Pubblicato in: Racconti

Albero di Mimosa

RACCONTO PRESENTE NELL’ANTOLOGIA RACCONTI SICILIANI PUBBLICATA DA HISTORICA EDIZIONI A LUGLIO 2019

Era una luminosa mattina di fine febbraio, il sole splendeva audacemente nel cielo sempre limpido della Sicilia e irradiava le terre desolate della parte occidentale di quest’isola orgogliosa. L’inverno era finito e le piantagioni stavano ricominciando a nutrirsi pienamente della luce solare, la campagna si stava riempiendo nuovamente di profumi mentre il vento glieli sussurrava alle sue foglie. Nonno Giovanni camminava per la campagna ubicata in una zona desolata del paese, tenendo per mano Giovannino, il più piccolo dei suoi nipoti. Gli altri nipoti erano cresciuti e andati via dalla Sicilia: chi al nord Italia, chi in Spagna e chi in Germania; per nonno Giovanni era diventato difficile stare insieme a loro. Giovannino era l’ultimo nipotino rimastogli vicino e quindi era sempre felicissimo quando passava del tempo insieme a lui. I due camminavano lentamente sulla terra arsa e spoglia quando ad un tratto il nonno mostrò al nipotino cosa era stato fatto per lui: un albero di mimosa piantato e cresciuto. Il piccolo Giovannino sorrise anche se non aveva capito, guardava il nonno dal basso dai suoi grandi occhi blu. Nonno Giovanni staccò la mano dal nipote e accarezzandogli i suoi bei capelli castani arruffati gli disse: “Quella è la tua altalena Giovannino”. Il piccolino lanciò uno sguardo verso l’albero di mimosa e in quel momento fece caso alle corde che pendevano dal ramo che terminavano su una tavoletta. All’apice della consapevolezza del regalo appena ricevuto il piccolo Giovannino iniziò a
correre felice, non rallentando neanche quando giunse in prossimità della sua altalena; poggiò le mani sulla base e si lanciò subito sopra. Il piccolo Giovannino non ce la fece a restare in equilibrio, cadde battendo la testolina sul morbido terreno privo di qualsiasi pericolo. Nonostante non avesse provato alcun dolore, iniziò a piangere ugualmente. Nonno Giovanni sorrise ed iniziò a camminare velocemente per giungere vicino al suo nipotino. Lo agguantò dalle piccole braccia, lo rimise in piedi, gli accarezzò la testolina e gli disse con voce calma e tranquilla: “Giovannino non ti sei fatto niente. Non devi piangere ogni volta che cadi, piuttosto devi provare sempre a rimetterti in piedi e sorridere”. Giovannino allora sorrise perché in quel momento si era rimesso in piedi; suo nonno lo afferrò di nuovo e lo poggiò delicatamente sull’altalena che aveva preparato per lui. Da quel giorno Giovannino e suo nonno andavano sempre insieme all’albero di mimosa per giocare con l’altalena. Il nonno lo spingeva piano e Giovannino rideva forte. Quando l’albero iniziava a produrre le prime infiorescenze sferiche il profumo si enfatizzava nell’aria, il bambino sapeva di poter correre verso la sua altalena per divertirsi insieme al nonno. Un giorno di quelli Baldassare, il papà di Giovannino, decise di scattare una foto di quel momento: la foto del suo bambino insieme a suo padre, attorniati solo dal bellissimo albero di mimosa dai rami colmi di fiori gialli. Ma il tempo non è scandito soltanto dall’alba che aspetta il tramonto. Il buio arriva nonostante si voglia solo giocare.
Una luminosa mattina di marzo, mentre il sole splendeva forte nel cielo e scaldava gli animi, il piccolo Giovannino iniziò subito a correre all’impazzata perché sapeva che il nonno lo stava aspettando al loro albero di mimosa. Ma correndo il piccolo Giovannino inciampò sul terreno, il grande sorriso presente sulla sua bocca iniziò a ritirarsi lentamente mentre si schiantava tra i sassi ruvidi presenti tra le sterpaglie. Le sue piccole mani si graffiarono profondamente, se le guardò, si spaventò e quando vide il sangue sulle sue mani non riuscì a placare le lacrime, ed iniziò a piangere a squarciagola. Nonno Giovanni stava aspettando il nipotino a pochi passi dall’altalena che pendeva dall’albero di mimosa, ma quando udì le forti urla iniziò subito a correre per andare incontro al bambino. Giunto in prossimità del piccolo Giovannino vide le sue manine macchiate di sangue. Questo lo scosse talmente tanto che al termine della corsa tutti i ricordi accumulati fino a quel momento esplosero violentemente nel suo labile cuore facendolo arrestare completamente. Il nipotino smise di piangere e poggiò le manine sul volto del caro nonno imbrattandolo di sangue. L’albero di mimosa restò a guardare quella scena che Giovannino non dimenticherà mai. Crescendo Giovannino abbandonò la Sicilia; a 19 anni si trasferì a Milano, si laureò e trovò lavoro, si sposò con una donna conosciuta in America, ebbe due figli e ora vive nel nuovo continente. Ogni anno “Little John” torna in Sicilia insieme alla sua famiglia. Quando attraversa gli alberi di carrubo con i suoi
bambini, poi gli agrumi che sprigionano forti odori, si diletta a raccontare storie di quelle terre ricche di amore. Quando alla fine della passeggiata giunge all’albero di mimosa, che non è mai morto, torna ad essere Giovannino. Adesso quell’altalena, che resiste e che continua a far sorridere, dondola dolcemente i suoi figli. Giovannino conserva gelosamente la fotografia scattata da suo padre Baldassare, fa rivivere ai suoi figli la bellezza della Sicilia, che non è quella che viene mostrata in televisione, la Sicilia è la voglia di esserci e resistere, dove si “deve provare a rimettersi sempre in piedi e sorridere”. Giovanni non dimenticherà mai l’insegnamento del nonno e continuerà a trasmetterlo ai suoi figli. La Sicilia lascia dei segni, si può scappare a Milano, a Berlino, in America, ma l’aria Siciliana scorrerà sempre nelle proprie vene, non mancheranno solo l’infanzia e i ricordi, mancherà la semplicità di una terra povera di ambizioni ma ricchissima di amore. La Sicilia avrà mille problemi, ma le scie di luci che illuminano il mare cristallino, le stelle brillanti che si riflettono sulla lava del vulcano, i profumi, i sapori, faranno dimenticare tutto.

 

Albero di Mimosa su mEEtale

Piero Cancemi

Pubblicato in: Racconti, Validi

Il tacco rosso

Racconto presente nell’antologia RACCONTI EMILIANO-ROMAGNOLI pubblicata da Historica Edizioni a Giugno 2019
9672133_3924515

IL TACCO ROSSO

Nella mia attuale vita priva di luce s’illuminava solo l’immagine di lei nell’oscurità della mia mente. Non riuscivo a dimenticarla, né a fuggire dall’odore della sua pelle ancora attaccata prepotentemente al mio corpo. Continuavo a scrutare i suoi occhi tra gli abissi dei ricordi, ma il suo cuore era sempre stato un’utopia per me. Una parte di lei non era mai andata via, era rimasta ad osservarmi mentre provavo a farmi del male. Non riuscivo a stare meglio, neanche dopo il solito alcool, la solita droga, le solite sigarette e il solito valium. Ero stato abbandonato in un periodo di giorni cupi e notti insonni con in bocca solo sigarette raccattate tra le oscure strade di Bologna.

Ma una sera la rividi e sarà difficile dimenticare quella sera maledetta.

Stavo uscendo dalla solita osteria, ero ubriaco, sporco di vino e con i pantaloni sporchi di piscio. Era una sera come tante altre. Scroccavo e accendevo una sigaretta all’uscita, il mio sguardo appannato intravide un tacco rosso tentennante tra la nebbia illuminata solo da una luce bianca sfocata prodotta da un vecchio lampione. Il tacco rosso era solo, la seconda scarpa non si vedeva, provavo a cercarla con gli occhi ma non riuscivo a trovarla. Forse ero troppo sbronzo o forse la nebbia era troppo fitta, non capivo; ma poi sbucò un piede nudo fine e delicato, orfano di tacco, privo di smalto e con una libellula tatuata sulla caviglia. Io mi pietrificai: conoscevo quella libellula che provava a volare sull’asfalto bagnato. Decisi di incamminarmi verso quella libellula perché ricordavo di averla amata. Lentamente ricostruivo quello che veniva proposto al mio sguardo curioso e speranzoso. Era lei: Emma.

Poteva essere un miraggio tra la nebbia, ne ebbi la certezza quando vidi come destreggiava la sigaretta tra le dita dallo smalto rosso, conoscevo solo lei che faceva quelle giocolerie con la sigaretta. Mi avvicinai mestamente e lento, quando lei si voltò riuscì anche a catapultarsi fuori dalla mia mente, trafiggendomi con i suoi occhi dal trucco sbavato colmi di lacrime e stupore.

Emma mi guardò senza dire niente e poggiando la sigaretta tra le labbra sporche di rossetto mi domandò:

“Che vuoi?”.

“Te!…Da sempre!” le risposi con la mia solita sicurezza balbettante.

Lei mi guardò dalla sua ammaliante iride azzurra in continuo movimento, senza dire una parola.

In quel momento non riuscii a interrompere lo scorrimento dei ricordi nella mia testa di quando vivevamo insieme.

Ricordavo che quando mi svegliavo lei non era mai accanto a me, ma la trovavo in salotto nuda coperta solo da un cardigan lungo che riusciva a coprire solo il suo seno privo di curve e parte del suo culo. Emma aveva un bel culo, era magrissima, senza tette, costole avidamente in mostra, ma aveva un bel culo con delle curve. Ricordo che durante quei risvegli lei mi guardava con il solito sguardo stralunato e spento. Gli occhi azzurri non bastavano a farle sembrare lo sguardo più acceso. Solo le lunghe occhiaie davano segni di vita al suo bianchissimo volto, facevano da contorno alle sue pupille che fissavano il pavimento per cercare qualcosa. Io restavo sempre in mutande sul divano, e mentre cercavo le sigarette Emma cercava i suoi amati psicofarmaci. Quando provava a stare ferma il fumo prodotto dalla sigaretta penzoloni sulle labbra le offuscavano lo sguardo; questa mancanza di realtà forse riusciva a rasserenare la sua agitazione catatonica. Approfittavo di quei momenti per chiederle di preparare un caffè. Lei mi guardava e mi mandava a fanculo. Io preparavo il caffè e una spada da iniettare in vena.

Dopo il nostro buco eravamo già arrivati al giorno dopo, poi a quello dopo, poi all’altro, poi a quello ancora.

Quanti bei ricordi quando cercavamo il tempo perso.

Facevamo le marchette per procurarci da vivere, ma dopo avevamo smesso. Eravamo scappati l’uno dall’altra per non essere continuamente tentati dalle nostre dipendenze.

Io avevo smesso di drogarmi ma non avevo smesso di fare marchette, mi facevo solo di alcool, fumo, morfina, valium, xanax, uomini e donne. Niente di così insolito, mi autogiustificavo nella mente.

Bologna riusciva ad accontentarmi.

Ma quella sera Emma mi scaraventò nuovamente nella sua palude.

Lei era su una scarpa col tacco rosso, con il rossetto sbavato, colma di lacrime che aiutavano la matita sugli occhi a sporcarle l’intero volto; un vestito rosso succinto strappato mentre i capelli castani erano pettinati solo grazie allo sperma che ancora contenevano.

Eri sempre bellissima Emma, ma forse eri peggiorata.

“Da dove esci fuori Emma?” le chiesi aiutato dal mio sguardo arreso.

“Esco fuori da un gioco di gruppo tra persone nude e felici” spiegò sogghignando.

Emma si interruppe, ruotava le orbite degli occhi, poi aggiunse sottovoce “Sicuramente quei fottuti negri e musi gialli mi stanno cercando”.

Sbarrai leggermente gli occhi piegando la testa di lato, la fissai per qualche secondo e riuscii solo a chiederle:

“Pagano bene?”.

Lei mi guardò e non mi rispose. Emma non era cambiata.

Era lì davanti a me, vestita con abiti non suoi ma strappati, con una sola scarpa al piede, i capelli sporchi di sperma, trucco sbavato sulle guance e mi fissava come un cane abbandonato in autostrada sotto la pioggia. Allora feci quello che faccio sempre in questi casi: pensai di prendermene cura.

Mi avvicinai lentamente e lei riuscì solo a domandarmi “La borsa?”.

“Da quando una borsa è così importante per te?” le domandai.

“Da quando è piena di soldi, coglione!” rispose con aria seria.

Quelle parole mandarono in tilt il mio cervello e mi proiettarono in un futuro ipotetico fatto di eroina, sesso multi etnico, clown, cavalli, cocaina, pianoforti elettrici, ukulele, telefoni satellitari, Ferrari a forma di panda, panda a forma di Ferrari, pernacchie, ingoi, buchi, buchi dell’ozono…e su buchi dell’ozono mi fermai a riflettere per domandarle:

“Ma riusciamo a riparare il buco dell’ozono con quei soldi?”.

Emma mi guardò con aria basita senza dire una parola, si voltò e zoppicando sul suo tacco rosso sotto la pioggia andò a prendere il grande borsone, adagiato sulla pozzanghera formatasi di lato. Lo prese, lo aprì e mi fece vedere le banconote che conteneva.

“Questi sono soldi cinesi…o giapponesi…o negri…o che cazzo ne so, ma sono un sacco soldi e noi li prendiamo. Ora sono nostri, miei, tuoi, della mia bocca e del mio culo”.

“Va bene” risposi serenamente.

“Andiamo via!” mi ordinò.

“Va bene” risposi di nuovo provando ad asciugarle il volto dalla pioggia.

Io ed Emma fuggimmo quella sera. Ancora una volta le nostre strade si erano incrociate, come se il suo desiderio intrinseco di chiedere aiuto fosse caduto nel bicchiere di vino che stavo bevendo. Pensavo che non l’avrei mai più rivista ma invece era lì. Pensavo tornasse a Reggio-Emilia…o a Modena…o a Forlì. Da dove cazzo veniva Emma? Non lo so, io la amavo, l’amore non chiede i documenti.

Nel frattempo cominciai a dubitare su quello che vedevo, non volevo confondere ancora una volta le immagini reali da quelle presenti solo nella mia testa.

In ogni caso volevo fuggire con lei, il mio unico vero amore.

Quella sera scappammo mano nella mano sotto la pioggia e con tanti soldi. Avremmo costruito il nostro futuro, la nostra casa, i nostri bambini, il nostro cane San Bernardo con gli occhiali da sole che fuma crack tra le vie del centro, cucinato lo zucchero filato con il rum, guidato l’automobile cinquanta per andare in centro, mangiato caramelle ricoperte di vodka; poi avremmo fatto l’assicurazione sanitaria, timbrato il cartellino tutte le mattine, non facendo mai annoiare le nostre lingue ubriache neanche quando andremo a messa la domenica mattina. Che bel futuro! Quello che ho sempre desiderato. Mi battezzo…o sono già battezzato? In quale Dio credo?

Quella notte la pioggia provava a cancellare i miei dubbi.

Io ascoltavo tutto quello che diceva Emma, anche quando disse di acquistare tanta eroina e bucarci tra i vicoli nascosti, negli atri aperti nei condomini senza custodi. Andiamo in via San Vitale, mi disse, io la seguii. Quanta felicità quella notte. Quanta felicità mentre ci abbandonavamo sdraiati sugli orgasmi che ci procuravamo senza essere avidi tra le vene. Quanta felicità quella notte sotto la pioggia martellante che provava a tenerci svegli.

Ma quella notte la pioggia non riuscì a tenere Emma sempre sveglia. La mattina, o il pomeriggio, o il giorno dopo, mi svegliai, guardai Emma che non respirava. Era rimasta intossicata dal suo stesso vomito da chissà quante ore. Non dimenticherò mai quella notte, continuerò a riviverla costantemente quando chiuderò gli occhi e la mente.

Sarò sempre sicuro che un giorno la rivedrò in sella a un tacco rosso, e nella mia attuale vita priva di luce, continua a scuotersi solo l’immagine di lei che danza con una sola scarpa nell’oscurità dei miei pensieri, che adesso alloggiano in questa clinica, con me, dove continuo a raccontare la mia triste storia a voi che mi ascoltate e che mi leggete.

Piero Cancemi

Il tacco rosso su mEEtale

Pubblicato in: Libri, Racconti, Validi

Vent’anni

svolteCiao Francesco,
Non so niente di te ma ti ho pensato tanto in questi anni, costantemente, incessantemente. Solo oggi ho deciso di dare una svolta alla mia vita ammettendo la mia verità. Quella verità che non sono stato in grado di affrontare negli anni e che ho tenuto nascosta per troppo tempo. La verità che non mi faceva dormire la notte e non mi faceva stare bene durante tutto il giorno, mentre i miei pensieri si confondevano tra loro, sperando solo di terminare le mie giornate in un abisso di sonno perenne.
Forse non avrai voglia di leggere quello che è scritto su questo foglio e con una pessima calligrafia.
Mi chiamo Antonino, ma tutti mi chiamano Nino. Forse avrai già capito chi è l’autore di queste banali chiacchiere di presentazione prive di interesse. Ma forse invece non lo sai.
Io so chi sei tu, conosco tua madre, la conosco bene, ma sono tanti anni che non la vedo e che non la sento, esattamente vent’anni, la tua età.
So che vivi a Milano e che anche tua madre sta ancora lì. Non sono uno stalker e neanche un assassino, ma forse qualcosa di altrettanto schifoso e ingiustificabile. Sono un inutile uomo che alla tua età è stato solo in grado di scappare, di andare via da una responsabilità che non ha voluto assumersi. Non capivo niente e ho preferito fuggire da una gioia che tua madre aveva appena iniziato a tenere in grembo.
Io non ho genitori, non li ho mai avuti. Penso che la realtà in cui sono cresciuto, tra comunità per minori e affetto ricevuto solamente da estranei, abbia influenzato il mio modo di fare delle scelte. Oppure sono sempre stato una persona di merda incapace di prendere le giuste decisioni e che sta solo provando a giustificarsi. Ma ormai non ho più niente per cui giustificarmi.
Mi sono costruito tante immagini di te nella mia testa. A volte ti ho pensato con i capelli castani e gli occhi marroni come tua madre, a volte con i capelli neri e gli occhi cerulei come il sottoscritto. Ormai i miei capelli sono quasi tutti bianchi, però ti ho immaginato spesso simile a me quando avevo la tua età. Spero solo che non avrai il mio stesso carattere. A diciannove anni ero un poco di buono, mi facevo trascinare in brutti giri e brutte situazioni troppo facilmente. Non andavo a scuola, ma ogni tanto svolgevo umili lavoretti per potermi mantenere. Conobbi tua mamma a quell’età: era bellissima. All’inizio provava a ignorarmi, ma lei mi piaceva troppo. Io ero solo un mascalzone che aveva smesso di andare a scuola mentre lei era una bravissima e bellissima studentessa di famiglia borghese, una storia che si ripete dai tempi della proiezione di Lilli e il Vagabondo. Ma in questo caso non è andata a finire come in quel film. Ci siamo conosciuti, ci siamo frequentati e ci siamo innamorati. Ma l’amore a volte fa fare delle sciocchezze. Nel mio caso mi aveva solo dato una grande felicità, e io l’ho interpretato in maniera opposta. Ero giovane, ero impreparato e nella mia inadeguatezza a quel nuovo ruolo ho deciso, da immaturo, di scappare. I genitori di tua madre non mi sopportavano, e quando mi vedevano insieme a lei mi guardavano con disprezzo. Tuo nonno mi odiava, me lo diceva anche tua madre. Io ero un pesce fuor d’acqua in quella famiglia, ma non davo peso alla cosa; in realtà a me non interessava niente. Io volevo solo stare con tua madre, me ne infischiavo di tutto il resto.
Poi è arrivato quel giorno, quel maledetto giorno che non ho mai dimenticato. Ho incontrato lei e mi ha spiegato tutto. Mi ha detto che aspettava un bambino, che tua nonna l’aveva saputo, ma tuo nonno non sapeva niente. Una storia del cazzo che dovevo capire. Boh! Capire cosa? Cosa cazzo dovevo capire? Capire che aspettavamo un figlio e non lo doveva sapere nessuno? Capire che forse dovevamo fuggire per costruire una famiglia, ma con niente in mano? Che cazzo ne sapevo io? Avevo vent’anni. Nella vita ero solo riuscito a scappare da scuola, e in quel momento ho pensato di scappare anche da quella famiglia borghese del cazzo. Ho avuto solo questo pensiero. Ho pensato che i soldi li avrebbero tirati fuori loro. Tua madre era in gamba e se la sarebbe cavata. Io non volevo chiedere niente a nessuno. All’inizio ho deciso di cambiare città per dare una svolta alla mia vita, magari con un lavoro stabile. Pensavo che un giorno sarei tornato, ma purtroppo non è andata così, Francesco. Mi sono trasferito a Bologna. Ho cercato lavoro e ho provato a darmi una regolata. Ma niente. Ho trovato diversi lavori, guadagnavo dei soldi e poi li spendevo tutti nel peggiore dei modi facendomi del male. Ma solo quel male mi faceva stare bene.
Non so cosa ti abbia detto tua madre di me. Magari non te ne ha mai parlato. Magari dopo di me ha avuto subito un nuovo compagno, che ricopre ancora quello che doveva essere il mio ruolo. Sicuramente sarà una persona migliore di me. Immagino sia una persona benestante a cui non manca niente, anzi, che sia molto più ricco di una persona a cui non manca niente, e che non abbia fatto mancare nulla neanche a te. Vivete in una grande casa; avete l’aspirapolvere automatica che lucida tutto il parquet; la vostra governante utilizza l’apriscatole elettrico; il vostro chef vi cucina piatti contenenti panna acida e caviale; in garage è parcheggiata una De Lorean volante. Me la immagino così, una persona più ricca di una a cui non manca niente. Io invece sono solo uno squattrinato a cui manca tutto. Non ho una casa e non ho un aspirapolvere. Pago l’affitto e spazzo con la scopa. Apro i barattoli girando la manopola dell’apriscatole, mi cucino solo la pasta e in strada è parcheggiata la mia vecchia Fiat Panda. Sono riuscito ad arrivare solo a questo.

Continua a leggere “Vent’anni”

Pubblicato in: Racconti, Validi

Il caffè della Nonna

racconto presente nell’antologia NON BASTANO LE INTUIZIONI pubblicato nel 2018 da Senso Inverso Edizioni

9022528Sono nato in Sicilia, nella ridente cittadina di Petrosino, ubicata tra i comuni di Marsala e Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Sono nato nella casa di mia Nonna; potevo nascere in uno degli ospedali presenti nei due paesi vicini, ma a casa mia le vecchie abitudini sono sempre state difficili da eliminare. Io sono cresciuto lì, ho imparato a dire le prime parole, poi a camminare e subito dopo a correre. A Petrosino avevo tanti posti dove poter correre, tra le campagne e le strade prive di asfalto. Cadevo spesso a terra, anzi, spessissimo; quando succedeva tornavo a casa mestamente, con ginocchia sbucciate, mani lacerate e occhi colmi di lacrime. Con le labbra imbronciate andavo da mia madre, lei si agitava, mi rimproverava, poi mi medicava e mi spediva subito nella mia stanza. A volte però, quando tornavo a casa dopo essermi fatto male, era presente mio padre. Con lui gli occhi colmi di lacrime e le labbra imbronciate non avevano lo stesso effetto; mio padre mi sgridava urlando ad alta voce ed io piangevo ancora più forte.

Da bambino imparai a cavarmela da solo, cioè smisi di tornare a casa quando mi succedeva qualcosa di spiacevole. Decisi di recarmi da mia Nonna, che viveva nell’appartamento al piano inferiore. Mia Nonna diventò presto una sicurezza per me, la mia “ancora di salvezza”. Ogni pensiero, ogni dubbio e ogni incertezza la sfogavo su mia Nonna senza avere alcuna paura. Lei raccoglieva tutto e si sedeva accanto a me, mi dava consigli, mi accarezzava la nuca e mi raccontava del suo passato. Per ogni cosa che dicevo, a lei venivano in mente episodi della sua vita e ne parlava con allegria. Io stavo sempre ad ascoltarla con lo sguardo pieno di fascino e curiosità, le ponevo domande perché ogni cosa era come se l’avesse vissuta insieme a me, anche se nei suoi episodi di vita non c’erano strade, treni o automobili. Nei suoi episodi c’era anche la guerra e c’era ancora mio Nonno, ma i suoi modi di raccontarmi le storie trasformavano i brutti episodi in esperienze di vita divertenti che imparai ad ammirare.

Mia Nonna era diventata la mia migliore amica ed io ne ero orgoglioso.

A lei raccontavo del compagnetto delle scuole elementari che mi faceva i dispetti e mi consigliava: “Iunciti cù chiddri megghiu ri tia e perdici li spisi”1.

Le feci leggere il tema che avevo scritto sul mio migliore amico durante le scuole medie e, quando capì che parlavo di lei, mi esclamò sorridendo: “Masculu e beddru pi ghiunta”2.

Quando le confessai della mia attrazione verso la ragazzina del Liceo che frequentavo, sorridendo mi ordinò: “Assettàti e pìgghiamu un café”3. Continua a leggere “Il caffè della Nonna”

Pubblicato in: Libri, Validi

Storie di ordinaria disperazione e gioia di vivere

41gfa4sakvl-_sx328_bo1204203200_Storie di ordinaria disperazione e gioia di vivere è un libro di Fiammetta Colapaoli e Adriana Saja, pubblicato da Edizioni del Cerro nel 1999.

Il tema della disabilità è al centro di questo libro a più voci costituito da tre racconti, narrati in prima persona da disabili o da parenti di persone disabili. I tre racconti, diversi tra loro per la personalità dei loro protagonisti e per i percorsi di vita, scaturiscono tutti da esperienze dirette, vissute, sofferte, in cui si mescolano dolore e gioia di vivere, delusioni e speranze, e sono tutti accomunati dall’esigenza di uscire dalla dimensione personale e soggettiva e di allargarsi ad una dimensione più ampia che coinvolga e stimoli il confronto non solo con le persone che sono direttamente a contatto con la disabilità, ma con l’intera società.

 

Storie di ordinaria disperazione e gioia di vivere – Amazon

Pubblicato in: Libri, Pensieri e Citazioni

Bologna

img_6026dal Racconto SOTTO I PORTICI di Piero Cancemi

“…andiamo ai Giardini Margherita, andiamo al Parco della Montagnola, andiamo in Via del Pratello, in Via Mascarella, in via Petroni, in Piazza Verdi, fermiamoci in Via Delle Moline, prendiamo un gelato da Gianni, mangiamo una gramigna con la salsiccia all’ Osteria dell’Orsa, mangiamo anche la mortadella di Bologna e il ragù alla bolognese, facciamo aperitivo all’ Osteria del Sole, le crescentine sono pesanti, mangiamo una piadina con crudo e squaquerone, andiamo in Biblioteca Salaborsa, andiamo al concerto, andiamo sui colli, andiamo a San Luca, andiamo al Barazzo…”

Sotto i portici

Racconti Bolognesi vol.1

Pubblicato in: Racconti

Il racconto più breve del mondo

For sale. Baby shoes. Never worn.” 

Tradotto: “In vendita. Scarpe da bambino. Mai usate.”

Una piccola chicca di Ernest Hemingway.

Che sia davvero questo il racconto più breve del mondo?

Non lo so. Può darsi.

Si tratta di un esempio di flash fiction e si dice che Hemingway lo scrisse per una scommessa di dieci dollari all’hotel  Algolquin di New York, in una tavola rotonda con altri scrittori.

Dubito che serva aggiungere qualcosa, a parte constatare che contro un lavoro simile può essere sciocco giocare dei soldi.

D’altra parte Hemingway lo considerò sempre uno dei suoi migliori lavori.

Articolo di Ferruccio Gianola

Pubblicato in: Racconti

Il bacio

Una sera mi ritrovai in un locale con Caterina, avevo sempre avuto un debole per lei. Avevamo diversi amici in comune e ci ritrovavamo spesso insieme. Io ero fidanzato con Martina ma non rinunciavo mai a una birra con i miei amici e quel giorno mi ritrovai, ancora una volta, a chiacchierare con Caterina. Lei aveva lunghi capelli color castano cioccolato, era magra e bassina, aveva la carnagione scura e i suoi splendidi occhi castani perlati splendevano ed erano sempre vispi e accesi. Lei non era soltanto una bellissima ragazza, lei era sempre allegra ed io ho sempre avuto un debole per i sorrisi delle donne. Parlavamo e ridevamo insieme ai nostri amici e quella sera ci ritrovammo tutti in piedi dopo che il locale si era affollato. Caterina sapeva che io ero fidanzato ed io sapevo che lei ogni tanto si vedeva con il suo ex fidanzato, ma non parlavamo mai di queste cose, noi parlavamo e ridevamo, bevevamo e scherzavamo. Mi piaceva tanto e non glielo nascondevo, lei mi faceva capire che apprezzava i miei sguardi così come io apprezzavo i suoi sorrisi. Le agguantavo le mani e gliele sfioravo, lei mi si avvicinava ma dopo tornava indietro, eravamo come due ragazzini, ma di vent’anni. Tra le varie chiacchiere ci accorgemmo che ci eravamo separati dal gruppo. Io allora la avvicinai a me agguantandole il bacino da dietro e le sussurrai:
“Mi fai impazzire!”.
“Anche tu!” mi rispose avvicinando le sue labbra alle mie.
Allora io le allungai, ma lei si tirò indietro dicendomi:
“Usciamo fuori, qui ci vedono gli altri, abbiamo situazioni sentimentali complicate, non peggioriamole”.
“Va bene Caterina. Dividiamoci allora. Io esco prima e ti aspetterò fuori se hai voglia di baciarmi”, le dissi guardandola negli occhi.
“Sì, ho voglia di baciarti, aspettami fuori” mi rispose sorridendo.
Io uscii fuori, misi le mani in tasca e con lo sguardo felice mi misi ad aspettarla. Ero contento, non pensavo a nient’altro al di fuori di lei.
Aspettai 10 minuti, poi 20 e quando divennero 30 decisi di entrare.

Lei uscì fuori dal locale mentre io stavo per rientrare, non feci in tempo a sorridere che lei mi si catapultò sulle labbra. Io la strinsi forte e la sollevai lievemente mentre le nostre lingue si sfioravano, poi la adagiai nuovamente sulle sue gambe e guardandola negli occhi con il mio naso poggiato al suo le dissi:
“Mi piaci un casino, da sempre, io voglio solo te”.
“Anche tu mi piaci un casino da sempre, anch’io voglio solo te”.
Da lì iniziò la nostra storia d’amore, io e Martina ci separammo e mi lasciai trasportare solo dal piacere e dalla passione che condividevo con Caterina. Continuammo ad uscire insieme ai nostri amici ma non ci dividemmo mai più, eravamo fatti l’uno per l’altra e non volevamo separarci. Sono passati gli anni, siamo riusciti a laurearci, abbiamo trovato un lavoro ciascuno, ci siamo sposati, abbiamo avuto 2 figli e continuiamo ad amarci follemente.

Ma in realtà non è andata così.
È vero che, da ragazzini, quando io e Caterina decidemmo di uscire fuori dal locale aspettai 10 minuti, poi 20 e quando divennero 30 decisi di entrare. Ma lei non la incontrai. Entrai nuovamente dentro il locale e vidi Caterina che parlava con il suo ex fidanzato. Io tornai tra i nostri amici e ogni tanto lanciavo un’occhiata verso di lei per vedere quando si sarebbe liberata, ma non accadde. Quando il locale stava per chiudere l’unica cosa che vidi fu lei che baciava il suo ex fidanzato. Io capii che quella sera non avrei baciato nessuno, quella sera tornai a casa e il mio modo di vivere non cambiò. Non lasciai la mia ragazza e tutto proseguì per il meglio nell’unica direzione in cui avevo iniziato, ma ancora oggi mi pongo domande a riguardo.
Può un bacio cambiare le nostre storie? Può un bacio condizionare le nostre decisioni? Può un bacio cambiare le nostre vite?
Non lo so, ma l’unica cosa che so è che quel mancato bacio non è mai esistito e che mai è scomparso dalla mia testa.
Una delle mie figlie si chiama Caterina ed io non ho mai spiegato a mia moglie perchè mi piacesse quel nome, per me ha sempre rappresentato il nome di un bacio e mia figlia avrà sempre tutti i baci che vuole.

 

Il bacio – Meetale.com

Pubblicato in: Libri, Validi

Amore Caro

9788860522177bAmore Caro. A filo doppio con persone fragili è un’antologia curata da Clara Sereni edito nel 2009 da Cairo. Racconti scritti tra gli altri dalla stessa Sereni e da Franco Amurri, Oliviero Beha, Paola Cortellesi, Pulsatilla, Barbara Garlaschelli.

Costruire un futuro, dare voce alla speranza: la forma della lettera è più diretta, più sensibile alle contraddizioni, più libera. Per questo sono lettere quelle che Clara Sereni ha chiesto di scrivere a personaggi dello spettacolo, del giornalismo, della letteratura e della politica, persone che con la diversità propria o altrui convivono.

I legami famigliari, si sa, sono spesso un po’ scomodi, solo in piccola misura rassicuranti. Siamo tutti legati l’uno all’altro da un filo – scrive Clara Sereni –, ma quando all’altro capo del filo c’è una persona disabile tutto cambia. Perché chi è diverso fa più fatica a vivere, e nessuno meglio di chi li accompagna attraverso le difficoltà di ogni giorno può saperlo.

Come si sentono i genitori dei disabili, così più esposti al giudizio della gente e alle inefficienze della società? È vero che oggi sono più garantiti, che provano meno vergogna? Come raccontano, i più fragili, la propria esperienza? Come vivono il rapporto con loro i fratelli, le sorelle, i parenti più prossimi? E quando a essere in difficoltà sono i genitori: cosa significa allora esserne i figli? Storie d’amore in cui l’amore è più forte e più caro. Storie d’amore in cui l’amore costa anche molto caro. Storie da cui non sempre si può trarre un bilancio, storie che non finiscono. Ma quando queste storie della vita trovano le parole, possono anche scorrere via serene, sorprenderci, andare verso la favola e il sogno.

Costruire un futuro, dare voce alla speranza: la forma della lettera è più diretta, più sensibile alle contraddizioni, più libera. Per questo sono lettere quelle che Clara Sereni ha chiesto di scrivere a personaggi dello spettacolo, del giornalismo, della letteratura e della politica, come Franco Amurri, Oliviero Beha, Giovanni Maria Bellu, Gloria Buffo, Paola Cortellesi, Barbara Garlaschelli, Valentina Locchi, Kicca Menoni, Pulsatilla, Lunetta Savino, persone che con la diversità propria o altrui convivono. Perché attraverso le loro testimonianze sia poi più facile capire e capirsi, aiutare e aiutarsi, raccontare e raccontarsi. Anche per noi.

Amore Caro – Cairo Editore

Amore Caro – Amazon