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La finestra sul cortile

Racconto presente nell’antologia RACCONTI A TAVOLA pubblicata da Historica a Giugno 2021

Avevo cambiato casa da poco e lentamente iniziai a conoscere gli inquilini del palazzo. Nel piano del mio appartamento io sono il più grande. Io ho 37 anni.

Sembrerebbe un’ottima premessa per nuove storie e nuove conoscenze, ma ovviamente qualcosa doveva andare storto, non fermarsi mai alle apparenze.

Qualcosa di innocuo: una semplice pandemia globale sconosciuta che ha costretto il mondo intero a utilizzare dispositivi di sicurezza per evitare i contagi.

Il mondo cambia, la gente è obbligata a restare in casa per evitare il contagio, si esce solo per andare in farmacia e al supermercato, chi esce indossa la mascherina con disinfettante in tasca.

Non siamo in una puntata di Walking Dead, siamo solo nel 2020 nel pianeta terra.

Io nella nuova casa ordino la spesa a domicilio, posso vedere solo i congiunti che vengono a trovarmi e se indossano la mascherina. Io sono disabile, quindi soggetto vulnerabile e maggiormente a rischio contagio.

“Andrà tutto bene” dicevano dalle finestre dei palazzi di tutto il mondo. La mia ragazza\congiunta mi lascia inviandomi un messaggio su WhatsApp: Ti lascio non ti preoccupare: Andrà tutto bene.

Anno 2021, vivo da solo, lavoro al pc in smart working da un anno e non mi dispiace. In qualche modo riesco a fare nuove amicizie… o qualcosa del genere.

Certe volte, in pausa pranzo, ordino qualcosa da mangiare dal locale vegetariano sotto casa e me lo consegnano davanti la porta di ingresso verso le ore 13. Certe volte passa un congiunto (mia madre) a lasciare qualche manicaretto per il povero figlio di 37 anni che deve ancora crescere.

Alle ore 13 il mio pranzo è variabile, la cosa che invece non cambia mai è che dopo pranzo vado fuori in balcone zoppicando a bere un caffè seduto sulla sedia a guardare quello che accade intorno. Io non ho una finestra sul cortile, io ho un balcone sul cortile, però è più figo dire una finestra sul cortile perché menziono Hitchcock.

Oggi a pranzo ordino sotto casa dal locale vegetariano: Polpette di quinoa, zucchine impanate nella granella di pistacchio con contorno di broccoli, fagiolini e carote servite con yogurt greco.

Alle ore 13:40 bevo il caffè in balcone e osservo il palazzo di fronte: non è un vecchio palazzo, neanche nuovo, secondo me è degli anni 60. Sei piani. Un palazzo degli anni 60 è vecchio o nuovo? Dubbi mentre bevo il caffè.

Le finestre del primo piano sono sempre chiuse, non vive nessuno all’interno, oppure sono tutti morti all’interno.

Al secondo piano invece qualcuno vive: dalla portafinestra si vede gente, sul balcone c’è un armadio di plastica a 2 ante e giocattoli sparsi, uno stendino con vestiti appesi e una scarpiera. Dalla finestra accanto al balcone un adolescente dai capelli castani spettinati si fuma una sigaretta.

Terzo piano: meno affollato del secondo, armadio a 2 ante presente anche lì, dalla portafinestra si intravede una donna che spazza il pavimento.

Quarto piano: tre bambini seduti giocano sul balcone.

Quinto piano: una giovane ragazza dai capelli corti biondi esce fuori, poggia i gomiti sulla ringhiera e si accende una sigaretta. Guardo la ragazza mentre gusto il caffè, la ragazza guarda me e poi guarda il suo cellulare.

Sesto piano: un piccolo tavolino rotondo all’angolo, poi credo che il ragazzo disteso sul tappetino faccia yoga. Non vedo sedie e armadi. Vedo solo un ragazzo che dimena con lentezza gambe e braccia.

Termino di osservare il palazzo di fronte, inizio a guardare il palazzo di lato, più vicino al mio: 6 piani, per ogni piano sono visibili solo 2 finestre, una grande e l’altra più piccola. Non è presente nessuna portafinestra.

Primo piano: finestra piccola con tenda bianca aperta; finestra grande dalle tapparelle perennemente chiuse.

Secondo piano: vecchia finestra piccola con tenda aperta e si vede il bidet; finestra grande accanto coperta da tende bianche.

Terzo piano: il mio stesso piano, finestra piccola chiusa con tenda bianca; finestra grande aperta, un ragazzo con occhiali e auricolari è seduto alla scrivania guardando il monitor. Il ragazzo parla, vedo muovere le labbra, il ragazzo starà facendo didattica a distanza o lavora, non capisco cosa stia facendo. Io quando lavoro faccio lo stesso. Guardo il ragazzo, lui mi guarda, alziamo entrambi la mano per salutarci.

Quarto piano: finestra piccola coperta da sbarre bianche; finestra grande composta da 4 ante aperte. Due ragazzi di colore parlano una lingua straniera, non capisco la nazionalità. Io li guardo, uno dei due mi fissa, io saluto alzando la mano, lui ricambia facendo lo stesso.

Quinto e Sesto piano non attirano la mia attenzione, non succede niente di particolare. Sono presenti sempre finestre piccole o grandi a 4 ante. Finestre sempre coperte dalle tende bianche, tapparelle sempre aperte.

In questa scenografia a volte mi capita di scambiare qualche frase con il mio vicino. Lui si chiama Enea, amico di tutti gli abitanti del condominio, certe volte sbuca inaspettatamente e quelle volte parliamo dal nostro balcone sul cortile.

Sul balcone del piano sotto una signora ha formato un giardino composto da grosse piante di aloe vera e piante di basilico giganti; da imperiose piante grasse e gelsomini; dall’incenso e dal rosmarino. E’ bello osservare quel balcone, trasmette vitalità terrestre.

Nel balcone di lato ubicato sopra invece ci sono i giovani, cioè più giovani di me, studenti o lavoratori, non lo so, ma sicuramente sono due ragazze e un ragazzo.

Non so chi è presente sul balcone sopra al mio, ma sicuramente ci sono bambini.

Intorno sono presenti altri palazzi, altri volti che ogni tanto sbucano inaspettatamente dalle finestre, ma nessuno ha attirato la mia attenzione. I giorni passano, la pandemia continua e la mia socialità esiste solo guardando dal balcone sul cortile.

Era un martedì, accendo il pc, vado in balcone e innaffio le poche piante che ho: una salvia e due piante grasse. Inizio a lavorare dalle ore 9:00. Call, attività lavorative informatiche, pausa caffè alle ore 11:00. Vado in balcone a prendere un po’ d’aria, saluto il ragazzo dell’appartamento di fronte mentre è alla scrivania davanti al pc. Mia mamma mi manda un messaggio su WhatsApp: Passo da casa tua e ti lascio un piatto di pasta al forno con uova sode all’interno. Per la pausa pranzo quindi per oggi ero a posto. Alle ore 12:30 mia madre entra a casa mia, mi lascia la pasta a forno ancora calda e va via. Cerco spudoratamente di guadagnare tempo al lavoro per poter mangiare la pasta a forno calda. Raggiunsi l’obiettivo, nel caso contrario l’avrei scaldata dopo al microonde, ma una cosa bella è sempre meglio godersela subito. Questa filosofia mi ha fatto fare tanti errori in passato, ma in piena pandemia era la migliore cosa che potessi fare.

Dopo pranzo preparo il caffè, la moka erutta e metto tutto nella tazzina. Osservo, la ragazza del quinto piano che fuma una sigaretta. La guardo, lei parla a telefono. Cambio sguardo, gusto il caffè, sento le due ragazze del piano superiore di lato che parlano di una tipa lentigginosa e con le tette grosse. Questa è l’unica cosa che ha catturato la mia attenzione durante il caffè. Io sono un semplice uomo etero, le ragazze potevano parlare di una guerra nucleare organizzata in quel palazzo, ma io ho capito solo “tette grosse” e “lentigginosa” forse l’ho inventato.

Era un lunedì, una giornata uggiosa, cielo plumbeo. Le mie piante in balcone sono aumentate: sono state aggiunte rosmarino, fragole e pomodorini. Non innaffio perché più tardi sicuramente pioverà. Oggi cucinerò io: carbonara. Con la spesa che mi consegnano a domicilio era presente uova, guanciale e pecorino romano. Alle 13 inizio a sbattere le uova. Io uso tuorlo e albume, i miei commensali lo sapranno, ma io vivo da solo, faccio il cazzo che mi pare e mangio quello che cazzo voglio. Aggiungo il pecorino alle uova sbattute e metto il guanciale in padella, quando l’acqua bolle butto dentro gli spaghetti e una volta al dente: buon appetito. Non scrivo i dettagli ma solo le cose importanti. Al termine della buonissima pasta alla carbonara, con tanto di complimenti allo chef disabile, inizio a preparare il caffè. Poi balcone e sulla sedia a osservare. A secondo piano un bambino seduto sul balcone gioca con una macchinina; negli altri piani non succede niente. Mi giro a sinistra e guardo l’altro palazzo. Non vedo niente di particolare, tutto noioso e normale, tranne che al secondo piano la vecchia finestra piccola è aperta, vedo solo il bidet. Ad un tratto una signora entra in quel bagno, capelli castani raccolti con un fermaglio giallo sulla testa, una maglia lunga, larga e colorata. Non vedo la signora negli occhi, ma noto la sua semplicità da ambiente domestico. Bevo il caffè sbirciando la signora. Lei alza la maglia larga e colorata e si abbassa le larghe mutande nere per accomodarsi sul bidet. Io volto lo sguardo, poi faccio finta di voltarmi casualmente, ma noto che la signora ha chiuso la piccola finestra. E’ stato il momento più eccitante della giornata. Torno a lavorare alla scrivania e sono quasi contento.

Era un mercoledì, alle ore 10:30 esco in balcone e innaffio le mie piante che continuano ad aumentare e a sbocciare. Sono state aggiunte aglio, pomodori San Marzano e menta. Il mio vicino Enea a volte sbuca e mi parla di spese condominiali mentre fuma una sigaretta elettronica. Di fronte vedo la ragazza biondina del quinto piano che fuma e accarezza il cane. Rientrando dalla portafinestra saluto Enea. Ore 12, mia mamma mi scrive su WhatsApp che oggi mi porta i tortellini fatti da lei insieme al brodo di cappone. Le scrivo di venire alle 13:30 perché oggi ho tanto lavoro. Tortellini in brodo fumanti una volta arrivati a casa sono stati finiti in 20 minuti. Successivamente il solito caffè nel balcone sul cortile, ma al freddo. Non sono presenti bambini nei palazzi. Nessun domestico che spazza. Nessuna persona, solo un adolescente che fuma una sigaretta al secondo piano. Termino il caffè, mi rimetto in piedi e proprio in quel momento un buon odore di marijuana fumante mi proietta nel passato dei miei anni universitari. Alzo lo sguardo e dal balcone dove le 2 ragazze parlavano di tette grosse, un ragazzo spettinato, con aria felice e sorridente mi guarda. Io lo guardo e sorrido. “Che buon odore” gli dico. Il ragazzo sorride, fa un tiro dalla sua canna e mi lancia il fumo dalla sua bocca dal piano superiore. “Devo lavorare” gli dico. Lui fa un altro tiro dalla sua canna e sorride. Forse mi sono sballato di fumo passivo, ma sono rientrato ugualmente nella mia postazione lavorativa, ma questa volta sorridendo.

Passano i mesi, le stagioni e l’ora legale. Le mie abitudini non cambiano, i personaggi del cortile sono sempre gli stessi, ma un giorno il caffè amaro è diventato molto dolce per me. Era un venerdì, si sentiva il profumo di primavera. Alle ore 9:45 le campane della chiesa San Francesco mi ricordano di innaffiare le piante. Sono state aggiunte le margherite africane gialle e la verbena viola, ho voluto dare un po’ di colore al mio giardino inaspettato. Le fragole rosse e pompose mi riempiono di gioia, i pomodorini infuocati di orgoglio. Torno a lavorare, ho iniziato ad apprezzare lo smart working, odio solo il covid al momento. Oggi pranzerò con melanzane alla parmigiana sequestrate il giorno prima dai miei amici. Ore 13:15 le melanzane alla parmigiana passano dal frigo al forno a microonde. In teoria dovevano bastarmi per due giorni, ma non ho resistito, era venerdì, sono ghiotto, crepi l’avarizia, ho mangiato anche un po’ di caponata che avevo in credenza. Preparo il caffè e, armato di stampella in una mano e tazzina nell’altra, vado in balcone, mi siedo sulla sedia e mi godo la bella giornata di sole. La finestra piccola del bagno del secondo piano del palazzo laterale è aperta. Vedo la signora che entra e mi osserva, io saluto per cortesia, lei ricambia sorridendo. Per non restare a fissarla devio lo sguardo nella palazzina frontale, anche lì una novità, il caldo fa stare bene la gente pensai. La ragazza del quinto piano è seduta sulla sedia a prendere il sole in topless, io la guardo con aria stupita e dubbiosa, lei mi guarda seria e non si scompone, il suo cane gira intorno alle sue gambe scoperte. Per non sembrare un maniaco mentre bevo il caffè dalla tazzina, momentaneamente tremolante, cambio direzione dello sguardo, che casualmente ricade nel bagno laterale del secondo piano e lì trovo la signora seduta sul bidet che si lava e mi guarda. Cambio nuovamente direzione dello sguardo che torna casualmente sulla ragazza in topless del quinto piano che improvvisamente inizia a spalmarsi la crema. Abbronzante o protettiva non mi interessa, lei mi guarda mentre si massaggia le tette, io bevo il caffè. Lancio un’occhiata alla signora di lato che continua a osservarmi mentre si lava o si sciacqua o si masturba. Stavo assistendo a uno scontro generazionale. Passo lo sguardo alla ragazza che ha terminato di spalmarsi la crema e penso che porti la taglia terza di reggiseno. Poi passo con nonchalance a guardare la donna imperterrita sul bidet; poi ragazza in topless; poi signora; poi giovane; poi adulta; poi sorrido alla ragazza mentre si abbronza; poi sorrido alla donna mentre si lava; poi…sento squillare il computer, una chiamata di lavoro in smart working. Entro correndo zoppicando dentro casa, mi siedo nella mia postazione, metto gli auricolari e rispondo. I colleghi parlano di cose informatiche lavorative, la mia eccitazione si disperde tra terabyte e cloud, mentre la caponata comincia a farsi sentire nello stomaco. L’eccitazione in piena pandemia è finita, adesso potrebbe eccitarmi solo una convocazione per fare il vaccino anticovid.

La finestra sul cortile – mEEtale

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Parole in attesa

ti pensavo ma non troppo

era bello, sembra di sì

come il vento dopo la tempesta

come la morfina quando mi abbandoni

aspetto il gelo per pulirmi con la neve

non spingere non serve a scappare

sei già lontana già evaporata

il tuo profumo l’ho finito

non piaceva alle altre

forse neanche a me

correggo il caffè con la tua assenza

l’essenza è finita

guardo la neve riscaldare i ricordi

siamo solo giorni sporcati

ore macchiate

inchiostri di addii

supplicare le paure

sono stanco

credo forse sicuramente al momento

ho dimenticato di scordare

lo sapevo e lo ignoravo

credevo e credo solo a me stesso

non siamo cambiati

non credo a me perché sono minchia

Piero Cancemi

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Inizi

Fragile come una foglia in tempesta
in compagnia della mia solitudine
mentre innocui pensieri mi trafiggono le vene
come dolori sussurrati dai venti

In compagnia delle spavalde delusioni che tornano ingrate per surclassare il presente
con aria supponente e traditrice
usano le lacrime
che non scaldano abbastanza

Solo il ticchettio per angosciare con prepotenza
i desideri vogliono solo specchiarsi inopinatamente per conoscere i miei pensieri
abbracciare le paure per accarezzarle
e sconfiggere le mancanze
raggiungendo le luci

Cercare solo l’orizzonte
per ritrovare un nuovo inizio
riuscire solo a pensare di capire
e ritornare a illudersi umilmente della speranza

Piero Cancemi

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Andrà tutto bene

Il sole permaloso resta freddo
arrabbiato per la nostra noncuranza del passato
ma io penso solo a rivedere lei
i suoi occhi sono troppo distanti dai miei
spero che tutto finirà
Bologna ripartirà presto
ne sono sicuro
riapriranno locali, parchi e biblioteche,
ci sarà luce negli sguardi di tutti
i bambini correranno
e gli anziani sembreranno più giovani
poi cinema, concerti, mostre e musei
noi rimarremo incantati davanti ai tramonti di Monet
e ci baceremo appassionatamente come una foto di Robert Doisneau
andremo in quel piccolo cinema che prima era un oratorio
o al Rialto o all’Europa o al Roma d’Essai
faremo l’amore tra le torri
e poi dentro e fuori le porte
ci nasconderemo tra le vie del centro
parleremo delle perle di Maiorca
ricordando la costa di Marsiglia
desidereremo le montagne d’estate
e il maso tra gli animali
ci baceremo in quel bar di via Cesare Battisti
e poi scapperemo in via Marconi
al mercato delle erbe un libro comprando il miele
Ti accarezzerò con mano emozionata
e sorriso tremante
Sussurrarti il mio amore in via Belvedere
mentre tutti brindano felici per festeggiare
io ti guarderò nei tuoi occhi sorridenti
mentre ci osserviamo avidamente
avvolti solo dalla nostra gioia

Piero Cancemi

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Ricordare sterminio persone con disabilità

Oltre 70mila persone con disabilità persero la vita

Io, Piero Cancemi, sono un disabile fisico. Io potevo essere ucciso perché colpevole di non essere in grado di camminare.

Io faccio parte di una generazione fortunata, ma purtroppo le guerre continuano a esistere, ma in maniera deviata e subdola.

In questa generazione le guerre vengono create anche dai media e il razzismo dalle persone che credono di essere dittatori davanti un monitor, con una penna, con una tastiera usb o con una bomboletta spray.

NON DIMENTICHIAMO, INFORMIAMOCI, LEGGIAMO I LIBRI DI STORIA

 

Nel Mein Kampf Adolf Hitler formula il piano di eugenetica per l’eliminazione di circa 300 mila persone con disabilità. I primi furono i bambini attraverso l’operazione Aktion T4, che prendeva il nome dalla Tiergartenstrasse 4 di Berlino dove aveva sede l’ente pubblico nazista per la salute e l’assistenza sociale. Le prime camere a gas furono installate negli istituti psichiatrici del Terzo Reich già nel 1933 per entrare poi in funzione sette anni più tardi.
Sotto il regime persero la vita persone con disabilità intellettiva, malati psichici, disabili fisici, persone con malattie genetiche. Furono oltre 70 mila a perdere la vita 1939 ed il 1941. 5 mila di questi erano bambini. Altri 250 mila morirono negli anni successivi. In loro memoria anche la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap vuole ricordare chi ha perso la vita per quel crimine contro l’umanità frutto del pensiero nazionalsocialista.”   Articolo su Dal Sociale 24

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Non merito di essere felice

Copertina2“Ho vissuto la mia vita e forse ho sbagliato tutto.

Mi sono pentito delle cose che ho fatto? NO.

Mi sono pentito di essere scappato dall’amore, dalle responsabilità e da me stesso? NO.

Rifarei tutto? Sì.

Ma mi sono pentito di qualcosa? Sì.

Mi sono pentito di aver dato amore per poi riprenderlo per darlo solo a me stesso.

Mi chiedo se sono felice, ma non lo so, forse no, forse non dovrei essere felice, forse non mi merito di essere felice.”

 

[Piero CancemiLa bestia non si ferma]

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tra le tue braccia dimentico tutto

«Io credo in te e nel tuo cuore buono, credo in noi e nei tuoi abbracci.

Voglio fare tanta strada insieme a te, ma dobbiamo essere in due a custodire e preservare quello che abbiamo, perché è qualcosa di veramente prezioso;

amami e io ci sarò, stringimi e io non fuggirò;

ci sarò con il sorriso e con il pianto, ma non mandarmi via;

tra le tue braccia io dimentico tutto e sono felice, tra le tue braccia i miei sogni fanno l’amore con i tuoi sogni»

 

Piero Cancemi – La bestia non si ferma

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La Collega

Racconto presente nell’antologia ‘U SFINCIUNI pubblicata da Senso Inverso Edizioni a Luglio 2019U Sfinciuni

Avevo cambiato ufficio da poco ed iniziai a conoscere i nuovi colleghi; ma solo giorni dopo qualcosa iniziò a cambiare: una collega che non mi era stata presentata il giorno del mio arrivo si diresse con prepotenza verso di me. La puntavo mentre si avvicinava, ma scrutandola attentamente avevo serie difficoltà a ignorare la mia mente impudente. La bellissima donna dal fisico longilineo si avvicinava impettita con disinvoltura, i suoi lunghi capelli castani, ondulati e molto voluminosi, sobbalzavano mentre i suoi tacchi neri emettevano un forte e veloce ticchettio sul pavimento di marmo esaltando quel momento. Una volta giunta vicino alla mia scrivania mi alzai dalla sedia e mi presentai, allungai la mano e strinsi delicatamente la sua dalle unghie color rosso fuoco, come quel fuoco che iniziò ad ardere dentro di me quando iniziai a guardarla nei suoi grandi e splendidi occhi cobalto dalle lunghe ciglia da cerbiatto.

Lei mi sorrise e disse il suo nome: “Lucrezia”.

“Marco” le risposi, anche se in realtà non volevo dire neanche quello, avevo solo voglia di restare a guardarla per qualche altro secondo. Infatti, subito dopo, lei si voltò e si diresse verso la sua scrivania; io mi accontentai del rumore dei suoi tacchi che si allontanavano mentre le guardavo il fondoschiena coperto da pantaloni neri attillati. Vidi che la sua scrivania era posizionata alla mia destra, ma più avanti, la sua sedia era in una posizione frontale rispetto alla mia e posta diagonalmente, ci divideva solo il corridoio dell’open space che condividevamo. Lucrezia si sedette e io dalla mia postazione riuscivo a osservarla con discrezione con l’alibi della casualità, i nostri sguardi potevano sfiorarsi mentre lavoravamo.

Mi trovavo bene nel nuovo ufficio e quando Lucrezia mi passava accanto le accennavo un sorriso per salutarla guardandola nei suoi splendidi occhi. Quegli sguardi duravano poco più di 2 secondi, solo il tempo necessario per farle lasciare una scia di j’adore sul suo cammino.

Dovevo aspettare che il suo profumo svanisse per ritornare in una realtà lavorativa priva di pensieri osé.

Una mattina sentii arrivare Lucrezia dal suo riconoscibilissimo cammino scandito dal suono dei tacchi; una volta arrivata salutò i colleghi presenti e si sedette al suo posto. Mi guardò, mi sorrise e cominciò a tirarsi su i lunghi capelli bloccandoli con un piccolo fermaglio rosso, come le sue belle unghie. A quanto pare aveva un’attività impegnativa da svolgere e non voleva capelli davanti agli occhi che potessero infastidirla. I suoi occhi puntavano esclusivamente il monitor, ma io ogni tanto la sbirciavo ugualmente, ero attratto dal suo collo completamente scoperto pensando che sarebbe stato bello baciarlo, per poi risalire fino al lobo sprovvisto di orecchino, magari accarezzarlo con una punta di lingua, sussurrarle quanto fosse bella e quanto mi piacesse. Quella mattina mi ero svegliato con la voglia di averla, di possederla, di respirare il suo odore, di toccare il suo corpo e di sentire la sua voce alle prese con il piacere. Avevo il desiderio di lei, la mia testa e il mio corpo volevano Lucrezia, lo sentivo anche tra i miei jeans. Quando i miei pensieri superarono il limite della decenza scossi la testa e iniziai a guardare il mio monitor; ma il desiderio di lei dominava su tutte le attività che provavo a svolgere e l’acqua sulla mia scrivania non era abbastanza fredda per raffreddarmi.

Passarono un paio d’ore e forse quella mattina Lucrezia ascoltò i miei pensieri. Staccò i suoi occhi dal monitor e li puntò audacemente verso di me. Il suo sguardo era più aggressivo del solito, iniziò a fissarmi, io ricambiavo, ma dopo qualche secondo ritirai i miei occhi, mi arresi subito, non volevo sembrare insistente. Lei non si mosse, non abbassò mai la guardia. Io tornai a guardarla subito dopo, ero completamente ammaliato dai suoi splendidi occhi cobalto. Lucrezia era aggressiva e non mollava, mi possedeva con lo sguardo, ma quel giorno voleva darmi di più. Mi sorrise mentre i suoi occhi continuavano ad alienarmi. Io ero inerme. Pensavo tante cose, pensavo quanto mi piacesse, quanto era bella, quanta voglia avevo di alzarmi in piedi e possederla su quella scrivania, assaporarla con la mia lingua mentre le dita la esploravano dove era più bagnata. Continua a leggere “La Collega”

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Faccio cose vedo gente

speranzafaccio rime vedo parole

faccio l’amore vedo passione

faccio l’apostolo vedo Gesù

faccio il tè vedo la Regina

faccio allitterazioni vedo allettante

faccio D’Annunzio vedo Pasolini

faccio Boccaccio vedo Caravaggio

faccio l’espiato vedo la croce

faccio il buono vedo cattiva gente

faccio il cattivo vedo le sbarre

faccio le labbra vedo la lingua

faccio le dita vedo le mani

faccio le curve vedo il tuo corpo

faccio il locatario vedo contratti

faccio il proprietario vedo le spese

faccio il disoccupato vedo la strada

faccio la fame vedo la sete

faccio i soldi vedo l’odio

faccio lo straniero vedo un sorriso

faccio la voce vedo i tuoi gemiti

faccio il paziente vedo i tuoi seni

faccio pietà vedo rancore

faccio speranze vedo solo lacrime

 

Piero Cancemi

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