bellissima donna dal fisico longilineo si avvicinava impettita con disinvoltura, i suoi lunghi capelli castani, ondulati e molto voluminosi, sobbalzavano mentre i suoi tacchi neri emettevano un forte e veloce ticchettio sul pavimento di marmo esaltando quel momento. Una volta giunta vicino alla mia scrivania mi alzai dalla sedia e mi presentai, allungai la mano e strinsi delicatamente la sua dalle unghie color rosso fuoco, come quel fuoco che iniziò ad ardere dentro di me quando iniziai a guardarla nei suoi grandi e splendidi occhi cobalto dalle lunghe ciglia da cerbiatto.

Lei mi sorrise e disse il suo nome: “Lucrezia”.

“Marco” le risposi, anche se in realtà non volevo dire neanche quello, avevo solo voglia di restare a guardarla per qualche altro secondo. Infatti, subito dopo, lei si voltò e si diresse verso la sua scrivania; io mi accontentai del rumore dei suoi tacchi che si allontanavano mentre le guardavo il fondoschiena coperto da pantaloni neri attillati. Vidi che la sua scrivania era posizionata alla mia destra, ma più avanti, la sua sedia era in una posizione frontale rispetto alla mia e posta diagonalmente, ci divideva solo il corridoio dell’open space che condividevamo. Lucrezia si sedette e io dalla mia postazione riuscivo a osservarla con discrezione con l’alibi della casualità, i nostri sguardi potevano sfiorarsi mentre lavoravamo.

Mi trovavo bene nel nuovo ufficio e quando Lucrezia mi passava accanto le accennavo un sorriso per salutarla guardandola nei suoi splendidi occhi. Quegli sguardi duravano poco più di 2 secondi, solo il tempo necessario per farle lasciare una scia di j’adore sul suo cammino.

Dovevo aspettare che il suo profumo svanisse per ritornare in una realtà lavorativa priva di pensieri osé.

Una mattina sentii arrivare Lucrezia dal suo riconoscibilissimo cammino scandito dal suono dei tacchi; una volta arrivata salutò i colleghi presenti e si sedette al suo posto. Mi guardò, mi sorrise e cominciò a tirarsi su i lunghi capelli bloccandoli con un piccolo fermaglio rosso, come le sue belle unghie. A quanto pare aveva un’attività impegnativa da svolgere e non voleva capelli davanti agli occhi che potessero infastidirla. I suoi occhi puntavano esclusivamente il monitor, ma io ogni tanto la sbirciavo ugualmente, ero attratto dal suo collo completamente scoperto pensando che sarebbe stato bello baciarlo, per poi risalire fino al lobo sprovvisto di orecchino, magari accarezzarlo con una punta di lingua, sussurrarle quanto fosse bella e quanto mi piacesse. Quella mattina mi ero svegliato con la voglia di averla, di possederla, di respirare il suo odore, di toccare il suo corpo e di sentire la sua voce alle prese con il piacere. Avevo il desiderio di lei, la mia testa e il mio corpo volevano Lucrezia, lo sentivo anche tra i miei jeans. Quando i miei pensieri superarono il limite della decenza scossi la testa e iniziai a guardare il mio monitor; ma il desiderio di lei dominava su tutte le attività che provavo a svolgere e l’acqua sulla mia scrivania non era abbastanza fredda per raffreddarmi.

Passarono un paio d’ore e forse quella mattina Lucrezia ascoltò i miei pensieri. Staccò i suoi occhi dal monitor e li puntò audacemente verso di me. Il suo sguardo era più aggressivo del solito, iniziò a fissarmi, io ricambiavo, ma dopo qualche secondo ritirai i miei occhi, mi arresi subito, non volevo sembrare insistente. Lei non si mosse, non abbassò mai la guardia. Io tornai a guardarla subito dopo, ero completamente ammaliato dai suoi splendidi occhi cobalto. Lucrezia era aggressiva e non mollava, mi possedeva con lo sguardo, ma quel giorno voleva darmi di più. Mi sorrise mentre i suoi occhi continuavano ad alienarmi. Io ero inerme. Pensavo tante cose, pensavo quanto mi piacesse, quanto era bella, quanta voglia avevo di alzarmi in piedi e possederla su quella scrivania, assaporarla con la mia lingua mentre le dita la esploravano dove era più bagnata. Continua a leggere “La Collega”

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Diversity Day Torino 2019

Venerdì 27 settembre dalle ore 9.00 alle 15.30
presso PalaRuffini

Viale Bistolfi 10 – 10141 Torino – Italia

Il più grande evento riservato all’inserimento lavorativo di persone con disabilità e appartenenti a categorie protette

Servizi

Interpreti LIS

Nella giornata saranno a disposizione su prenotazione due interpreti LIS, Interpreti della lingua dei segni, riconoscibili dai badge fucsia.

Per farne richiesta: info@diversityday.it

 

link Diversity Day

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“Riabilito, abito e lavoro”: a Milano un centro per dare un futuro ai ragazzi disabili

Articolo di di SARA FICOCELLI

Nel quartiere Gratosoglio, una struttura moderna che offre servizi di riabilitazione, alloggi e opportunità di formazione e impiego. A dare una mano agli ospiti, i volontari del quartiere.

Il centro polifunzionale RI.ABI.LA.

 

ROMA. La fiducia nel futuro a volte parte da un nome, o meglio da un acronimo: è il caso di RI.ABI.LA. (Riabilito Abito e Lavoro), il progetto di recupero e riqualificazione dell’ex centro parrocchiale Vittoria a Milano, nel quartiere Gratosoglio.

Dietro ci sono due organizzazioni non profit, l’associazione L’Impronta e la cooperativa sociale Via Libera, da oltre 20 anni impegnate per dare una mano a famiglie con disabilità o comunque disagiate, con l’obiettivo di inserire nel mondo del lavoro proprio le persone più fragili.

L’ex centro parrocchiale è stato costruito alla fine degli anni ’50 grazie alle Cartiere di Verona, agglomerato industriale a poche centinaia di metri, e usato prima come scuola materna per i figli dei dipendenti e poi come oratorio. E’ qui che, nel 1991, è nato il gruppo di volontariato L’Impronta, co-artefice, trent’anni dopo, e grazie a una convenzione con l’assessorato all’urbanistica del Comune di Milano, del progetto di recupero.

Con i suoi 1900 metri quadrati di superficie (600 in più rispetto alla struttura originaria), la struttura rappresenta oggi un punto di riferimento importante per attività riabilitative per disabili anche giovanissimi, tra un centro diurno e un piccolo poliambulatorio. Chi versa in condizioni particolarmente difficili dal punto di vista sociale ed economico può contare poi su alloggi temporanei e servizi educativi per i più piccoli, il tutto coadiuvato dalla presenza di due famiglie “solidali” di appoggio. Ma l’opportunità più grande offerta tra queste mura è quella dell’inserimento nel mondo del lavoro attraverso l’apertura delle “Botteghe”, un piccolo complesso commerciale dove si vendono prodotti a km 0 e dove per giunta sono presenti ristoranti e un parrucchiere.

Il centro è in grado di accogliere ogni giorno circa 40 persone disabili nella parte riabilitativa e 50 in quella abitativa, e di offrire almeno 30 nuovi posti di lavoro, 10 dei quali dedicati proprio a chi ha problemi di disabilità. Al di là dei numeri, il valore aggiunto è dato dalla capacità di questo posto di mettere in relazione gli ospiti con gli abitanti del quartiere, coinvolti attraverso il volontariato, esperienze di alternanza scuola-lavoro e di tirocinio per persone fragili. Una vittoria per tutti, a due passi dal centro di Milano.

 

Articolo su Repubblica.it

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Adotta una gallina in cambio delle sue uova. A Bologna nasce il Pollaio sociale

Articolo di Ilaria Venturi

L’esperienza avviata per la prima volta nelle campagne di Toscanella di Dozza da una cooperativa: ci lavorano ragazzi disabili

Loro stessi sono cresciuti in modo inatteso: partito con 35 galline, da questa primavera hanno raddoppiato. La struttura è in legno, le scatole portauova sono personalizzate. Come funziona? Si adotta una gallina – ancora poco più di una decina sono “orfane” – pagando 95 euro per un anno (informazioni: pollaiosociale@seacoop.coop), quota che comprende il suo mantenimento e la gestione del progetto. Ogni gallina produce, più a meno a seconda dei mesi, 250 uova che vengono consegnate ai benefattori. Fresche, a chilometro zero, buone anche per le relazioni.

Ma il valore comunitario dell’impresa non si esaurisce qui. Il Pollaio Sociale è un luogo dove una trentina di disabili, dai 20 ai 40 anni, seguiti al centro occupazionale La Tartaruga, sperimentano il sentirsi utili, oltre che un’occupazione. Una sorta di pet terapy, anche se ammette Letizia Conti, educatrice, «le galline non sono coccolone» come gatti e cani. Ma ci si affeziona, complici anche Gaia e Baba, protagoniste del film di animazione “Galline in fuga”.

«Tra i nostri ragazzi c’è chi aveva paura ad entrare nel pollaio, poi piano piano ha preso confidenza, c’è ora chi le accarezza e se le prende sotto braccio». Poi capita anche che ti seguono, soprattutto quando porti loro il pane, e le vedi in fila come le oche dietro a Konrad Lorenz. Galline libere di razzolare in trecento metri di pollaio, tra paglia, erba e terra. Franco Zanelli è il coordinatore degli educatori, una trentina i disabili che ruotano intorno al pollaio e all’orto, dove si coltiva con lo stesso principio: educare al prendersi cura, far crescere diversità e integrazione. Qui zucchine e pomodori sono coltivati anche in cassettoni ad altezza di carrozzina, per coinvolgere chi ha disabilità motorie.

«Serve a sentirsi utili, a vedere il prodotto del tuo lavoro, aiuta a mettere in campo diverse abilità» osserva Simona Landi responsabile della comunicazione della cooperativa. Da poco vengono accolti anche alcuni pazienti dell’ospedale di riabilitazione di Montecatone, sulle colline poco distanti. «Una sperimentazione che ha il valore di apertura e integrazione con il territorio».

La giornata con le galline è scandita da ritmi di lavoro ben precisi: chi si occupa, insieme agli operatori, della pulizia, chi del mangime, chi porta acqua negli abbeveratoi, chi raccoglie ogni giorno le uova, chi le confeziona, chi gestisce le relazioni con chi ha adottato la sua gallina. «Si tratta per lo più di persone con disabilità cognitive – spiegano gli educatori – a loro serve mettersi in gioco, sperimentare ciò che possono fare, il senso di responsabilità. Facciamo in modo che sia un’attività che possa coinvolgere tutti in base alle proprie capacità». Il modello funziona, un Pollaio sociale è già stato replicato alla Dulcamara, sulle colline di Ozzano. Uova e inclusione.

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Nasce Frolla, il biscottificio (a chilometro zero) che dà lavoro a ragazzi disabili

Articolo di di MARTINA MILONE

Osimo, il progetto nasce dall’idea di due amici, pasticcere uno, operatore sociale l’altro. “Questi ragazzi hanno dentro un vulcano. Noi vogliamo dar loro la possibilità di esprimersi”

Hanno iniziato da un’idea semplice, realizzare un progetto solidale e gustoso allo stesso tempo. Così nasce Frolla, biscottificio artigianale e pasticceria che dà lavoro ai ragazzi disabili, inaugurato a Osimo, in provincia di Ancona. L’iniziativa è partita pochi mesi fa dalle menti di due ragazzi, Jacopo Corona e Gianluca Di Lorenzo, pasticcere uno e operatore sociale l’altro. Amici prima, soci poi, che hanno fatto del lavoro sociale una vera e propria scelta di vita.

Scopo del progetto: fornire a “soggetti socialmente svantaggiati” un percorso di inserimento lavorativo finalizzato all’integrazione nella società. Soprattutto in una società dove il problema dell’emarginazione è reale e sempre difficile da combattere. Frolla non è però solo un’opportunità di lavoro, ma rappresenta anche una possibilità di confronto e di scambio per i disabili in un clima familiare e professionale al tempo stesso.

Nasce Frolla, il biscottificio (a chilometro zero) che dà lavoro a ragazzi disabili

“Frolla – uno dei cibi più semplici… ma non banali”, recita lo slogan del progetto. “Volevamo un prodotto di pasticceria che accomunasse tutti, generato dal lavoro di ragazzi disabili. Allora abbiamo pensato al biscotto, quello fatto come una volta, con farine esclusivamente locali, della nostra regione Marche”, racconta Jacopo uno dei due ideatori. “Ci siamo accorti che ci sono molti ragazzi disabili con delle capacità ed abilità importanti che purtroppo non riescono a trovare spazio di espressione e non vengono alimentare, è come un fuoco alla quale non viene buttata legna e piano piano si spegne, questi ragazzi hanno dentro un vulcano ma non riescono a farlo eruttare semplicemente perché non hanno il modo di farlo”, continua. Ad aiutarli nel progetto anche la mamma di un ragazzo disabile, Silvia Spegne.

Il successo non era scontato, eppure grazie anche ad un progetto di crowdfunding, l’iniziativa è decollata in pochi mesi. Passando prima via Facebook e Instagram, Frolla ha ricevuto l’attenzione del pubblico e, infine, è sbarcato su Eppela, una piattaforma di raccolta fondi. In soli sei giorni, sui 30 previsti per poter donare, la campagna aveva già raggiunto l’obiettivo dei 2.500 euro. “I soldi ci servivano per comprare gli strumenti e le attrezzature per far lavorare i nostri ragazzi”. Così lo scorso 24 febbraio il crowdfunding si è chiuso a quota 5.000 euro. Un’enormità per dei giovani imprenditori che avevano come unico obiettivo un progetto socialmente utile.

Oggi la loro idea è arrivata a compimento e questi giovani promettenti pasticceri hanno un luogo dove far crescere il loro talento. Un traguardo che per i due ideatori è solo l’inizio. “Attualmente lavoriamo con circa 20 ragazzi, in un consorzio in cui si inserisce anche la Roller House (una cooperativa sociale da anni attiva sul territorio). In due sono assunti, gli altri vengono dall’alberghiero di Loreto. L’obiettivo? Assumerli tutti”.

 

Articolo su Repubblica.it

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Lettera a Babbo Natale

15446335169733020_maxiCaro Babbo Natale,

a Natale ti chiedo l’ignoranza. Sì, proprio l’ignoranza. Vorrei credere a tutte quelle cose che pensa la gente che non ha dubbi e che non si pone domande. L’ignoranza trasmette serenità. Ne sono convinto. Vorrei credere che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Vorrei credere a un bambino nato in una capanna in Palestina, poi venerarlo, ma essere anche razzista odiando i suoi conterranei. Non ha senso ma tanti fanno così. Vorrei credere che la terra è piatta buttando nel cesso tremila anni di studi. Vorrei credere che la mafia non esiste e che non siamo noi, insieme allo stato, ad alimentarla e mantenerla, uccidendo chi ha la fantastica idea di pensare. Vorrei credere che le malattie esistono solo per gli altri e mai per me. Vorrei credere che il grande fratello è solo una trasmissione televisiva importante, e non un riferimento distopico ma assolutamente realistico di un libro di Orwell. Vorrei credere che si stava meglio quando si stava peggio, e che quando c’era lui i treni arrivavano in orario, anche dove non c’era una stazione, ma se c’era lui si prendevano i treni per scappare dalla guerra. Merda! Se avessero fatto così avrebbero fatto come quelle povere persone che scappano sui barconi rischiando la vita per trovare pace e serenità. Quindi no, quando c’era lui i treni arrivavano in orario e la gente viaggiava in prima classe.

Caro Babbo Natale vorrei credere anche che la madonna era vergine quando era incinta e che suo figlio poi è resuscitato, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Vorrei credere anche che cannabis legale vuol dire droga libera, e non marijuana con il minimo contenuto di thc ma solo con il cbd rilevante totalmente incapace di provocare alterazione. Vorrei credere che la droga la regalano e che gli sconosciuti la mettono sempre nei bicchieri a tua insaputa. Vorrei credere a tutto quello che dice la televisione, vorrei imparare a guardarla, ma in modo ignorante, magari stimola la diuresi e combatte la costipazione. Vorrei credere che le donne devono solo cucinare e allattare, al massimo saper anche cucire. NO! Questa non ce la faccio, vivo in una splendida città dove la differenza lavorativa tra uomo e donna è quasi inesistente, anzi, conosco alcune donne che cucinano, allattano, lavorano, puliscono, scrivono, riescono a cucire e si prendono cura di sé. Un uomo deve solo prendere esempio da una donna, per me è così. Ci sono donne che attraversano l’oceano su un barcone pericolante per dare un futuro migliore ai loro figli che ancora non sono nati.

Babbo Natale ci ho ripensato, voglio solo che le persone abbiano l’aiuto che meritano per vivere onestamente. Io non voglio niente, neanche l’ignoranza, al massimo regala la memoria alla gente ignorante che ha dimenticato quello che hanno vissuto le persone prima di loro. Io sono nipote di un emigrato che ha lavorato in Germania per mantenere onestamente una famiglia in Sicilia composta da moglie e 4 figli.

Regala alle persone gli aiuti che meritano, regalali a chi scappa per provare ad avere un futuro migliore, ma anche un presente.

Posso aspettare per essere ignorante, non ho fretta. Regala anche il coraggio alle donne per denunciare, ai bambini per chiedere aiuto e agli uomini per essere onesti.

Buon Natale Babbo Natale.

E quando un giorno esisterai presentami Gesù bambino, che ormai avrà più di 2000 anni. Se non ce la farai allora presentami un Re Magio a scelta.

Buon Natale Piero Cancemi

 

pubblicazione su mEEtale

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“Nella nostra pasticceria lavora Stefano, ragazzo Down. Per noi è insostituibile. Un’azienda che si rispetti deve includere”

Articolo di Raffaele Nappi

La prima volta che Stefano è entrato in pasticceria il proprietario, Davide, era un po’ preoccupato. Era il luglio del 2016 e “non avevamo mai collaborato con un ragazzo con sindrome di Down, non sapevo come avrebbe reagito lo staff”. Sono bastati due anni per capovolgere il mondo. E quando è scaduto il periodo di stage il titolare ha preso una decisione: “Il giorno dopo la fine del tirocinio ci siamo accorti che ci mancava. E così abbiamo deciso di assumerlo con un contratto a tempo indeterminato”, sorride.

Lui si chiama Stefano Brevi e ha 28 anni. L’altro, Davide Savoldelli, è il titolare di una pasticceria storica a Endine Gaiano, 3.400 abitanti in provincia di Bergamo. Mosso dalla voglia di mettersi in gioco Stefano si è iscritto all’ufficio di collocamento per lavori protetti mirati. “Ma in due anni non abbiamo mai ricevuto una proposta”, racconta la mamma, Antonia. Poi, la possibilità di fare uno stage al forno Minuscoli. “Dal primo giorno abbiamo capito che Stefano era un ragazzo curioso e simpatico – racconta Davide –. Si è presentano accompagnato dai suoi genitori in negozio con un sorriso grande così”.

Così Stefano ha modo di entrare nel mondo del lavoro e farsi conoscere

La giornata comincia alle 8.30 in punto, quando Stefano arriva accompagnato in moto da suo papà. Ordina il solito caffè liscioseguito da un buon cannolo e si siede con i clienti, che ormai sono diventati suoi amici. Alle 8.45 si prepara, indossa la divisa e comincia a pulire tutte le teglie utilizzate per la cottura di pizze, focacce e brioche. “È un lavoro lungo e a tratti anche antipatico – raccontano i dipendenti –. Ogni tanto Stefano cerca di sviare e proporsi per far altro, ma dopo qualche richiamo si rimette in riga e finisce il turno”. Nei momenti di maggior afflusso viene chiamato per servire ai tavoli (cosa che adora), poi fa la lavastoviglie, lava i piatti e pulisce le verdure con la cuoca, Nicoletta. È circondato dalle colleghe, tutte donne. Lui le riempie di complimenti e quindi “il suo inserimento non è stato per nulla difficile. Anzi”, sorride il titolare. Alle 11, dopo la solita pausa con merenda, Stefano apparecchia i tavoli per pranzo: lo fa con cura e precisione, organizza praticamente tutta la sala. Alle 12 si avvia alla fermata del pullman, da solo. Torna a casa a Casazza, 11 chilometri più a nord, dove vive con i genitori.

Eppure parecchie aziende preferiscono ancora oggi pagare multepiuttosto che inserire personale con disabilità. “Bisogna potenziare l’inserimento dei disabili, perché è solo grazie strumenti come questi che persone come Stefano hanno modo di farsi conoscere, entrare nel mondo del lavoro, capire che la barriera non è la disabilità ma l’atteggiamento che hanno gli altri nei suoi confronti”.

Davide e lo staff della pasticceria sono stati seguiti e accompagnati nel percorso di inserimento lavorativo da una cooperativa che ne ha curato tutti i dettagli. “Purtroppo spesso nelle aziende si tende a preferire la scelta più semplice. E senza pensare all’aspetto umano, si riduce tutto a una mera questione economica, a una semplice monetizzazione, trascurando l’importanza del rispetto della persona”, spiega Barbara Facchinetti, la tutor che ha seguito personalmente il progetto. “Davide ha attivato un circolo virtuoso riuscendo così a valorizzare concretamente le potenzialità di Stefano: lo ha inserito per libera scelta dopo una conoscenza diretta, senza aver l’obbligo di assumere tramite categoria protetta – continua Barbara –. Non ha trascurato il valore umano a favore di logiche di profitto e produttività”.

La tutor: “Davide non ha trascurato il valore umano a favore di logiche di profitto e produttività”

Ma cosa può fare lo Stato per stare vicino a persone con disabilità? Per favorirne l’inserimento lavorativo? Garantirne diritti e doveri? “Semplice, stare al fianco degli utenti, collaborando con aziende e le famiglie, che sono le protagoniste e gli artefici dei successi delle persone disabili”, spiega la tutor.

Obiettivi per il futuro? Continuare così. “Spero che Stefano si trovi bene e che resti con noi così come ha fatto finora. Per noi lui è insostituibile”, sorride Davide. E poi c’è una questione di fondo che proprio non può essere messa da parte: “Un’azienda che si rispetti – spiega – deve includere tutti”. Quando ha ricevuto la notizia del contratto a tempo indeterminato Stefano era entusiasta. “Non credo abbia e conosca il valore del denaro. In questi due anni ha semplicemente voluto sentirsi una persona normale”, racconta mamma Antonia. Come quando lui, di buonumore, ti viene vicino, ti abbraccia e ti riempie di complimenti. “Sono quelli i momenti migliori”.

 

Articolo su Il Fatto Quotidiano

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Ridete! Fa bene alla salute, aiuta a bruciare calorie e ad essere più efficienti sul lavoro

articolo di Valentina Arcovio
È scientificamente dimostrato: migliora la circolazione del sangue, previene le malattie cardiovascolari, tiene il cervello allenato, contrasta ansia e depressione e contribuisce alla salute del sistema immunitario
C’è un modo semplice ed economico per vivere di più e meglio: ridere. E’ infatti scientificamente dimostrato che ridere è una sorta di elisir che allunga e migliora la nostra vita. E non c’è giorno migliore di questo, che è la Giornata mondiale della risata, per imparare o riprendere a farlo. Proprio come se fosse una medicina o almeno così la considerano esperti e scienziati provenienti da ogni parte del mond o, il cui parere è stato analizzato da uno studio condotto da Espresso Communication su oltre 70 testate internazionali.
RIDERE ALLENA IL CERVELLO E PREVIENE LE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

La Giornata mondiale della risata è nata nel 1998 come manifestazione a favore della pacesu iniziativa del medico indiano Madan Kataria, fondatore dello «Yoga della Risata».

Oggi però ha assunto un valore diverso e cioè ricordare che ridere fa davvero bene al fisico e alla mente. Sono molteplici infatti i benefici di una risata: migliora la circolazione del sangue, aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari, tiene il cervello allenato, contrasta ansia e depressione e contribuisce alla salute del sistema immunitario. Ma soprattutto, migliora il rapporto con gli altri e con se stessi, influenzando positivamente le relazioni a livello privato e, soprattutto, lavorativo. Basti pensare che gli studiosi della St. Edwards University di Austin, in Texas, conducendo uno studio su 2500 impiegati, hanno scoperto che l’81% si dichiara maggiormente produttivo se inserito in un contesto lavorativo dove regna il buonumore.

Uno studio della Mayo Foundation for Medical Education and Research, riportato da Huffington Post, ha rivelato che ridere riduce drasticamente gli ormoni dello stress: il cortisolo del 39%, l’epinefrina del 70% e la dopamina del 38%. Allo stesso modo un’indagine della Loma Linda University, in California, riportata da Nature, ha evidenziato come, alla vista di un video comico, le beta-endorfine, che alleviano la depressione, aumentino del 27%.

I BENEFICI DI UNA RISATA INTUITI DA PERSONAGGI DEL PASSATO E POI DIMOSTRATI SCIENTIFICAMENTE

Il primo a comprendere l’importanza della risata e il suo potere di influenza sul benessere delle persone fu Ippocrate, che nei suoi trattati affermò che «Da un sorriso nasce sempre un altro sorriso».

Addirittura Susumo Tonegawa, Premio Nobel per la Medicina nel 1987, affermò «Chi è triste e depresso non riesce a tener lontane le malattie».

Non solo scienziati, ma anche attori e comici compresero già negli scorsi decenni la forza della risata: Audrey Hepburn, in una famosa intervista rivelò “Amo le persone che mi fanno ridere. Ridere cura una moltitudine di malattie, ed è la cosa più importante in una persona”. Continua a leggere “Ridete! Fa bene alla salute, aiuta a bruciare calorie e ad essere più efficienti sul lavoro”

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Quando non si pagano visite, esami e farmaci: le esenzioni ticket per invalidità

ticket-esenzione-disabiliLe percentuali di invalidità per cui si è esenti dal pagamento del ticket per le prestazioni sanitarie e i casi di esenzione dal pagamento del ticket per i medicinali

Se si è stati riconosciuti invalidi civili si può aver diritto all’esenzione del ticket per alcune o tuttele prestazioni di specialistica ambulatoriale che vengono erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Ricordiamo che il ticket è una quota che il cittadino è tenuto  a pagare a fronte di alcune prestazioni comprese nei Livelli Essenziali di assistenza (Lea): nel coso della specialistica, parliamo ad esempio di visite, esami strumentali ed ed esami di laboratorio.
L’esenzione dal ticket può spettare anche in  anche in particolari condizioni legate al reddito, alla condizione sociale, o in altri casi particolari. Nel caso di riconoscimento di invalidità civile, l’esenzione non è legata al reddito. Continua a leggere “Quando non si pagano visite, esami e farmaci: le esenzioni ticket per invalidità”

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Si può assumere il coniuge o un parente come assistente alla persona disabile?

Articolo di Chiara Bullo

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Vediamo i casi in cui  è possibile costituire un contratto di lavoro domestico tra parenti o affini per lavoro domestico e di assistenza

Prendersi cura di un familiare non autosufficiente è un compito molto impegnativo: sono tante le difficoltà che affrontano le persone che conciliano il lavoro al ruolo di assistente familiare.
Forse alcuni non sanno che in alcuni casi è possibile assumere a tutti gli effetti il familiare, coniuge, parente o affine che presta l’assistenza, pagandogli un regolare stipendio, versando i contributi che gli spettano e, talvolta, ricevendo un rimborso dal proprio Comune.

IL LAVORO DOMESTICO – É la legge del 31 dicembre 1971, n. 1403 a disciplinare questa possibilità stabilendo che “I lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari, che prestano lavoro subordinato presso uno o più datori di lavoro, con retribuzione in danaro od in natura” sono soggetti a:

  • assicurazioni per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, contro la tubercolosi e la disoccupazione involontaria
  • alle norme sugli assegni familiari
  • all’assicurazione contro le malattie
  • all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro

La normativa apre la possibilità di assunzione a coniugi e familiari nell’affermazione: “l’esistenza di vincoli di parentela od affinità tra datore di lavoro e lavoratore non esclude l’obbligo assicurativo”dando così la facoltà di stipulare regolari contratti di lavoro domestico tra familiari, coniugi e parenti.

ECCEZIONI ALLA GRATUITÀ – Di norma, stando alla giurisprudenza, il lavoro prestato in ambito familiare può presumersi a titolo gratuito per il solo fatto che il fruitore sia uno stretto congiunto. Tale impostazione giustificata la presunzione di gratuità per via degli affetti familiari, dei rapporti di parentela e della comunanza di interessi, motivazioni e cause che a rigor di logica giustificano la svolgimento di attività di cura a titolo gratuito.
Esiste però la possibilità di stipulare contratti di lavoro domestico tra familiari nel caso in cui sussistano delle condizioni specifiche di non autosufficienza del familiare datore di lavoro o, solo per familiari non conviventi, in cui si possa dimostrare l’onerosità della prestazione e la subordinazione del lavoratore.
Questa facoltà è riscontrabile all’art 1 comma 3 della  l. n. 1403 del 31 dicembre 1971, e prevede che la possibilità di costituzione di un contratto di lavoro sia valida sia per i coniugi sia per i familiari fino al terzo grado, conviventi o meno, con differenti modalità. Continua a leggere “Si può assumere il coniuge o un parente come assistente alla persona disabile?”