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La finestra sul cortile

Racconto presente nell’antologia RACCONTI A TAVOLA pubblicata da Historica a Giugno 2021

Avevo cambiato casa da poco e lentamente iniziai a conoscere gli inquilini del palazzo. Nel piano del mio appartamento io sono il più grande. Io ho 37 anni.

Sembrerebbe un’ottima premessa per nuove storie e nuove conoscenze, ma ovviamente qualcosa doveva andare storto, non fermarsi mai alle apparenze.

Qualcosa di innocuo: una semplice pandemia globale sconosciuta che ha costretto il mondo intero a utilizzare dispositivi di sicurezza per evitare i contagi.

Il mondo cambia, la gente è obbligata a restare in casa per evitare il contagio, si esce solo per andare in farmacia e al supermercato, chi esce indossa la mascherina con disinfettante in tasca.

Non siamo in una puntata di Walking Dead, siamo solo nel 2020 nel pianeta terra.

Io nella nuova casa ordino la spesa a domicilio, posso vedere solo i congiunti che vengono a trovarmi e se indossano la mascherina. Io sono disabile, quindi soggetto vulnerabile e maggiormente a rischio contagio.

“Andrà tutto bene” dicevano dalle finestre dei palazzi di tutto il mondo. La mia ragazza\congiunta mi lascia inviandomi un messaggio su WhatsApp: Ti lascio non ti preoccupare: Andrà tutto bene.

Anno 2021, vivo da solo, lavoro al pc in smart working da un anno e non mi dispiace. In qualche modo riesco a fare nuove amicizie… o qualcosa del genere.

Certe volte, in pausa pranzo, ordino qualcosa da mangiare dal locale vegetariano sotto casa e me lo consegnano davanti la porta di ingresso verso le ore 13. Certe volte passa un congiunto (mia madre) a lasciare qualche manicaretto per il povero figlio di 37 anni che deve ancora crescere.

Alle ore 13 il mio pranzo è variabile, la cosa che invece non cambia mai è che dopo pranzo vado fuori in balcone zoppicando a bere un caffè seduto sulla sedia a guardare quello che accade intorno. Io non ho una finestra sul cortile, io ho un balcone sul cortile, però è più figo dire una finestra sul cortile perché menziono Hitchcock.

Oggi a pranzo ordino sotto casa dal locale vegetariano: Polpette di quinoa, zucchine impanate nella granella di pistacchio con contorno di broccoli, fagiolini e carote servite con yogurt greco.

Alle ore 13:40 bevo il caffè in balcone e osservo il palazzo di fronte: non è un vecchio palazzo, neanche nuovo, secondo me è degli anni 60. Sei piani. Un palazzo degli anni 60 è vecchio o nuovo? Dubbi mentre bevo il caffè.

Le finestre del primo piano sono sempre chiuse, non vive nessuno all’interno, oppure sono tutti morti all’interno.

Al secondo piano invece qualcuno vive: dalla portafinestra si vede gente, sul balcone c’è un armadio di plastica a 2 ante e giocattoli sparsi, uno stendino con vestiti appesi e una scarpiera. Dalla finestra accanto al balcone un adolescente dai capelli castani spettinati si fuma una sigaretta.

Terzo piano: meno affollato del secondo, armadio a 2 ante presente anche lì, dalla portafinestra si intravede una donna che spazza il pavimento.

Quarto piano: tre bambini seduti giocano sul balcone.

Quinto piano: una giovane ragazza dai capelli corti biondi esce fuori, poggia i gomiti sulla ringhiera e si accende una sigaretta. Guardo la ragazza mentre gusto il caffè, la ragazza guarda me e poi guarda il suo cellulare.

Sesto piano: un piccolo tavolino rotondo all’angolo, poi credo che il ragazzo disteso sul tappetino faccia yoga. Non vedo sedie e armadi. Vedo solo un ragazzo che dimena con lentezza gambe e braccia.

Termino di osservare il palazzo di fronte, inizio a guardare il palazzo di lato, più vicino al mio: 6 piani, per ogni piano sono visibili solo 2 finestre, una grande e l’altra più piccola. Non è presente nessuna portafinestra.

Primo piano: finestra piccola con tenda bianca aperta; finestra grande dalle tapparelle perennemente chiuse.

Secondo piano: vecchia finestra piccola con tenda aperta e si vede il bidet; finestra grande accanto coperta da tende bianche.

Terzo piano: il mio stesso piano, finestra piccola chiusa con tenda bianca; finestra grande aperta, un ragazzo con occhiali e auricolari è seduto alla scrivania guardando il monitor. Il ragazzo parla, vedo muovere le labbra, il ragazzo starà facendo didattica a distanza o lavora, non capisco cosa stia facendo. Io quando lavoro faccio lo stesso. Guardo il ragazzo, lui mi guarda, alziamo entrambi la mano per salutarci.

Quarto piano: finestra piccola coperta da sbarre bianche; finestra grande composta da 4 ante aperte. Due ragazzi di colore parlano una lingua straniera, non capisco la nazionalità. Io li guardo, uno dei due mi fissa, io saluto alzando la mano, lui ricambia facendo lo stesso.

Quinto e Sesto piano non attirano la mia attenzione, non succede niente di particolare. Sono presenti sempre finestre piccole o grandi a 4 ante. Finestre sempre coperte dalle tende bianche, tapparelle sempre aperte.

In questa scenografia a volte mi capita di scambiare qualche frase con il mio vicino. Lui si chiama Enea, amico di tutti gli abitanti del condominio, certe volte sbuca inaspettatamente e quelle volte parliamo dal nostro balcone sul cortile.

Sul balcone del piano sotto una signora ha formato un giardino composto da grosse piante di aloe vera e piante di basilico giganti; da imperiose piante grasse e gelsomini; dall’incenso e dal rosmarino. E’ bello osservare quel balcone, trasmette vitalità terrestre.

Nel balcone di lato ubicato sopra invece ci sono i giovani, cioè più giovani di me, studenti o lavoratori, non lo so, ma sicuramente sono due ragazze e un ragazzo.

Non so chi è presente sul balcone sopra al mio, ma sicuramente ci sono bambini.

Intorno sono presenti altri palazzi, altri volti che ogni tanto sbucano inaspettatamente dalle finestre, ma nessuno ha attirato la mia attenzione. I giorni passano, la pandemia continua e la mia socialità esiste solo guardando dal balcone sul cortile.

Era un martedì, accendo il pc, vado in balcone e innaffio le poche piante che ho: una salvia e due piante grasse. Inizio a lavorare dalle ore 9:00. Call, attività lavorative informatiche, pausa caffè alle ore 11:00. Vado in balcone a prendere un po’ d’aria, saluto il ragazzo dell’appartamento di fronte mentre è alla scrivania davanti al pc. Mia mamma mi manda un messaggio su WhatsApp: Passo da casa tua e ti lascio un piatto di pasta al forno con uova sode all’interno. Per la pausa pranzo quindi per oggi ero a posto. Alle ore 12:30 mia madre entra a casa mia, mi lascia la pasta a forno ancora calda e va via. Cerco spudoratamente di guadagnare tempo al lavoro per poter mangiare la pasta a forno calda. Raggiunsi l’obiettivo, nel caso contrario l’avrei scaldata dopo al microonde, ma una cosa bella è sempre meglio godersela subito. Questa filosofia mi ha fatto fare tanti errori in passato, ma in piena pandemia era la migliore cosa che potessi fare.

Dopo pranzo preparo il caffè, la moka erutta e metto tutto nella tazzina. Osservo, la ragazza del quinto piano che fuma una sigaretta. La guardo, lei parla a telefono. Cambio sguardo, gusto il caffè, sento le due ragazze del piano superiore di lato che parlano di una tipa lentigginosa e con le tette grosse. Questa è l’unica cosa che ha catturato la mia attenzione durante il caffè. Io sono un semplice uomo etero, le ragazze potevano parlare di una guerra nucleare organizzata in quel palazzo, ma io ho capito solo “tette grosse” e “lentigginosa” forse l’ho inventato.

Era un lunedì, una giornata uggiosa, cielo plumbeo. Le mie piante in balcone sono aumentate: sono state aggiunte rosmarino, fragole e pomodorini. Non innaffio perché più tardi sicuramente pioverà. Oggi cucinerò io: carbonara. Con la spesa che mi consegnano a domicilio era presente uova, guanciale e pecorino romano. Alle 13 inizio a sbattere le uova. Io uso tuorlo e albume, i miei commensali lo sapranno, ma io vivo da solo, faccio il cazzo che mi pare e mangio quello che cazzo voglio. Aggiungo il pecorino alle uova sbattute e metto il guanciale in padella, quando l’acqua bolle butto dentro gli spaghetti e una volta al dente: buon appetito. Non scrivo i dettagli ma solo le cose importanti. Al termine della buonissima pasta alla carbonara, con tanto di complimenti allo chef disabile, inizio a preparare il caffè. Poi balcone e sulla sedia a osservare. A secondo piano un bambino seduto sul balcone gioca con una macchinina; negli altri piani non succede niente. Mi giro a sinistra e guardo l’altro palazzo. Non vedo niente di particolare, tutto noioso e normale, tranne che al secondo piano la vecchia finestra piccola è aperta, vedo solo il bidet. Ad un tratto una signora entra in quel bagno, capelli castani raccolti con un fermaglio giallo sulla testa, una maglia lunga, larga e colorata. Non vedo la signora negli occhi, ma noto la sua semplicità da ambiente domestico. Bevo il caffè sbirciando la signora. Lei alza la maglia larga e colorata e si abbassa le larghe mutande nere per accomodarsi sul bidet. Io volto lo sguardo, poi faccio finta di voltarmi casualmente, ma noto che la signora ha chiuso la piccola finestra. E’ stato il momento più eccitante della giornata. Torno a lavorare alla scrivania e sono quasi contento.

Era un mercoledì, alle ore 10:30 esco in balcone e innaffio le mie piante che continuano ad aumentare e a sbocciare. Sono state aggiunte aglio, pomodori San Marzano e menta. Il mio vicino Enea a volte sbuca e mi parla di spese condominiali mentre fuma una sigaretta elettronica. Di fronte vedo la ragazza biondina del quinto piano che fuma e accarezza il cane. Rientrando dalla portafinestra saluto Enea. Ore 12, mia mamma mi scrive su WhatsApp che oggi mi porta i tortellini fatti da lei insieme al brodo di cappone. Le scrivo di venire alle 13:30 perché oggi ho tanto lavoro. Tortellini in brodo fumanti una volta arrivati a casa sono stati finiti in 20 minuti. Successivamente il solito caffè nel balcone sul cortile, ma al freddo. Non sono presenti bambini nei palazzi. Nessun domestico che spazza. Nessuna persona, solo un adolescente che fuma una sigaretta al secondo piano. Termino il caffè, mi rimetto in piedi e proprio in quel momento un buon odore di marijuana fumante mi proietta nel passato dei miei anni universitari. Alzo lo sguardo e dal balcone dove le 2 ragazze parlavano di tette grosse, un ragazzo spettinato, con aria felice e sorridente mi guarda. Io lo guardo e sorrido. “Che buon odore” gli dico. Il ragazzo sorride, fa un tiro dalla sua canna e mi lancia il fumo dalla sua bocca dal piano superiore. “Devo lavorare” gli dico. Lui fa un altro tiro dalla sua canna e sorride. Forse mi sono sballato di fumo passivo, ma sono rientrato ugualmente nella mia postazione lavorativa, ma questa volta sorridendo.

Passano i mesi, le stagioni e l’ora legale. Le mie abitudini non cambiano, i personaggi del cortile sono sempre gli stessi, ma un giorno il caffè amaro è diventato molto dolce per me. Era un venerdì, si sentiva il profumo di primavera. Alle ore 9:45 le campane della chiesa San Francesco mi ricordano di innaffiare le piante. Sono state aggiunte le margherite africane gialle e la verbena viola, ho voluto dare un po’ di colore al mio giardino inaspettato. Le fragole rosse e pompose mi riempiono di gioia, i pomodorini infuocati di orgoglio. Torno a lavorare, ho iniziato ad apprezzare lo smart working, odio solo il covid al momento. Oggi pranzerò con melanzane alla parmigiana sequestrate il giorno prima dai miei amici. Ore 13:15 le melanzane alla parmigiana passano dal frigo al forno a microonde. In teoria dovevano bastarmi per due giorni, ma non ho resistito, era venerdì, sono ghiotto, crepi l’avarizia, ho mangiato anche un po’ di caponata che avevo in credenza. Preparo il caffè e, armato di stampella in una mano e tazzina nell’altra, vado in balcone, mi siedo sulla sedia e mi godo la bella giornata di sole. La finestra piccola del bagno del secondo piano del palazzo laterale è aperta. Vedo la signora che entra e mi osserva, io saluto per cortesia, lei ricambia sorridendo. Per non restare a fissarla devio lo sguardo nella palazzina frontale, anche lì una novità, il caldo fa stare bene la gente pensai. La ragazza del quinto piano è seduta sulla sedia a prendere il sole in topless, io la guardo con aria stupita e dubbiosa, lei mi guarda seria e non si scompone, il suo cane gira intorno alle sue gambe scoperte. Per non sembrare un maniaco mentre bevo il caffè dalla tazzina, momentaneamente tremolante, cambio direzione dello sguardo, che casualmente ricade nel bagno laterale del secondo piano e lì trovo la signora seduta sul bidet che si lava e mi guarda. Cambio nuovamente direzione dello sguardo che torna casualmente sulla ragazza in topless del quinto piano che improvvisamente inizia a spalmarsi la crema. Abbronzante o protettiva non mi interessa, lei mi guarda mentre si massaggia le tette, io bevo il caffè. Lancio un’occhiata alla signora di lato che continua a osservarmi mentre si lava o si sciacqua o si masturba. Stavo assistendo a uno scontro generazionale. Passo lo sguardo alla ragazza che ha terminato di spalmarsi la crema e penso che porti la taglia terza di reggiseno. Poi passo con nonchalance a guardare la donna imperterrita sul bidet; poi ragazza in topless; poi signora; poi giovane; poi adulta; poi sorrido alla ragazza mentre si abbronza; poi sorrido alla donna mentre si lava; poi…sento squillare il computer, una chiamata di lavoro in smart working. Entro correndo zoppicando dentro casa, mi siedo nella mia postazione, metto gli auricolari e rispondo. I colleghi parlano di cose informatiche lavorative, la mia eccitazione si disperde tra terabyte e cloud, mentre la caponata comincia a farsi sentire nello stomaco. L’eccitazione in piena pandemia è finita, adesso potrebbe eccitarmi solo una convocazione per fare il vaccino anticovid.

La finestra sul cortile – mEEtale

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Una splendida estate

E’ proprio una bella estate, mi sto divertendo un casino.

Tutto è iniziato dopo la solita visita Neurologica, martelletto per riflessi mani e gambe, solito clone sulla gamba destra. Poi chiudo gli occhi e dito sul naso, destra e sinistra, poi alzare le gambe, la destra è sempre la peggiore, per la sensibilità succede la stessa storia, la sinistra resiste ma ha iniziato anche lei a vacillare.

Potrebbe andare peggio…potrebbe piovere 🙂

Che splendida estate, abbronzarsi durante la Risonanza Magnetica, rachide cervicale ed encefalo, poi pausa, farsi bucare le vene per iniettare gadolinio e via di contrasto, un’altra lampada rumorosa di radiazioni e alla fine solite macchie demielinizzanti e una volta uscito fuori tanta birra fresca.
Saluto le infermiere all’ingresso, ciao Francy sempre splendida, rinviamo la riabilitazione per domani, ciao Betty fortunatamente la mascherina covid non copre i tuoi bellissimi occhi, confermiamo il prelievo per la prossima settimana.
Che bella estate, mi capita di pensare alle cellule staminali al sole ma al momento preferisco solo flebo di Ocrelizumab al fresco.

Medici e infermieri muniti di mascherine e nel frattempo cortisone, poi la solita soluzione fisiologica e infine flebo di 4 ore.
Fortunatamente sempre persone simpatiche intorno a me, tutte insieme a distanza di  sicurezza con gocce di farmaci che avanzano lentamente nelle nostre vene.
Che splendida estate, nuovi incontri, flebo, birra e sigaretta.

Devo smettere di fumare, potrei avere problemi di salute 😉

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Albero di Mimosa

RACCONTO PRESENTE NELL’ANTOLOGIA RACCONTI SICILIANI PUBBLICATA DA HISTORICA EDIZIONI A LUGLIO 2019

Era una luminosa mattina di fine febbraio, il sole splendeva audacemente nel cielo sempre limpido della Sicilia e irradiava le terre desolate della parte occidentale di quest’isola orgogliosa. L’inverno era finito e le piantagioni stavano ricominciando a nutrirsi pienamente della luce solare, la campagna si stava riempiendo nuovamente di profumi mentre il vento glieli sussurrava alle sue foglie. Nonno Giovanni camminava per la campagna ubicata in una zona desolata del paese, tenendo per mano Giovannino, il più piccolo dei suoi nipoti. Gli altri nipoti erano cresciuti e andati via dalla Sicilia: chi al nord Italia, chi in Spagna e chi in Germania; per nonno Giovanni era diventato difficile stare insieme a loro. Giovannino era l’ultimo nipotino rimastogli vicino e quindi era sempre felicissimo quando passava del tempo insieme a lui. I due camminavano lentamente sulla terra arsa e spoglia quando ad un tratto il nonno mostrò al nipotino cosa era stato fatto per lui: un albero di mimosa piantato e cresciuto. Il piccolo Giovannino sorrise anche se non aveva capito, guardava il nonno dal basso dai suoi grandi occhi blu. Nonno Giovanni staccò la mano dal nipote e accarezzandogli i suoi bei capelli castani arruffati gli disse: “Quella è la tua altalena Giovannino”. Il piccolino lanciò uno sguardo verso l’albero di mimosa e in quel momento fece caso alle corde che pendevano dal ramo che terminavano su una tavoletta. All’apice della consapevolezza del regalo appena ricevuto il piccolo Giovannino iniziò a
correre felice, non rallentando neanche quando giunse in prossimità della sua altalena; poggiò le mani sulla base e si lanciò subito sopra. Il piccolo Giovannino non ce la fece a restare in equilibrio, cadde battendo la testolina sul morbido terreno privo di qualsiasi pericolo. Nonostante non avesse provato alcun dolore, iniziò a piangere ugualmente. Nonno Giovanni sorrise ed iniziò a camminare velocemente per giungere vicino al suo nipotino. Lo agguantò dalle piccole braccia, lo rimise in piedi, gli accarezzò la testolina e gli disse con voce calma e tranquilla: “Giovannino non ti sei fatto niente. Non devi piangere ogni volta che cadi, piuttosto devi provare sempre a rimetterti in piedi e sorridere”. Giovannino allora sorrise perché in quel momento si era rimesso in piedi; suo nonno lo afferrò di nuovo e lo poggiò delicatamente sull’altalena che aveva preparato per lui. Da quel giorno Giovannino e suo nonno andavano sempre insieme all’albero di mimosa per giocare con l’altalena. Il nonno lo spingeva piano e Giovannino rideva forte. Quando l’albero iniziava a produrre le prime infiorescenze sferiche il profumo si enfatizzava nell’aria, il bambino sapeva di poter correre verso la sua altalena per divertirsi insieme al nonno. Un giorno di quelli Baldassare, il papà di Giovannino, decise di scattare una foto di quel momento: la foto del suo bambino insieme a suo padre, attorniati solo dal bellissimo albero di mimosa dai rami colmi di fiori gialli. Ma il tempo non è scandito soltanto dall’alba che aspetta il tramonto. Il buio arriva nonostante si voglia solo giocare.
Una luminosa mattina di marzo, mentre il sole splendeva forte nel cielo e scaldava gli animi, il piccolo Giovannino iniziò subito a correre all’impazzata perché sapeva che il nonno lo stava aspettando al loro albero di mimosa. Ma correndo il piccolo Giovannino inciampò sul terreno, il grande sorriso presente sulla sua bocca iniziò a ritirarsi lentamente mentre si schiantava tra i sassi ruvidi presenti tra le sterpaglie. Le sue piccole mani si graffiarono profondamente, se le guardò, si spaventò e quando vide il sangue sulle sue mani non riuscì a placare le lacrime, ed iniziò a piangere a squarciagola. Nonno Giovanni stava aspettando il nipotino a pochi passi dall’altalena che pendeva dall’albero di mimosa, ma quando udì le forti urla iniziò subito a correre per andare incontro al bambino. Giunto in prossimità del piccolo Giovannino vide le sue manine macchiate di sangue. Questo lo scosse talmente tanto che al termine della corsa tutti i ricordi accumulati fino a quel momento esplosero violentemente nel suo labile cuore facendolo arrestare completamente. Il nipotino smise di piangere e poggiò le manine sul volto del caro nonno imbrattandolo di sangue. L’albero di mimosa restò a guardare quella scena che Giovannino non dimenticherà mai. Crescendo Giovannino abbandonò la Sicilia; a 19 anni si trasferì a Milano, si laureò e trovò lavoro, si sposò con una donna conosciuta in America, ebbe due figli e ora vive nel nuovo continente. Ogni anno “Little John” torna in Sicilia insieme alla sua famiglia. Quando attraversa gli alberi di carrubo con i suoi
bambini, poi gli agrumi che sprigionano forti odori, si diletta a raccontare storie di quelle terre ricche di amore. Quando alla fine della passeggiata giunge all’albero di mimosa, che non è mai morto, torna ad essere Giovannino. Adesso quell’altalena, che resiste e che continua a far sorridere, dondola dolcemente i suoi figli. Giovannino conserva gelosamente la fotografia scattata da suo padre Baldassare, fa rivivere ai suoi figli la bellezza della Sicilia, che non è quella che viene mostrata in televisione, la Sicilia è la voglia di esserci e resistere, dove si “deve provare a rimettersi sempre in piedi e sorridere”. Giovanni non dimenticherà mai l’insegnamento del nonno e continuerà a trasmetterlo ai suoi figli. La Sicilia lascia dei segni, si può scappare a Milano, a Berlino, in America, ma l’aria Siciliana scorrerà sempre nelle proprie vene, non mancheranno solo l’infanzia e i ricordi, mancherà la semplicità di una terra povera di ambizioni ma ricchissima di amore. La Sicilia avrà mille problemi, ma le scie di luci che illuminano il mare cristallino, le stelle brillanti che si riflettono sulla lava del vulcano, i profumi, i sapori, faranno dimenticare tutto.

 

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Piero Cancemi

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Il tacco rosso

Racconto presente nell’antologia RACCONTI EMILIANO-ROMAGNOLI pubblicata da Historica Edizioni a Giugno 2019
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IL TACCO ROSSO

Nella mia attuale vita priva di luce s’illuminava solo l’immagine di lei nell’oscurità della mia mente. Non riuscivo a dimenticarla, né a fuggire dall’odore della sua pelle ancora attaccata prepotentemente al mio corpo. Continuavo a scrutare i suoi occhi tra gli abissi dei ricordi, ma il suo cuore era sempre stato un’utopia per me. Una parte di lei non era mai andata via, era rimasta ad osservarmi mentre provavo a farmi del male. Non riuscivo a stare meglio, neanche dopo il solito alcool, la solita droga, le solite sigarette e il solito valium. Ero stato abbandonato in un periodo di giorni cupi e notti insonni con in bocca solo sigarette raccattate tra le oscure strade di Bologna.

Ma una sera la rividi e sarà difficile dimenticare quella sera maledetta.

Stavo uscendo dalla solita osteria, ero ubriaco, sporco di vino e con i pantaloni sporchi di piscio. Era una sera come tante altre. Scroccavo e accendevo una sigaretta all’uscita, il mio sguardo appannato intravide un tacco rosso tentennante tra la nebbia illuminata solo da una luce bianca sfocata prodotta da un vecchio lampione. Il tacco rosso era solo, la seconda scarpa non si vedeva, provavo a cercarla con gli occhi ma non riuscivo a trovarla. Forse ero troppo sbronzo o forse la nebbia era troppo fitta, non capivo; ma poi sbucò un piede nudo fine e delicato, orfano di tacco, privo di smalto e con una libellula tatuata sulla caviglia. Io mi pietrificai: conoscevo quella libellula che provava a volare sull’asfalto bagnato. Decisi di incamminarmi verso quella libellula perché ricordavo di averla amata. Lentamente ricostruivo quello che veniva proposto al mio sguardo curioso e speranzoso. Era lei: Emma.

Poteva essere un miraggio tra la nebbia, ne ebbi la certezza quando vidi come destreggiava la sigaretta tra le dita dallo smalto rosso, conoscevo solo lei che faceva quelle giocolerie con la sigaretta. Mi avvicinai mestamente e lento, quando lei si voltò riuscì anche a catapultarsi fuori dalla mia mente, trafiggendomi con i suoi occhi dal trucco sbavato colmi di lacrime e stupore.

Emma mi guardò senza dire niente e poggiando la sigaretta tra le labbra sporche di rossetto mi domandò:

“Che vuoi?”.

“Te!…Da sempre!” le risposi con la mia solita sicurezza balbettante.

Lei mi guardò dalla sua ammaliante iride azzurra in continuo movimento, senza dire una parola.

In quel momento non riuscii a interrompere lo scorrimento dei ricordi nella mia testa di quando vivevamo insieme.

Ricordavo che quando mi svegliavo lei non era mai accanto a me, ma la trovavo in salotto nuda coperta solo da un cardigan lungo che riusciva a coprire solo il suo seno privo di curve e parte del suo culo. Emma aveva un bel culo, era magrissima, senza tette, costole avidamente in mostra, ma aveva un bel culo con delle curve. Ricordo che durante quei risvegli lei mi guardava con il solito sguardo stralunato e spento. Gli occhi azzurri non bastavano a farle sembrare lo sguardo più acceso. Solo le lunghe occhiaie davano segni di vita al suo bianchissimo volto, facevano da contorno alle sue pupille che fissavano il pavimento per cercare qualcosa. Io restavo sempre in mutande sul divano, e mentre cercavo le sigarette Emma cercava i suoi amati psicofarmaci. Quando provava a stare ferma il fumo prodotto dalla sigaretta penzoloni sulle labbra le offuscavano lo sguardo; questa mancanza di realtà forse riusciva a rasserenare la sua agitazione catatonica. Approfittavo di quei momenti per chiederle di preparare un caffè. Lei mi guardava e mi mandava a fanculo. Io preparavo il caffè e una spada da iniettare in vena.

Dopo il nostro buco eravamo già arrivati al giorno dopo, poi a quello dopo, poi all’altro, poi a quello ancora.

Quanti bei ricordi quando cercavamo il tempo perso.

Facevamo le marchette per procurarci da vivere, ma dopo avevamo smesso. Eravamo scappati l’uno dall’altra per non essere continuamente tentati dalle nostre dipendenze.

Io avevo smesso di drogarmi ma non avevo smesso di fare marchette, mi facevo solo di alcool, fumo, morfina, valium, xanax, uomini e donne. Niente di così insolito, mi autogiustificavo nella mente.

Bologna riusciva ad accontentarmi.

Ma quella sera Emma mi scaraventò nuovamente nella sua palude.

Lei era su una scarpa col tacco rosso, con il rossetto sbavato, colma di lacrime che aiutavano la matita sugli occhi a sporcarle l’intero volto; un vestito rosso succinto strappato mentre i capelli castani erano pettinati solo grazie allo sperma che ancora contenevano.

Eri sempre bellissima Emma, ma forse eri peggiorata.

“Da dove esci fuori Emma?” le chiesi aiutato dal mio sguardo arreso.

“Esco fuori da un gioco di gruppo tra persone nude e felici” spiegò sogghignando.

Emma si interruppe, ruotava le orbite degli occhi, poi aggiunse sottovoce “Sicuramente quei fottuti negri e musi gialli mi stanno cercando”.

Sbarrai leggermente gli occhi piegando la testa di lato, la fissai per qualche secondo e riuscii solo a chiederle:

“Pagano bene?”.

Lei mi guardò e non mi rispose. Emma non era cambiata.

Era lì davanti a me, vestita con abiti non suoi ma strappati, con una sola scarpa al piede, i capelli sporchi di sperma, trucco sbavato sulle guance e mi fissava come un cane abbandonato in autostrada sotto la pioggia. Allora feci quello che faccio sempre in questi casi: pensai di prendermene cura.

Mi avvicinai lentamente e lei riuscì solo a domandarmi “La borsa?”.

“Da quando una borsa è così importante per te?” le domandai.

“Da quando è piena di soldi, coglione!” rispose con aria seria.

Quelle parole mandarono in tilt il mio cervello e mi proiettarono in un futuro ipotetico fatto di eroina, sesso multi etnico, clown, cavalli, cocaina, pianoforti elettrici, ukulele, telefoni satellitari, Ferrari a forma di panda, panda a forma di Ferrari, pernacchie, ingoi, buchi, buchi dell’ozono…e su buchi dell’ozono mi fermai a riflettere per domandarle:

“Ma riusciamo a riparare il buco dell’ozono con quei soldi?”.

Emma mi guardò con aria basita senza dire una parola, si voltò e zoppicando sul suo tacco rosso sotto la pioggia andò a prendere il grande borsone, adagiato sulla pozzanghera formatasi di lato. Lo prese, lo aprì e mi fece vedere le banconote che conteneva.

“Questi sono soldi cinesi…o giapponesi…o negri…o che cazzo ne so, ma sono un sacco soldi e noi li prendiamo. Ora sono nostri, miei, tuoi, della mia bocca e del mio culo”.

“Va bene” risposi serenamente.

“Andiamo via!” mi ordinò.

“Va bene” risposi di nuovo provando ad asciugarle il volto dalla pioggia.

Io ed Emma fuggimmo quella sera. Ancora una volta le nostre strade si erano incrociate, come se il suo desiderio intrinseco di chiedere aiuto fosse caduto nel bicchiere di vino che stavo bevendo. Pensavo che non l’avrei mai più rivista ma invece era lì. Pensavo tornasse a Reggio-Emilia…o a Modena…o a Forlì. Da dove cazzo veniva Emma? Non lo so, io la amavo, l’amore non chiede i documenti.

Nel frattempo cominciai a dubitare su quello che vedevo, non volevo confondere ancora una volta le immagini reali da quelle presenti solo nella mia testa.

In ogni caso volevo fuggire con lei, il mio unico vero amore.

Quella sera scappammo mano nella mano sotto la pioggia e con tanti soldi. Avremmo costruito il nostro futuro, la nostra casa, i nostri bambini, il nostro cane San Bernardo con gli occhiali da sole che fuma crack tra le vie del centro, cucinato lo zucchero filato con il rum, guidato l’automobile cinquanta per andare in centro, mangiato caramelle ricoperte di vodka; poi avremmo fatto l’assicurazione sanitaria, timbrato il cartellino tutte le mattine, non facendo mai annoiare le nostre lingue ubriache neanche quando andremo a messa la domenica mattina. Che bel futuro! Quello che ho sempre desiderato. Mi battezzo…o sono già battezzato? In quale Dio credo?

Quella notte la pioggia provava a cancellare i miei dubbi.

Io ascoltavo tutto quello che diceva Emma, anche quando disse di acquistare tanta eroina e bucarci tra i vicoli nascosti, negli atri aperti nei condomini senza custodi. Andiamo in via San Vitale, mi disse, io la seguii. Quanta felicità quella notte. Quanta felicità mentre ci abbandonavamo sdraiati sugli orgasmi che ci procuravamo senza essere avidi tra le vene. Quanta felicità quella notte sotto la pioggia martellante che provava a tenerci svegli.

Ma quella notte la pioggia non riuscì a tenere Emma sempre sveglia. La mattina, o il pomeriggio, o il giorno dopo, mi svegliai, guardai Emma che non respirava. Era rimasta intossicata dal suo stesso vomito da chissà quante ore. Non dimenticherò mai quella notte, continuerò a riviverla costantemente quando chiuderò gli occhi e la mente.

Sarò sempre sicuro che un giorno la rivedrò in sella a un tacco rosso, e nella mia attuale vita priva di luce, continua a scuotersi solo l’immagine di lei che danza con una sola scarpa nell’oscurità dei miei pensieri, che adesso alloggiano in questa clinica, con me, dove continuo a raccontare la mia triste storia a voi che mi ascoltate e che mi leggete.

Piero Cancemi

Il tacco rosso su mEEtale

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Vent’anni

svolteCiao Francesco,
Non so niente di te ma ti ho pensato tanto in questi anni, costantemente, incessantemente. Solo oggi ho deciso di dare una svolta alla mia vita ammettendo la mia verità. Quella verità che non sono stato in grado di affrontare negli anni e che ho tenuto nascosta per troppo tempo. La verità che non mi faceva dormire la notte e non mi faceva stare bene durante tutto il giorno, mentre i miei pensieri si confondevano tra loro, sperando solo di terminare le mie giornate in un abisso di sonno perenne.
Forse non avrai voglia di leggere quello che è scritto su questo foglio e con una pessima calligrafia.
Mi chiamo Antonino, ma tutti mi chiamano Nino. Forse avrai già capito chi è l’autore di queste banali chiacchiere di presentazione prive di interesse. Ma forse invece non lo sai.
Io so chi sei tu, conosco tua madre, la conosco bene, ma sono tanti anni che non la vedo e che non la sento, esattamente vent’anni, la tua età.
So che vivi a Milano e che anche tua madre sta ancora lì. Non sono uno stalker e neanche un assassino, ma forse qualcosa di altrettanto schifoso e ingiustificabile. Sono un inutile uomo che alla tua età è stato solo in grado di scappare, di andare via da una responsabilità che non ha voluto assumersi. Non capivo niente e ho preferito fuggire da una gioia che tua madre aveva appena iniziato a tenere in grembo.
Io non ho genitori, non li ho mai avuti. Penso che la realtà in cui sono cresciuto, tra comunità per minori e affetto ricevuto solamente da estranei, abbia influenzato il mio modo di fare delle scelte. Oppure sono sempre stato una persona di merda incapace di prendere le giuste decisioni e che sta solo provando a giustificarsi. Ma ormai non ho più niente per cui giustificarmi.
Mi sono costruito tante immagini di te nella mia testa. A volte ti ho pensato con i capelli castani e gli occhi marroni come tua madre, a volte con i capelli neri e gli occhi cerulei come il sottoscritto. Ormai i miei capelli sono quasi tutti bianchi, però ti ho immaginato spesso simile a me quando avevo la tua età. Spero solo che non avrai il mio stesso carattere. A diciannove anni ero un poco di buono, mi facevo trascinare in brutti giri e brutte situazioni troppo facilmente. Non andavo a scuola, ma ogni tanto svolgevo umili lavoretti per potermi mantenere. Conobbi tua mamma a quell’età: era bellissima. All’inizio provava a ignorarmi, ma lei mi piaceva troppo. Io ero solo un mascalzone che aveva smesso di andare a scuola mentre lei era una bravissima e bellissima studentessa di famiglia borghese, una storia che si ripete dai tempi della proiezione di Lilli e il Vagabondo. Ma in questo caso non è andata a finire come in quel film. Ci siamo conosciuti, ci siamo frequentati e ci siamo innamorati. Ma l’amore a volte fa fare delle sciocchezze. Nel mio caso mi aveva solo dato una grande felicità, e io l’ho interpretato in maniera opposta. Ero giovane, ero impreparato e nella mia inadeguatezza a quel nuovo ruolo ho deciso, da immaturo, di scappare. I genitori di tua madre non mi sopportavano, e quando mi vedevano insieme a lei mi guardavano con disprezzo. Tuo nonno mi odiava, me lo diceva anche tua madre. Io ero un pesce fuor d’acqua in quella famiglia, ma non davo peso alla cosa; in realtà a me non interessava niente. Io volevo solo stare con tua madre, me ne infischiavo di tutto il resto.
Poi è arrivato quel giorno, quel maledetto giorno che non ho mai dimenticato. Ho incontrato lei e mi ha spiegato tutto. Mi ha detto che aspettava un bambino, che tua nonna l’aveva saputo, ma tuo nonno non sapeva niente. Una storia del cazzo che dovevo capire. Boh! Capire cosa? Cosa cazzo dovevo capire? Capire che aspettavamo un figlio e non lo doveva sapere nessuno? Capire che forse dovevamo fuggire per costruire una famiglia, ma con niente in mano? Che cazzo ne sapevo io? Avevo vent’anni. Nella vita ero solo riuscito a scappare da scuola, e in quel momento ho pensato di scappare anche da quella famiglia borghese del cazzo. Ho avuto solo questo pensiero. Ho pensato che i soldi li avrebbero tirati fuori loro. Tua madre era in gamba e se la sarebbe cavata. Io non volevo chiedere niente a nessuno. All’inizio ho deciso di cambiare città per dare una svolta alla mia vita, magari con un lavoro stabile. Pensavo che un giorno sarei tornato, ma purtroppo non è andata così, Francesco. Mi sono trasferito a Bologna. Ho cercato lavoro e ho provato a darmi una regolata. Ma niente. Ho trovato diversi lavori, guadagnavo dei soldi e poi li spendevo tutti nel peggiore dei modi facendomi del male. Ma solo quel male mi faceva stare bene.
Non so cosa ti abbia detto tua madre di me. Magari non te ne ha mai parlato. Magari dopo di me ha avuto subito un nuovo compagno, che ricopre ancora quello che doveva essere il mio ruolo. Sicuramente sarà una persona migliore di me. Immagino sia una persona benestante a cui non manca niente, anzi, che sia molto più ricco di una persona a cui non manca niente, e che non abbia fatto mancare nulla neanche a te. Vivete in una grande casa; avete l’aspirapolvere automatica che lucida tutto il parquet; la vostra governante utilizza l’apriscatole elettrico; il vostro chef vi cucina piatti contenenti panna acida e caviale; in garage è parcheggiata una De Lorean volante. Me la immagino così, una persona più ricca di una a cui non manca niente. Io invece sono solo uno squattrinato a cui manca tutto. Non ho una casa e non ho un aspirapolvere. Pago l’affitto e spazzo con la scopa. Apro i barattoli girando la manopola dell’apriscatole, mi cucino solo la pasta e in strada è parcheggiata la mia vecchia Fiat Panda. Sono riuscito ad arrivare solo a questo.

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Pubblicato in: Racconti, Validi

Il caffè della Nonna

racconto presente nell’antologia NON BASTANO LE INTUIZIONI pubblicato nel 2018 da Senso Inverso Edizioni

9022528Sono nato in Sicilia, nella ridente cittadina di Petrosino, ubicata tra i comuni di Marsala e Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Sono nato nella casa di mia Nonna; potevo nascere in uno degli ospedali presenti nei due paesi vicini, ma a casa mia le vecchie abitudini sono sempre state difficili da eliminare. Io sono cresciuto lì, ho imparato a dire le prime parole, poi a camminare e subito dopo a correre. A Petrosino avevo tanti posti dove poter correre, tra le campagne e le strade prive di asfalto. Cadevo spesso a terra, anzi, spessissimo; quando succedeva tornavo a casa mestamente, con ginocchia sbucciate, mani lacerate e occhi colmi di lacrime. Con le labbra imbronciate andavo da mia madre, lei si agitava, mi rimproverava, poi mi medicava e mi spediva subito nella mia stanza. A volte però, quando tornavo a casa dopo essermi fatto male, era presente mio padre. Con lui gli occhi colmi di lacrime e le labbra imbronciate non avevano lo stesso effetto; mio padre mi sgridava urlando ad alta voce ed io piangevo ancora più forte.

Da bambino imparai a cavarmela da solo, cioè smisi di tornare a casa quando mi succedeva qualcosa di spiacevole. Decisi di recarmi da mia Nonna, che viveva nell’appartamento al piano inferiore. Mia Nonna diventò presto una sicurezza per me, la mia “ancora di salvezza”. Ogni pensiero, ogni dubbio e ogni incertezza la sfogavo su mia Nonna senza avere alcuna paura. Lei raccoglieva tutto e si sedeva accanto a me, mi dava consigli, mi accarezzava la nuca e mi raccontava del suo passato. Per ogni cosa che dicevo, a lei venivano in mente episodi della sua vita e ne parlava con allegria. Io stavo sempre ad ascoltarla con lo sguardo pieno di fascino e curiosità, le ponevo domande perché ogni cosa era come se l’avesse vissuta insieme a me, anche se nei suoi episodi di vita non c’erano strade, treni o automobili. Nei suoi episodi c’era anche la guerra e c’era ancora mio Nonno, ma i suoi modi di raccontarmi le storie trasformavano i brutti episodi in esperienze di vita divertenti che imparai ad ammirare.

Mia Nonna era diventata la mia migliore amica ed io ne ero orgoglioso.

A lei raccontavo del compagnetto delle scuole elementari che mi faceva i dispetti e mi consigliava: “Iunciti cù chiddri megghiu ri tia e perdici li spisi”1.

Le feci leggere il tema che avevo scritto sul mio migliore amico durante le scuole medie e, quando capì che parlavo di lei, mi esclamò sorridendo: “Masculu e beddru pi ghiunta”2.

Quando le confessai della mia attrazione verso la ragazzina del Liceo che frequentavo, sorridendo mi ordinò: “Assettàti e pìgghiamu un café”3. Continua a leggere “Il caffè della Nonna”

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Storie di ordinaria disperazione e gioia di vivere

41gfa4sakvl-_sx328_bo1204203200_Storie di ordinaria disperazione e gioia di vivere è un libro di Fiammetta Colapaoli e Adriana Saja, pubblicato da Edizioni del Cerro nel 1999.

Il tema della disabilità è al centro di questo libro a più voci costituito da tre racconti, narrati in prima persona da disabili o da parenti di persone disabili. I tre racconti, diversi tra loro per la personalità dei loro protagonisti e per i percorsi di vita, scaturiscono tutti da esperienze dirette, vissute, sofferte, in cui si mescolano dolore e gioia di vivere, delusioni e speranze, e sono tutti accomunati dall’esigenza di uscire dalla dimensione personale e soggettiva e di allargarsi ad una dimensione più ampia che coinvolga e stimoli il confronto non solo con le persone che sono direttamente a contatto con la disabilità, ma con l’intera società.

 

Storie di ordinaria disperazione e gioia di vivere – Amazon

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Bologna

img_6026dal Racconto SOTTO I PORTICI di Piero Cancemi

“…andiamo ai Giardini Margherita, andiamo al Parco della Montagnola, andiamo in Via del Pratello, in Via Mascarella, in via Petroni, in Piazza Verdi, fermiamoci in Via Delle Moline, prendiamo un gelato da Gianni, mangiamo una gramigna con la salsiccia all’ Osteria dell’Orsa, mangiamo anche la mortadella di Bologna e il ragù alla bolognese, facciamo aperitivo all’ Osteria del Sole, le crescentine sono pesanti, mangiamo una piadina con crudo e squaquerone, andiamo in Biblioteca Salaborsa, andiamo al concerto, andiamo sui colli, andiamo a San Luca, andiamo al Barazzo…”

Sotto i portici

Racconti Bolognesi vol.1

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Il racconto più breve del mondo

For sale. Baby shoes. Never worn.” 

Tradotto: “In vendita. Scarpe da bambino. Mai usate.”

Una piccola chicca di Ernest Hemingway.

Che sia davvero questo il racconto più breve del mondo?

Non lo so. Può darsi.

Si tratta di un esempio di flash fiction e si dice che Hemingway lo scrisse per una scommessa di dieci dollari all’hotel  Algolquin di New York, in una tavola rotonda con altri scrittori.

Dubito che serva aggiungere qualcosa, a parte constatare che contro un lavoro simile può essere sciocco giocare dei soldi.

D’altra parte Hemingway lo considerò sempre uno dei suoi migliori lavori.

Articolo di Ferruccio Gianola